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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

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mercoledì 21 aprile 2021

IL GABBIANO JONATHAN LIVINGSTON

 

IL GABBIANO JONATHAN LIVINGSTON di Richard Bach, Bur (Rizzoli)

“Il gabbiano Jonathan Livingston non è come tutti gli altri. Là dove i suoi simili, schiavi di becco e pancia, si limitano a composti viaggetti per procurarsi il cibo inseguendo le barche da pesca, lui intuisce nel volo una bellezza e un valore assoluti. Tanto basta per meritargli il marchio dell’infamia e l’allontanamento dallo stormo Buonappetito. Solo, audace, sempre più libero, Jonathan il Reietto scopre l’ebbrezza del volo acrobatico e varca i confini di altri mondi, altre dimensioni abitate da gabbiani solitari simili a lui nella spasmodica fame e sete di perfezione. Ne diventa la guida, il capo indiscusso, e tra i compagni incontrerà chi senza saperlo è pronto a raccogliere la sua eredità”.

 

“Possiamo elevarci dall’ignoranza, possiamo scoprirci creature straordinarie, intelligenti e capaci, Possiamo essere liberi! Possiamo imparare a volare!” [Pag. 27]

Possiamo superare i nostri limiti. Possiamo farlo proprio perché siamo creature meravigliose; perché la perfezione esiste e “il nostro scopo nella vita è trovare quella perfezione e manifestarla”. E perché “scegliamo il nostro prossimo mondo in base a ciò che apprendiamo in questo. Se non impari niente, il prossimo mondo sarà identico a questo, con tutti gli stessi limiti, le stesse zavorre”. [Pag. 55]

Il prossimo mondo non è necessariamente quello in cui avverrà la nostra prossima reincarnazione. Il prossimo mondo può manifestarsi già qui, ora, semplicemente riconoscendo di voler essere liberi. Non è necessario morire fisicamente, per rinascere: ogni cambiamento è una morte. Ogni superamento dei nostri limiti è un superamento di noi stessi perciò davanti a noi si spalanca un nuovo mondo ad ogni mutazione. Per questo, se non cresciamo, se non cerchiamo le nostre aspirazioni, non otterremo mai più  del mondo in cui abbiamo sempre vissuto. Per vivere in un mondo migliore non bisogna aspettare che siano altri a crearlo, bisogna adoperarsi per crearselo da soli, vale a dire in autonomia. E poi, quando si sono superati i propri limiti, “si scompare” (così è scritto nel libro di Bach) perché la terra è diventata troppo limitata per contenerci. “Scomparire” è un altro modo per dire che non siamo più al livello di prima, così chi ha deciso di non “innalzarsi” con noi non è più in grado di vederci. Il gabbiano Jonathan non si limita a sperare che le cose cambino, lui lotta perché il cambiamento avvenga. Dimostra al suo stormo che il volare non è solo  il modo per sopravvivere, ma anche e soprattutto lo scopo della vita. Anzi, è la vita stessa. Si nasce per volare e quella del volo è una bella metafora a sostegno del fatto che sia necessario perseguire alte aspirazioni, tendere al miglioramento e alla crescita, (puntare in alto se preferite), ricercare sé stessi in qualcosa (o Qualcosa) di più grande ed elevato. Da questo deduciamo che esistono due modi di volare: uno è facendo lo stretto indispensabile per sopravvivere e l’altro è votandosi alla libertà per vivere davvero.

“Vede più in là il gabbiano che vola più in alto”. [Pag. 72]

Volare significa mettere le ali al pensiero, significa cambiare il punto di vista, superare i propri limiti, crescere. “Volare è molto più che limitarsi a sbatacchiare le ali da un posto all’altro!” [Pag. 74]

Volare è  qualcosa di intenzionale, è volontà. Non a caso è stato coniato quel famoso detto che recita: “Volere è volare!”

Volare è desiderare di sentirsi liberi e lasciarsi colmare dalle idee così da avere qualcosa da realizzare (e per cui vivere). Guardare in faccia la bellezza con gli occhi di Eros, fino a raggiungere una forma di estasi e ritornare, poi, alla realtà portando “in grembo” un’idea da “partorire”. Come si partorisce? Condividendo, insegnando ciò che si è appreso, o anche semplicemente realizzandolo. L’Iperuranio di Platone, la Maieutica di Socrate…

“Il paradiso non è un luogo, e non è un tempo. Il paradiso è essere perfetti. […] Raggiungerai il paradiso nel momento in cui raggiungerai la velocità perfetta”. Il che non vuol dire volare a una certa velocità (cioè a un certo numero di chilometri/miglia all’ora), “perché qualunque numero è un limite, e la perfezione non ha limiti. La velocità perfetta è esserci”. [Pag. 56-57]

Allora la perfezione che cos’è?

Se ho ben capito, è andare incontro alla libertà. E nel momento in cui decidiamo di voler essere liberi, di voler spezzare le catene dei limiti, siamo già a metà della strada per la perfezione. L’altra metà si percorre facendo del proprio meglio in ogni cosa fino ad arrivare alla pace coi sé  stessi. Non è un atto di egoismo in quanto una buona parte del nostro cammino prevede che condividiamo con gli altri ciò che abbiamo appreso. Ognuno raggiunge la perfezione nel momento in cui sta bene con sé stesso, nel momento in cui sente di essere pervaso dalla pace interiore. Ognuno è perfetto a modo proprio.

Il gruppo è un’agevolazione o un ostacolo?

Il gruppo è un organismo plurivalente: da una parte può fornire appoggio, protezione e compagnia mentre dall’altra può rivelarsi una gabbia di regole, costrizioni e impedimenti. Ma queste non sono le uniche funzioni cui può assolvere un gruppo (o, per restare in tema, uno stormo). Se composto da individui coraggiosi , questo organismo può far crescere i propri membri attraverso la solidarietà e soprattutto la condivisione delle esperienze. Ma alla condivisione torneremo tra un po’.

A un certo punto compare una frase che mi ha lasciata assai perplessa: “Per volare veloce come il pensiero, e andare ovunque devi convincerti che sei già arrivato”. [Pag. 68]

Ho sempre pensato che convincersi di non avere più obiettivi, di sapere già tutto e di non avere più nulla da imparare fosse la peggior forma di ignoranza. Così ho letto e riletto questa frase, preda di un profondo turbamento, e più la rileggevo più mi sembrava di leggere qualcosa come: se vuoi guarire devi pensare di essere già guarito. Provavo un certo fastidio davanti a questo punto di vista. Poi, però, poche righe dopo, ho ribaltato la mia prospettiva quando ho letto queste righe: “Il trucco era sapere che la sua vera natura viveva ovunque nello stesso momento, perfetta come un numero non scritto, nello spazio e nel tempo”. [Pag. 69]

L’insieme dei tuoi tanti “io” fa sì che tu sia unico proprio perché molteplice, speciale proprio perché perfetto e  perfetto dal momento in cui decidi di essere te stesso. Raggiungi la perfezione ogni volta che ti poni un obiettivo in linea con te stesso e lo consegui. Essere te stesso è l’obiettivo più grande  cui tu possa aspirare perché fatto di tante piccole tappe. Se ti accorgi di ogni tappa, le dai il giusto riconoscimento e trovi i coraggio di esserne felice, allora significa che il miracolo della perfezione si è appena manifestato a te, in te e attraverso di te. Per chi ha a cuore la Bibbia,  siamo tutti figli di Dio, creati a Sua immagine e somiglianza; perfetti non perché privi di difetti bensì per merito di quelle caratteristiche che ci rendono unici. Tendere alla perfezione significa ricordarci che siamo nati per essere creature meravigliose, per splendere della nostra vera natura; che possiamo diventare qualsiasi cosa se solo troviamo il coraggio di immaginare che dentro di noi abbiamo il potenziale necessario per esserlo. Il coraggio è fondamentale. Anche quello per capire che il tempo non è un ostacolo perché non esiste e che il passato e il futuro sono fusi in ciò che comunemente chiamiamo “presente” (che potremmo benissimo intendere come “eternità”). D’altronde, quando ricordiamo il passato siamo nel presente e lo stesso accade quando immaginiamo il futuro. Un gioco molto stimolante che vi consiglio col cuore consiste nello stravolgere a tal punto l’idea di tempo da concepire la possibilità di ricordare il futuro e immaginare il passato… Quel “convincersi di essere già arrivati”, dunque, acquista tutta un’altra valenza, non trovate? O, almeno, a me piace pensare che sia così. Difatti:

 “[…] li esortava a non smettere mai di imparare, di esercitarsi, di sforzarsi di capire sempre più a fondo il perfetto principio invisibile di tutta la vita”. [Pag. 71]

“Tutto il vostro corpo […] non è altro che il vostro pensiero stesso in forma visibile. Spezzate le catene del pensiero e spezzerete anche le catene del corpo…” [Pag. 87]

 “[…] il suo modo di dimostrare amore era donare parte della verità che aveva capito a un gabbiano che cercasse solo il modo di vederla”. [Pag. 72]

Ecco che tutto torna: è possibile crescere da soli, ma senza l’aiuto degli altri non si supereranno mai certi limiti. Siamo allievi e maestri per tutta la vita; non si può imparare senza insegnare e non si può insegnare senza imparare (e senza aver imparato). Il primo passo consiste nel capire chi si è veramente e cominciare a farne pratica, stando a quanto scritto a pagina 94. Poi:

“Tu devi solo continuare a scoprire te stesso ogni giorno di più a scoprire il vero Gabbiano Fletcher, quello privo di limiti. È lui che devi scoprire, è lui che devi esercitarti ad essere”. [Pag. 103]


“Non credere a ciò che ti dicono i tuoi occhi. Tutto ciò che vedono è limitato. Guarda con l’intelletto, scopri ciò che già sai, e troverai il modo di volare”.  [Pag. 103]

Essere è ricordare…

Se leggerete questo libro (magnifico, a parere mio), vi accorgerete sicuramente dei numerosissimi riferimenti alla Bibbia e ai Vangeli. Qui di seguito ve ne suggerisco qualcuno:

·        Jonathan Livingstone è velatamente rappresentato come il Messia, chiamato (non a caso) “il Figlio del Grande Gabbiano in Persona” (pag. 94), “mille anni in anticipo sul suo tempo”. In quest’ottica, i suoi compagni di volo/allievi sono gli Apostoli. Partendo da questo presupposto, si  ravvisano molte somiglianze tra il modo in cui fu trattato Gesù e il modo in cui viene trattato Jonathan… Senza contare il messaggio che entrambi hanno tentato di portare su questa terra: “Quello che è venuto a dirci è che siamo in grado di volare” (pag.112), o – meglio – lo saremmo se solo lo volessimo e, anziché limitarci a teorizzare, ci dedicassimo alla pratica.

·        “[…] un gabbiano è un’idea illimitata di libertà, un’immagine del Grande Gabbiano, e tutto il vostro corpo, […], non è altro che il vostro stesso pensiero”.

Cfr: Gen. 1, 26-27

·        Quando Jonathan guarisce il gabbiano che sostiene di non poter volare perché non riesce a muovere l’ala (pagine 92 e 93), ricorda la guarigione del paralitico di Betesda da parte di Gesù.

Cfr: Gv. 5, 1-16

·        Quando, a pagina 101, Jonathan resuscita il Gabbiano Fletcher, sembra di leggere del miracolo della resurrezione di Lazzaro.

Cfr: Gv. 11, 1-46

·        Vedere per credere… [Cfr. pagine 124 e 125 con Gv. 20, 24-29 e Gv. 4, 43-54]

·        “Ma io non chiedo onori. Non desidero essere il capo. Voglio solo condividere ciò che ho scoperto, mostrare gli orizzonti che si aprono davanti a tutti noi”. [Pag. 34] Cfr: Mc. 10, 42-45

·        A pagina 118 c’è una replica perfetta del comportamento dei fedeli in Chiesa, ad ascoltare sermoni e prediche su un uomo che non ha mai voluto (esattamente come il Gabbiano J.L.) essere venerato! Il problema è che la Chiesa ha innalzato Gesù a livelli tali che se l’uomo provasse a seguire il suo esempio sarebbe considerato blasfemo o eretico. La Chiesa in quanto Istituzione religiosa gradisce e predilige maggiormente umani imperfetti e peccatori penitenti rispetto a individui consapevoli del fatto che - in quanto figli di Dio, fatti a Sua immagine e somiglianza – si può aspirare alla perfezione anche in terra. Abbiamo creato degli “alibi terminologici” per sperimentare la libertà: dicendo che cerchiamo di “scoprire ciò che è vero” ci permettiamo di nascosto qualcosa che avremmo tutto il diritto di attuare alla luce del sole. È facile e comodo parlare di bontà, amore, gentilezza, fratellanza e solidarietà, ma praticare questi valori è tutta un’altra faccenda. È facile e comodo attribuire la bellezza dei miracoli e la responsabilità della loro realizzazione a Dio o a Suo Figlio; tutt’altra cosa è impegnarsi a diventare miracoli o, ancor meglio, a essere miracoli viventi. La Fede è diventata uno sforzo; sono subentrate le superstizioni (pag.119); Gesù è diventato un Mito, una Leggenda, una favola da raccontare anziché da sperimentare nella pratica. Tutti i gabbiani possono fare ciò che fa J.L. e Giovanni, nel capitolo 14 del suo Vangelo (vv 11 e 12), parlava negli stessi termini.

·        “Tu devi solo continuare a scoprire te stesso ogni giorno di più a scoprire il vero Gabbiano Fletcher, quello privo di limiti. È lui che devi scoprire è lui che devi esercitarti ad essere”. [Pag. 103]

Cfr: Gv. 14, 1-14  Vado a prepararvi un posto…

“Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio  abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado conoscete la via. Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.

Sei stato, sei e sarai molte cose. Dentro di te convivono tanti “io”; le strade che ti si parano davanti sono numerose. Seguire il proprio “vero io” non è cosa facile né semplice… “Io sono la via, la verità e la vita” è un po’ come dire che l’Io è la Via che devi percorrere (seguendoTi) per arrivare alla Verità che sei e che alberga in Te. Il fondamento della Vita risiede proprio in questa scoperta di sé. Segui il tuo istinto e le tue intuizioni e non sbaglierai (come Vassilissa seguiva la propria bambola e non sbagliava mai).

Mc. 10, 17-22   Lascia tutto e seguiti…

“Gesù gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni”.

Ma qual è il bene più prezioso che possiedi? Te stesso, esatto. E i beni materiali, per quanto numerosi o preziosi possano essere, non saranno mai minimamente paragonabili a te. L’avarizia (soprattutto quella nei confronti di se stessi) è un vizio terribile!

Segui il tuo Io…

Franco Battiato, nella canzone  composta insieme a Manlio Sgalambro e intitolata “Il mantello e la spiga”, cantava: “Lasci un’orma attraverso cui tu stesso ti segui nel tempo e ti riconosci”. “Lascia tutto e seguiti”.

Ma abbiamo già visto che il tempo e lo spazio sono concetti relativi, per cui decidere di abbandonare le zavorre e iniziare a seguire se stessi è già essere se stessi. Immersi come siamo nell’eternità, ogni cosa scritta nel futuro è già avvenuta, potrebbe già essere avvenuta o – magari - sta accadendo proprio adesso... È complicato, lo so, ma è fondamentale allargare l’orizzonte spaziale tanto da contemplare l’infinito e allargare l’orizzonte temporale tanto da contemplare la già citata eternità. Solo così avverranno i miracoli…

Bellissima, a questo proposito, la citazione  di pagina 74:

“Se la nostra amicizia dipendesse da cose come lo spazio e il tempo, quando finalmente supereremo lo spazio e il tempo avremo distrutto la nostra fratellanza! Superiamo lo spazio, e tutto quello che ci resta  è il Qui. Superiamo il tempo, e tutto ciò che ci resta è l’Ora. E nel bel mezzo del Qui e dell’Ora non credi che potremmo vederci qualche volta?”

Ci sarebbero ancora tantissime cose da dire su questo testo, riferimenti da fare, concetti da approfondire, ma per adesso è meglio fermarsi qui. Per chiudere, vi consiglio caldamente la nuova edizione della Bur (Rizzoli), quella col capitolo inedito e le magnifiche immagini di gabbiani disseminate tra le pagine. E che dire, poi, della splendida nota finale, a cura dello stesso autore, sul dono dell’immaginazione e sul potere dello scrittore, ovvero le parole.

Volate, amici e amiche! Siate liber* di essere voi stess*!

 

 



martedì 25 febbraio 2020

I DEMONI DEL NOSTRO TEMPO



La paura e i suoi “cibi” prediletti costituiscono i “demoni” del nostro tempo, ovvero quelle carenze o – al contrario – quegli eccessi – a livello dei centri energetici detti “chakra”. Nell’articolo che segue sono presenti alcuni dei “mali” che ci affliggono e qualche consiglio su come tenere a distanza il peggiore di essi: la paura.
 
Nel suo libro sui chakra, Anodea Judith utilizza la parola “demoni” per indicare i fattori frenanti della nostra crescita fisica e spirituale. Sono fattori individuali, ma anche societari in quanto possono riguardare sia i singoli individui sia le masse: cosa sono, infatti, le masse se non insiemi di individui? Secondo l’autrice, tali blocchi sono sette, ovvero uno per ogni centro energetico. Personalmente, concordo con l’ipotesi secondo la quale ogni chakra avrebbe un blocco specifico, ma sento comunque il bisogno di approfondire la questione a modo mio.
Il demone del primo chakra è la paura, ma – a mio parere – la paura accomuna tutti e sette i centri energetici. Questo blocco è dovuto a una scarsa conoscenza di noi stessi e all’assenza di relazioni profonde (con noi stessi e con gli altri). Ne consegue una sensazione che assomiglia alla mancanza di terra sotto ai piedi; non riusciamo a sviluppare o – al contrario – tendiamo a sovrasviluppare il radicamento con la materia, che è la nostra primaria fonte di energia. Mentre pensavo a come strutturare questa sezione sul primo demone, mi sono venuti in mente gli uomini primitivi: avevano paura, quando cacciavano? E – se sì – era paura di morire per i colpi dell’animale o paura di morire di fame nel caso in cui la caccia non fosse andata a buon fine? La risposta, forse, è che non avevano neppure il tempo di provare paura e – se mai si fossero concessi il “lusso” di averne – probabilmente ne sarebbero rimasti paralizzati e il rischio di morire sarebbe aumentato esponenzialmente. Oggi, invece, il nostro meccanismo di attacco/fuga è sempre attivo e questo ci porta ad impiegare male la nostra energia, a dirigerla verso gli scopi sbagliati e a sprecarla. E il coraggio non è la risposta alla paura. Perché? Perché il coraggio del nostro tempo non è “vero” coraggio. È una tendenza diffusa, ormai, quella di scambiare atteggiamenti altezzosi, spavalderia, spocchia, boria o alterigia per coraggio, ma questi comportamenti sono spesso delle corazze dentro cui ci barrichiamo quando ci vergogniamo di mostrare la nostra sensibilità. L’ossessione di essere considerate persone forti e potenti prende il sopravvento sul bisogno di lasciarsi andare all’indulgenza, e la paura che gli altri abbassino il livello di stima nei nostri confronti fa sì che si produca uno squilibrio nel primo chakra. Tale immagine illusoria e distorta, in contrasto con le nostre sensazioni autentiche, ci porta al demone del secondo chakra: il senso di colpa. Il senso di colpa è la paura di essere sbagliati, la paura di non rispondere ai canoni che la nostra società ci impone. È strettamente collegato alla vergogna (demone del terzo chakra) poiché entrambi ci fanno credere che  ciò che proviamo sia sbagliato o – addirittura – non sia lecito. Temiamo le ripercussioni che potrebbero avere su di noi le sensazioni che proviamo e – complice un grave impoverimento della lingua italiana – non sappiamo neppure dare un nome al nostro sentire. Coviamo la paura di essere derisi o allontanati dal gruppo o dai gruppi a cui apparteniamo, che siano essi la famiglia, la comunità religiosa, i colleghi d’ufficio o la compagnia di amici, poco importa, ciò che temiamo è di perdere quei privilegi legati al gruppo (protezione, approvazione, consensi, ecc.) e di rimanere soli. Questo accade anche perché abbiamo un’idea errata di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Giusto e sbagliato, infatti, non indicano necessariamente lecito e illecito in quanto i primi due riguardano leggi naturali, mentre gli altri due sono legati a leggi artificiali (e, in alcuni casi, artificiose), cioè create dall’uomo. Le regole della specie si scontrano con le regole della società che non tengono conto di emozioni e sensazioni… E qui entra in gioco il giudizio. Abbiamo conferito a delle autorità il compito ingrato, pericoloso e – lasciatemelo dire - praticamente impossibile di giudicare il nostro operato di cittadini, perché temevamo che regolandoci sulla base delle sole leggi naturali saremmo state creature crudeli e avremmo fatto cose orribili, essendo fuori controllo. Ma siamo sicuri che ciò che viene giudicato giusto sia giusto in assoluto e che ciò che viene giudicato sbagliato lo sia in assoluto? Il giudizio è un’arma a doppio taglio: c’è chi sale in cattedra per giudicare perché pensa che, così facendo, sarà “immune” dal giudizio altrui e c’è chi non lo fa, proprio per lo stesso motivo, cioè per la paura di essere sottoposto a giudizio. E il giudizio può arrivarci da altri, ma anche da noi stessi, pertanto incute ancora più timore! Per questo timore mettiamo a tacere persino il gusto personale, provando vergogna per ciò che desideriamo e senso di colpa per il solo fatto di desiderarlo. Tutto ciò ci porta ad eliminare il desiderio dalla nostra vita, a soffocarlo per paura della sofferenza, comportamento – questo – che produce grande frustrazione. Così raccontiamo e ci raccontiamo bugie, mentiamo a noi stessi e agli altri, per paura della verità, e negli altri ci rispecchiamo, vedendo menzogne ovunque. È proprio così: la verità terrorizza quanto la menzogna; vogliamo sapere, ma temiamo di sapere; temiamo le bugie, ma siamo i primi a dirle, se non agli altri, quantomeno a noi stessi. È il demone del quinto chakra, la bugia; è quel nodo in gola che sentiamo quando non possiamo o non vogliamo dire qualcosa o – al contrario – è quella logorrea inarrestabile che ci fa assomigliare ad un fiume in piena…
E, se parliamo di desideri, non possiamo non fare una distinzione tra desideri e bisogni: il desiderio è ciò che vuoi perché ti piace, mentre  il bisogno è ciò che vuoi perché ti serve. In quest’ultimo caso, in particolare, la nostra attenzione si concentra sulla mancanza e sul verbo “dovere”. Chiarissimi i motti con cui erano scandite le mie giornate da bambina: “Prima il dovere e poi il piacere” e “L’Erba Voglio non cresce neanche nel giardino del Re”. Purtroppo, tra i desideri, ci sono quelli autentici e quelli indotti: i primi contengono quelle cose che vogliamo a prescindere dalle influenze esterne, i secondi – invece – ci vengono inculcati dalla pubblicità e dal mercato, attraverso la creazione del bisogno. E diventiamo incapaci di distinguere il bisogno dal capriccio, il necessario dal superfluo e – per estensione – anche tutto ciò che riguarda i diritti viene inficiato dal condizionamento esterno. A proposito di desiderio è poi importante menzionare anche quella particolare forma di desiderio che si sviluppa per la paura della perdita: si tratta del demone del settimo chakra, ovvero il demone dell’attaccamento. Provoca il bisogno di accaparramento o – nei casi che riguardano le relazioni umane – la dipendenza affettiva. Per coloro che si lasciano soggiogare da questo demone, la paura dell’abbandono è fortissima: queste persone non riescono a disfarsi di ciò che possiedono, non sanno lasciare/si andare, oppure temono di essere lasciati soli. Chi è preda di uno squilibrio nel settimo centro energetico  potrebbe dunque avere difficoltà nell’essere autonomo e probabilmente non sa distinguere il confine tra penuria e abbondanza, tra povertà e ricchezza. Persino la paura dell’oblio rientra, secondo me, nel raggio d’azione di questo demone: oggi più che mai bramiamo la notorietà, la fama e – perché no? – la cosiddetta “gloria” e temiamo  di essere invisibili o di essere dimenticati.
 Un po’ del settimo e un po’ del terzo demone ha, invece, la paura di perdere il controllo, per via  di una intrinseca/implicita ossessione  nei confronti dei confini. Il dilemma è atroce: difesa dei confini contro desiderio di espansione! La seconda opzione porta con sé molti vantaggi, tra i quali figurano la crescita interiore e l’aumento di “potere”, ma sussiste anche la possibilità che tali vantaggi degenerino in sete di dominio o manie di controllo. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che in ogni istante della nostra vita siamo – contemporaneamente – carcerieri e carcerati di noi stessi (e degli altri, in qualche modo). Ci hanno insegnato, fin da quando eravamo piccoli, che dobbiamo controllarci, contenerci, dominarci. L’unica strategia (inefficace e deleteria) che abbiamo sperimentato per arginare questo fenomeno di autocontrollo è quella che prevede il dominio degli altri perché speriamo sempre che, così facendo, loro non controllino noi (come in una sorta di attacco preventivo). Temiamo la disobbedienza (nostra e altrui) perché essa rappresenta una forma di libertà; temiamo la trasgressione perché, come dice la parola stessa, ci porterebbe “oltre”, in un territorio a noi sconosciuto, forse oltre i nostri limiti, al di là del nostro ristretto mondo mentale…
In tutto questo mio peregrinare, però, non mi sono dimenticata del demone del quarto chakra: il dolore. Nell’epoca degli analgesici, non è tanto il dolore fisico che ci fa paura, quanto quello dell’anima. La sofferenza, la tristezza, la depressione, sono tutti demoni caratteristici del nostro tempo, e dalla ricerca della vera felicità allo stordimento/ottundimento dei sensi ad opera di palliativi/anestetici inutili e pericolosi (come alcool e droghe) il passo è breve, purtroppo. Dov’è finita l’unica “droga” veramente efficace, ovvero l’amore?
Per quanto riguarda, invece, il demone del sesto chakra (l’illusione), possiamo dire che il suo “cibo” prediletto è l’ossessione. Più o meno a tutti sarà capitato, almeno una volta nella vita, di avere un’idea fissa in testa, ecco, quell’idea ha il potere (se lasciata agire indisturbata) di condizionare molte delle nostre scelte/azioni quotidiane. Ci convinciamo di qualcosa, non importa di che cosa, e non siamo più in grado di vedere il mondo fuori da quella interpretazione.
Altri blocchi/eccessi che, secondo me, andrebbero annoverati tra i demoni sono: l’ansia, la già citata libertà (vs schiavitù), il fallimento e il suo opposto (il successo), il tempo e l’ozio con il suo contrario, ovvero la produttività; e, per chiudere, il demone della rabbia e quello del silenzio/rumore.
Vittime dell’ansia (soprattutto quella da prestazione), viviamo ogni nostro fallimento (ovvero ogni caduta), piccolo o grande che sia, come una personale inadeguatezza alla vita, alimentando – in tal modo – il senso di colpa. “Ho fallito” non equivale a “sono un fallito”: ricordiamocelo! E, se proprio dobbiamo rincorrere degli obiettivi, facciamo almeno in modo che siano i nostri sogni e non quelli di altri…
Questo ci porta alla famigerata libertà: essere liberi significa non avere condizionamenti (esterni o interni), ma anche assumersi tutte le responsabilità delle proprie azioni. La libertà fa paura perché così come ci permette di fare ciò che è meglio per noi (nel rispetto della libertà altrui), ci scarica addosso tutto il peso di ciò che facciamo (nel bene e nel male)! In questa società, in cui abbiamo barattato la nostra libertà con un illusorio stato di sicurezza, abbiamo perso anche un’altra cosa: il potere. Il potere delle decisioni e dell’autonomia con tutto ciò che esse comportano.
Proprio così, abbiamo perso il potere e siamo diventati vittime del suo opposto, ossia il demone dell’impotenza, non tanto quella legata alla virilità (ancora oggi, nel 2020, un tabù) quanto quella umanitaria. Quando notiamo qualcosa che non va, nel nostro piccolo o su più vasta scala, non siamo in grado di contrastare quel qualcosa. Il potere, per contrasto, è un modo per fronteggiare i problemi, ma – soprattutto – un modo per decidere cosa è meglio per noi.
“Il potere non è una cosa, ma un modo […] Possediamo potere quando osiamo vivere in modo autentico, quando entriamo in noi stessi e diciamo la nuda verità. Più osiamo assumerci dei rischi, porci in discussione o resistere alla pressione di andare contro i nostri sentimenti, più facile diventa. Il potere giunge quando siamo disposti a compiere degli errori e ad assumercene la responsabilità, a imparare da essi e a correggerli […] Il potere è la capacità di determinare il nostro destino”. [Pp. 225 e 226 de “Il libro dei chakra”].
“L’autorità ci solleva dalla responsabilità di un’azione indipendente”. [Cit. Starhawk, da pag. 244 de “Il libro dei chakra”].
“[…] viviamo col vuoto dentro. Essendo vuoti dentro, il nostro mito culturale ci dice che la potenza sta al di fuori di noi, nell’approvazione degli altri, nei gadgets tecnologici o in un dio lontano e autoritario. E così impoveriamo noi stessi, le nostre risorse e il nostro pianeta, cercando di raggiungere un potere esterno, un potere su qualcuno, un potere che ci renderà solo schiavi”. [Pag. 244 de “Il libro dei chakra”].
Confondiamo troppo spesso il potere con il dominio, dimenticando che il potere è un mezzo, mentre il dominio è un fine, solitamente poco nobile.
Ricapitolando, essere liberi significa avere il potere di decidere cosa sia meglio per noi, in autonomia e senza il condizionamento (implicito o esplicito) di una qualsiasi autorità a noi esterna.
Ma veniamo alla rabbia. Può scaturire da un rifiuto, dalla sopracitata impotenza, dalla disperazione, dall’indifferenza altrui, dalla frustrazione o da molte altre cose. Di solito, il mondo si divide in coloro che la sfogano in maniera distruttiva, in quelli che la convogliano in un progetto costruttivo e in coloro che la trattengono, trasformandola in rancore o – addirittura – in vendetta. È spesso equiparata all’ira o alla collera, ma – in realtà – è un’evoluzione (in negativo) di queste due emozioni che, invece, sono foriere di reazioni pressoché immediate a quella che consideriamo un’ingiustizia. Ecco, la rabbia è quel che ci avviluppa se non esprimiamo subito il nostro dissenso. Si vede più rabbia che ira, ultimamente, soprattutto sui social. La paura di sfogarci ci fa trattenere e il trattenerci ci fa – per dirla in modi figurati - “rodere il fegato” o “ci fa venire il sangue amaro”. E d’altronde i detti popolari hanno sempre un fondo di verità: il fegato, infatti, produce la bile (altro modo per definire la rabbia), un liquido giallo, dal sapore amaro. [Si dice anche: “Rodersi dalla bile”].
E poi c’è il tempo. Siamo ossessionati dall’idea di non avere tempo, eppure lo sprechiamo in tutti i modi possibili. La tecnologia, a tal proposito, ci ha fatto tanti doni, ma noi li abbiamo impiegati e continuiamo a impiegarli in maniera impropria, impedendoci di vivere serenamente ogni istante. Come strani carcerati o ladri maldestri, ci illudiamo di poter rubare tempo al tempo, ritagliandoci qualche ora di libertà tra una prigionia e l’altra, riducendoci a vivere soltanto una manciata di minuti alla settimana. Se e quando riusciamo a concederceli…
Strettamente legati al tempo e all’ansia da prestazione ci sono, poi, il demone dell’ozio e quello della produttività. Due concetti agli antipodi eppure così vicini nelle loro conseguenze estreme: entrambi possono sfociare in un profondo nichilismo, visto come annientamento della personalità. La noia improduttiva e l’eccessiva attività sono parimenti deleterie per l’essere umano, se protratte a lungo!
E chiudiamo col demone del silenzio/rumore.
“Come ci è possibile ascoltare le nostre vibrazioni individuali in un mondo assordato dai boati della civiltà? Come possiamo esprimere la nostra verità quando si oppone al conformismo istituzionalizzato della conversazione educata? Nel regno sottile del quinto chakra, come potremo trovare la pace necessaria per ascoltare la verità che ci portiamo dentro?” [Pag. 357 de “Il libro dei chakra” di Anodea Judith, Neri Pozza].
Vero. Ma se il rumore (sia quello fisico sia quello psichico) non ci permette di ascoltare noi stessi, è anche vero il contrario: abbiamo paura del silenzio. Da una parte lo bramiamo, dall’altra lo rifuggiamo perché ci permetterebbe di dare spazio ai nostri desideri, alla “nostra verità” e potremmo scoprire che quest’ultima non collima con ciò che ci hanno insegnato o con ciò che ogni giorno ci viene imposto. Sentiremmo il bisogno di trovare la nostra personale autenticità e questo, probabilmente, ci allontanerebbe dal mondo che abbiamo costruito con tanto sacrificio e rinunciando a noi stessi; ci lascerebbe senza quelle false certezze in cui abbiamo fatto lo sforzo di credere per tanto, troppo tempo, ma – in cambio – ci fornirebbe l’opportunità di cercare/trovare la nostra strada.
Molti altri demoni pasteggiano con la nostra paura e si nascondono tra le pieghe della nostra civiltà: l’abitudine, l’indifferenza, l’odio, sono solo alcuni di questi mostruosi tarli…
A questo punto sorge un interrogativo inevitabile: come si sconfigge la paura?
Penso che la conoscenza sia fondamentale, senza di essa  infatti – siamo inermi e vulnerabili. L’ignoranza è – per dirla tutta - la principale alleata della paura…
L’ascolto è un altro efficace mezzo di contrasto: ascoltare davvero, noi stessi e gli altri, senza pregiudizi, senza saltare a conclusioni affrettate…
Il desiderio, quello autentico, è un grande aiuto per sapere quale strada percorrere, ma solo se accompagnato dalla volontà (di fare, di essere, di diventare). E non parlo di una volontà forzata dal bisogno o dal dovere, bensì di quella volontà che nasce e si sviluppa come spinta interna e individuale, indipendente dal volere collettivo…
Lo sviluppo dei sensi è un altro fattore che può contribuire a farci prendere coscienza del mondo interno e di quello esterno a noi…
L’amore e la fiducia e – perché no? – forse anche la compassione e la solidarietà possono rivelarsi utilissimi…
E – se me lo permettete – aggiungerei anche la consapevolezza di essere cellule di un organismo vivente che, seppur sconfinato (o, forse, proprio perché sconfinato) può colmarci di energia…