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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

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mercoledì 21 aprile 2021

IL GABBIANO JONATHAN LIVINGSTON

 

IL GABBIANO JONATHAN LIVINGSTON di Richard Bach, Bur (Rizzoli)

“Il gabbiano Jonathan Livingston non è come tutti gli altri. Là dove i suoi simili, schiavi di becco e pancia, si limitano a composti viaggetti per procurarsi il cibo inseguendo le barche da pesca, lui intuisce nel volo una bellezza e un valore assoluti. Tanto basta per meritargli il marchio dell’infamia e l’allontanamento dallo stormo Buonappetito. Solo, audace, sempre più libero, Jonathan il Reietto scopre l’ebbrezza del volo acrobatico e varca i confini di altri mondi, altre dimensioni abitate da gabbiani solitari simili a lui nella spasmodica fame e sete di perfezione. Ne diventa la guida, il capo indiscusso, e tra i compagni incontrerà chi senza saperlo è pronto a raccogliere la sua eredità”.

 

“Possiamo elevarci dall’ignoranza, possiamo scoprirci creature straordinarie, intelligenti e capaci, Possiamo essere liberi! Possiamo imparare a volare!” [Pag. 27]

Possiamo superare i nostri limiti. Possiamo farlo proprio perché siamo creature meravigliose; perché la perfezione esiste e “il nostro scopo nella vita è trovare quella perfezione e manifestarla”. E perché “scegliamo il nostro prossimo mondo in base a ciò che apprendiamo in questo. Se non impari niente, il prossimo mondo sarà identico a questo, con tutti gli stessi limiti, le stesse zavorre”. [Pag. 55]

Il prossimo mondo non è necessariamente quello in cui avverrà la nostra prossima reincarnazione. Il prossimo mondo può manifestarsi già qui, ora, semplicemente riconoscendo di voler essere liberi. Non è necessario morire fisicamente, per rinascere: ogni cambiamento è una morte. Ogni superamento dei nostri limiti è un superamento di noi stessi perciò davanti a noi si spalanca un nuovo mondo ad ogni mutazione. Per questo, se non cresciamo, se non cerchiamo le nostre aspirazioni, non otterremo mai più  del mondo in cui abbiamo sempre vissuto. Per vivere in un mondo migliore non bisogna aspettare che siano altri a crearlo, bisogna adoperarsi per crearselo da soli, vale a dire in autonomia. E poi, quando si sono superati i propri limiti, “si scompare” (così è scritto nel libro di Bach) perché la terra è diventata troppo limitata per contenerci. “Scomparire” è un altro modo per dire che non siamo più al livello di prima, così chi ha deciso di non “innalzarsi” con noi non è più in grado di vederci. Il gabbiano Jonathan non si limita a sperare che le cose cambino, lui lotta perché il cambiamento avvenga. Dimostra al suo stormo che il volare non è solo  il modo per sopravvivere, ma anche e soprattutto lo scopo della vita. Anzi, è la vita stessa. Si nasce per volare e quella del volo è una bella metafora a sostegno del fatto che sia necessario perseguire alte aspirazioni, tendere al miglioramento e alla crescita, (puntare in alto se preferite), ricercare sé stessi in qualcosa (o Qualcosa) di più grande ed elevato. Da questo deduciamo che esistono due modi di volare: uno è facendo lo stretto indispensabile per sopravvivere e l’altro è votandosi alla libertà per vivere davvero.

“Vede più in là il gabbiano che vola più in alto”. [Pag. 72]

Volare significa mettere le ali al pensiero, significa cambiare il punto di vista, superare i propri limiti, crescere. “Volare è molto più che limitarsi a sbatacchiare le ali da un posto all’altro!” [Pag. 74]

Volare è  qualcosa di intenzionale, è volontà. Non a caso è stato coniato quel famoso detto che recita: “Volere è volare!”

Volare è desiderare di sentirsi liberi e lasciarsi colmare dalle idee così da avere qualcosa da realizzare (e per cui vivere). Guardare in faccia la bellezza con gli occhi di Eros, fino a raggiungere una forma di estasi e ritornare, poi, alla realtà portando “in grembo” un’idea da “partorire”. Come si partorisce? Condividendo, insegnando ciò che si è appreso, o anche semplicemente realizzandolo. L’Iperuranio di Platone, la Maieutica di Socrate…

“Il paradiso non è un luogo, e non è un tempo. Il paradiso è essere perfetti. […] Raggiungerai il paradiso nel momento in cui raggiungerai la velocità perfetta”. Il che non vuol dire volare a una certa velocità (cioè a un certo numero di chilometri/miglia all’ora), “perché qualunque numero è un limite, e la perfezione non ha limiti. La velocità perfetta è esserci”. [Pag. 56-57]

Allora la perfezione che cos’è?

Se ho ben capito, è andare incontro alla libertà. E nel momento in cui decidiamo di voler essere liberi, di voler spezzare le catene dei limiti, siamo già a metà della strada per la perfezione. L’altra metà si percorre facendo del proprio meglio in ogni cosa fino ad arrivare alla pace coi sé  stessi. Non è un atto di egoismo in quanto una buona parte del nostro cammino prevede che condividiamo con gli altri ciò che abbiamo appreso. Ognuno raggiunge la perfezione nel momento in cui sta bene con sé stesso, nel momento in cui sente di essere pervaso dalla pace interiore. Ognuno è perfetto a modo proprio.

Il gruppo è un’agevolazione o un ostacolo?

Il gruppo è un organismo plurivalente: da una parte può fornire appoggio, protezione e compagnia mentre dall’altra può rivelarsi una gabbia di regole, costrizioni e impedimenti. Ma queste non sono le uniche funzioni cui può assolvere un gruppo (o, per restare in tema, uno stormo). Se composto da individui coraggiosi , questo organismo può far crescere i propri membri attraverso la solidarietà e soprattutto la condivisione delle esperienze. Ma alla condivisione torneremo tra un po’.

A un certo punto compare una frase che mi ha lasciata assai perplessa: “Per volare veloce come il pensiero, e andare ovunque devi convincerti che sei già arrivato”. [Pag. 68]

Ho sempre pensato che convincersi di non avere più obiettivi, di sapere già tutto e di non avere più nulla da imparare fosse la peggior forma di ignoranza. Così ho letto e riletto questa frase, preda di un profondo turbamento, e più la rileggevo più mi sembrava di leggere qualcosa come: se vuoi guarire devi pensare di essere già guarito. Provavo un certo fastidio davanti a questo punto di vista. Poi, però, poche righe dopo, ho ribaltato la mia prospettiva quando ho letto queste righe: “Il trucco era sapere che la sua vera natura viveva ovunque nello stesso momento, perfetta come un numero non scritto, nello spazio e nel tempo”. [Pag. 69]

L’insieme dei tuoi tanti “io” fa sì che tu sia unico proprio perché molteplice, speciale proprio perché perfetto e  perfetto dal momento in cui decidi di essere te stesso. Raggiungi la perfezione ogni volta che ti poni un obiettivo in linea con te stesso e lo consegui. Essere te stesso è l’obiettivo più grande  cui tu possa aspirare perché fatto di tante piccole tappe. Se ti accorgi di ogni tappa, le dai il giusto riconoscimento e trovi i coraggio di esserne felice, allora significa che il miracolo della perfezione si è appena manifestato a te, in te e attraverso di te. Per chi ha a cuore la Bibbia,  siamo tutti figli di Dio, creati a Sua immagine e somiglianza; perfetti non perché privi di difetti bensì per merito di quelle caratteristiche che ci rendono unici. Tendere alla perfezione significa ricordarci che siamo nati per essere creature meravigliose, per splendere della nostra vera natura; che possiamo diventare qualsiasi cosa se solo troviamo il coraggio di immaginare che dentro di noi abbiamo il potenziale necessario per esserlo. Il coraggio è fondamentale. Anche quello per capire che il tempo non è un ostacolo perché non esiste e che il passato e il futuro sono fusi in ciò che comunemente chiamiamo “presente” (che potremmo benissimo intendere come “eternità”). D’altronde, quando ricordiamo il passato siamo nel presente e lo stesso accade quando immaginiamo il futuro. Un gioco molto stimolante che vi consiglio col cuore consiste nello stravolgere a tal punto l’idea di tempo da concepire la possibilità di ricordare il futuro e immaginare il passato… Quel “convincersi di essere già arrivati”, dunque, acquista tutta un’altra valenza, non trovate? O, almeno, a me piace pensare che sia così. Difatti:

 “[…] li esortava a non smettere mai di imparare, di esercitarsi, di sforzarsi di capire sempre più a fondo il perfetto principio invisibile di tutta la vita”. [Pag. 71]

“Tutto il vostro corpo […] non è altro che il vostro pensiero stesso in forma visibile. Spezzate le catene del pensiero e spezzerete anche le catene del corpo…” [Pag. 87]

 “[…] il suo modo di dimostrare amore era donare parte della verità che aveva capito a un gabbiano che cercasse solo il modo di vederla”. [Pag. 72]

Ecco che tutto torna: è possibile crescere da soli, ma senza l’aiuto degli altri non si supereranno mai certi limiti. Siamo allievi e maestri per tutta la vita; non si può imparare senza insegnare e non si può insegnare senza imparare (e senza aver imparato). Il primo passo consiste nel capire chi si è veramente e cominciare a farne pratica, stando a quanto scritto a pagina 94. Poi:

“Tu devi solo continuare a scoprire te stesso ogni giorno di più a scoprire il vero Gabbiano Fletcher, quello privo di limiti. È lui che devi scoprire, è lui che devi esercitarti ad essere”. [Pag. 103]


“Non credere a ciò che ti dicono i tuoi occhi. Tutto ciò che vedono è limitato. Guarda con l’intelletto, scopri ciò che già sai, e troverai il modo di volare”.  [Pag. 103]

Essere è ricordare…

Se leggerete questo libro (magnifico, a parere mio), vi accorgerete sicuramente dei numerosissimi riferimenti alla Bibbia e ai Vangeli. Qui di seguito ve ne suggerisco qualcuno:

·        Jonathan Livingstone è velatamente rappresentato come il Messia, chiamato (non a caso) “il Figlio del Grande Gabbiano in Persona” (pag. 94), “mille anni in anticipo sul suo tempo”. In quest’ottica, i suoi compagni di volo/allievi sono gli Apostoli. Partendo da questo presupposto, si  ravvisano molte somiglianze tra il modo in cui fu trattato Gesù e il modo in cui viene trattato Jonathan… Senza contare il messaggio che entrambi hanno tentato di portare su questa terra: “Quello che è venuto a dirci è che siamo in grado di volare” (pag.112), o – meglio – lo saremmo se solo lo volessimo e, anziché limitarci a teorizzare, ci dedicassimo alla pratica.

·        “[…] un gabbiano è un’idea illimitata di libertà, un’immagine del Grande Gabbiano, e tutto il vostro corpo, […], non è altro che il vostro stesso pensiero”.

Cfr: Gen. 1, 26-27

·        Quando Jonathan guarisce il gabbiano che sostiene di non poter volare perché non riesce a muovere l’ala (pagine 92 e 93), ricorda la guarigione del paralitico di Betesda da parte di Gesù.

Cfr: Gv. 5, 1-16

·        Quando, a pagina 101, Jonathan resuscita il Gabbiano Fletcher, sembra di leggere del miracolo della resurrezione di Lazzaro.

Cfr: Gv. 11, 1-46

·        Vedere per credere… [Cfr. pagine 124 e 125 con Gv. 20, 24-29 e Gv. 4, 43-54]

·        “Ma io non chiedo onori. Non desidero essere il capo. Voglio solo condividere ciò che ho scoperto, mostrare gli orizzonti che si aprono davanti a tutti noi”. [Pag. 34] Cfr: Mc. 10, 42-45

·        A pagina 118 c’è una replica perfetta del comportamento dei fedeli in Chiesa, ad ascoltare sermoni e prediche su un uomo che non ha mai voluto (esattamente come il Gabbiano J.L.) essere venerato! Il problema è che la Chiesa ha innalzato Gesù a livelli tali che se l’uomo provasse a seguire il suo esempio sarebbe considerato blasfemo o eretico. La Chiesa in quanto Istituzione religiosa gradisce e predilige maggiormente umani imperfetti e peccatori penitenti rispetto a individui consapevoli del fatto che - in quanto figli di Dio, fatti a Sua immagine e somiglianza – si può aspirare alla perfezione anche in terra. Abbiamo creato degli “alibi terminologici” per sperimentare la libertà: dicendo che cerchiamo di “scoprire ciò che è vero” ci permettiamo di nascosto qualcosa che avremmo tutto il diritto di attuare alla luce del sole. È facile e comodo parlare di bontà, amore, gentilezza, fratellanza e solidarietà, ma praticare questi valori è tutta un’altra faccenda. È facile e comodo attribuire la bellezza dei miracoli e la responsabilità della loro realizzazione a Dio o a Suo Figlio; tutt’altra cosa è impegnarsi a diventare miracoli o, ancor meglio, a essere miracoli viventi. La Fede è diventata uno sforzo; sono subentrate le superstizioni (pag.119); Gesù è diventato un Mito, una Leggenda, una favola da raccontare anziché da sperimentare nella pratica. Tutti i gabbiani possono fare ciò che fa J.L. e Giovanni, nel capitolo 14 del suo Vangelo (vv 11 e 12), parlava negli stessi termini.

·        “Tu devi solo continuare a scoprire te stesso ogni giorno di più a scoprire il vero Gabbiano Fletcher, quello privo di limiti. È lui che devi scoprire è lui che devi esercitarti ad essere”. [Pag. 103]

Cfr: Gv. 14, 1-14  Vado a prepararvi un posto…

“Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio  abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado conoscete la via. Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.

Sei stato, sei e sarai molte cose. Dentro di te convivono tanti “io”; le strade che ti si parano davanti sono numerose. Seguire il proprio “vero io” non è cosa facile né semplice… “Io sono la via, la verità e la vita” è un po’ come dire che l’Io è la Via che devi percorrere (seguendoTi) per arrivare alla Verità che sei e che alberga in Te. Il fondamento della Vita risiede proprio in questa scoperta di sé. Segui il tuo istinto e le tue intuizioni e non sbaglierai (come Vassilissa seguiva la propria bambola e non sbagliava mai).

Mc. 10, 17-22   Lascia tutto e seguiti…

“Gesù gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni”.

Ma qual è il bene più prezioso che possiedi? Te stesso, esatto. E i beni materiali, per quanto numerosi o preziosi possano essere, non saranno mai minimamente paragonabili a te. L’avarizia (soprattutto quella nei confronti di se stessi) è un vizio terribile!

Segui il tuo Io…

Franco Battiato, nella canzone  composta insieme a Manlio Sgalambro e intitolata “Il mantello e la spiga”, cantava: “Lasci un’orma attraverso cui tu stesso ti segui nel tempo e ti riconosci”. “Lascia tutto e seguiti”.

Ma abbiamo già visto che il tempo e lo spazio sono concetti relativi, per cui decidere di abbandonare le zavorre e iniziare a seguire se stessi è già essere se stessi. Immersi come siamo nell’eternità, ogni cosa scritta nel futuro è già avvenuta, potrebbe già essere avvenuta o – magari - sta accadendo proprio adesso... È complicato, lo so, ma è fondamentale allargare l’orizzonte spaziale tanto da contemplare l’infinito e allargare l’orizzonte temporale tanto da contemplare la già citata eternità. Solo così avverranno i miracoli…

Bellissima, a questo proposito, la citazione  di pagina 74:

“Se la nostra amicizia dipendesse da cose come lo spazio e il tempo, quando finalmente supereremo lo spazio e il tempo avremo distrutto la nostra fratellanza! Superiamo lo spazio, e tutto quello che ci resta  è il Qui. Superiamo il tempo, e tutto ciò che ci resta è l’Ora. E nel bel mezzo del Qui e dell’Ora non credi che potremmo vederci qualche volta?”

Ci sarebbero ancora tantissime cose da dire su questo testo, riferimenti da fare, concetti da approfondire, ma per adesso è meglio fermarsi qui. Per chiudere, vi consiglio caldamente la nuova edizione della Bur (Rizzoli), quella col capitolo inedito e le magnifiche immagini di gabbiani disseminate tra le pagine. E che dire, poi, della splendida nota finale, a cura dello stesso autore, sul dono dell’immaginazione e sul potere dello scrittore, ovvero le parole.

Volate, amici e amiche! Siate liber* di essere voi stess*!

 

 



martedì 8 settembre 2020

F. Dostoevskij, "Delitto e castigo", Einaudi.

 

Dostoevskij, "Delitto e castigo", Einaudi Traduzione di Emanuela Guercetti.

“Ma è la malattia che genera il delitto, oppure è il delitto stesso che, quasi per sua natura, è sempre accompagnato da qualcosa di simile alla malattia?” [Pag. 85]

Chi è Rodion Romanovič Raskol˝nikov:

“[…] era molto pallido, distratto e cupo. Esteriormente somigliava un po’ a un ferito o a una persona che provasse un forte dolore fisico: teneva le sopracciglia aggrottate e le labbra serrate, il suo sguardo era infiammato. Parlava poco e malvolentieri, quasi sforzandosi o per assolvere un obbligo, e i suoi gesti tradivano a tratti una certa irrequietezza”. [Pag. 258]

Il volto pallido e cupo (chiaro/scuro) rende giustizia alla duplice natura del personaggio di R. L’esterno riflette l’interno, per così dire, in una lotta costante del protagonista con se stesso, con l’altro se stesso… La dissennatezza in contrasto con la ragione, il piacere nel tormento, la paura che si insinua in una personalità spavalda, impavida e sprezzante di ogni pericolo. La generosità di R. si trova spesso a guerreggiare contro un egoismo, un orgoglio e una spietatezza senza confini. La luce e l’oscurità fanno parte in egual misura della natura del protagonista e il lettore si trova a oscillare da un lato caratteriale all’altro, senza sosta. La lucidità mentale sarà messa continuamente in discussione dalla confusione, il delirio e la pazzia prenderanno spesso il sopravvento sulla sanità, mantenendo costante la tensione; gli impulsi autodistruttivi di R. metteranno alla prova il suo autocontrollo, generando uno stato di inquietudine, di irrequietezza. Persino sogni e realtà arriveranno a confondersi. Vividi ricordi e tormentose amnesie si batteranno su un terreno di fervide elucubrazioni. In questo clima di ansia e angoscia, però, l’attenzione del lettore rimarrà sempre accesa per dargli modo di seguire i personaggi e le vicende con occhio vigile e con spirito critico. Ciò che, invece, pian piano andrà sgretolandosi è la certezza. Inevitabile, ad un certo punto, sarà domandarsi se R. sia davvero colpevole…

R. vede le cose come attraverso un filtro che lo porta a vedere ciò che crede di vedere e a credere a ciò che pensa di vedere, sicché neppure il lettore potrà fare a meno di covare dei dubbi su tutta la faccenda.

“Forse sono pazzo sul serio, e tutto quel che è successo in questi giorni, tutto, forse, è frutto della mia immaginazione…” [Pag. 341]

“[…] è cupo, scostante, superbo e orgoglioso; negli ultimi tempi (e forse anche da molto prima), sospettoso e ipocondriaco. Generoso e buono. Non ama esprimere i propri sentimenti e preferisce mostrarsi crudele piuttosto che rivelare il suo cuore con le parole. A volte, del resto, non è affatto ipocondriaco, ma semplicemente freddo e insensibile, al limite della disumanità: davvero, è come se in lui si alternassero a turno due caratteri opposti. A volte è terribilmente taciturno! Non ha mai tempo, tutti lo disturbano, ma intanto se ne sta sdraiato e non fa niente. Non ama canzonare, e non perché gli manchi lo spirito, ma come se non avesse tempo per certe banalità. Non ascolta fino in fondo quello che gli dicono. Non s’interessa mai a ciò a cui s’interessano tutti gli altri in quel momento. Ha un’opinione tremendamente alta di sé, e a quanto pare non senza motivo”. [Pag. 250]

“Lui non ama nessuno; e forse non amerà mai nessuno”. [Pag. 250]

La chiave di tutto è in quel “forse”. L’amore può fare miracoli per gli animi tormentati e potrebbe avere effetto anche sull’animo di R., ma avverrà questo miracolo? Naturalmente lo scoprirete alla fine del romanzo…

“[…] e arriverai a un limite tale che, se non riuscirai a superarlo, sarai infelice, ma se lo supererai, forse sarai ancora più infelice…” [Pag. 264]

Inaffidabile, arrogante e facilmente irritabile, imprevedibile e fortemente intrigante, può risultare antipatico fino all’estremo limite della sopportazione oppure affascinare al punto che ci si può innamorare di lui, perché “è vero che un uomo armonico quasi non esiste; su decine, o forse su molte centinaia di migliaia se ne incontra uno, e comunque sono esemplari piuttosto mediocri…” [Pag. 263]

Il dualismo caratteriale di R. si rispecchia, inoltre, nel contrasto tra idea (“monomania”) personale (ed egoistica) e ideale con fini altruistici.  R. avrebbe potuto uccidere la vecchia usuraia per due ragioni: per liberare se stesso e gli altri debitori dalla schiavitù del denaro oppure  per dimostrare a se stesso di avere la stoffa (e di non avere scrupoli) per diventare un uomo di una certa caratura. Pensa in grande, R., riesce persino a scorgere la grandezza nelle persone più umili, sa leggere nei loro cuori, ma questa sua arguzia è nascosta da uno spesso strato di ottusità che gli impedisce di sviluppare e di mettere in pratica i talenti a sua disposizione per scopi più nobili e lodevoli. E non è tutto. R. ha fretta, è impaziente di diventare “grande”, di dimostrarsi “speciale”, dunque non sa aspettare e dalla vita vuole tutto e lo vuole immediatamente.

«La vecchietta non vuol dire niente! – pensava con foga concitata. – La vecchia forse è stata anche un errore, non si tratta di lei! La vecchia è stata solo una malattia… io volevo fare il salto al più presto… non ho ucciso una persona, ho ucciso un principio! Il principio l’ho ucciso, ma il salto non l’ho fatto, sono rimasto da questa parte… Sono stato solo capace di uccidere. Anzi, ora si scopre che neanche di questo sono stato capace… […] No, a me la vita è data una volta sola, e non ne avrò mai un’altra: non voglio aspettare la “felicità universale”. Voglio vivere per me stesso, altrimenti meglio non vivere affatto». [Pp. 317-318]

IL TITOLO

Sul perché nel titolo di questo libro ci sia la parola “delitto” è chiaro fin da subito, ma quel che incuriosisce è la ragion d’essere della  parola “castigo”. È scontato pensare a una punizione di tipo giuridico ed è anche di questo che si tratta. Anche, appunto, ma non solo. Il castigo in cui incorre R. è soprattutto di tipo psicologico: il tormento interiore, la paura contro il desiderio di essere smascherato, la lotta tra l’impulso di farla finita e il rifiuto di suicidarsi, il dolore di non provare pentimento, quasi non avesse una coscienza o – peggio – ne avesse una che… lavora al contrario!

 

 

LA COSCIENZA

“Chi ne ha una, soffra pure, se riconosce l’errore. Sarà il suo castigo, oltre ai lavori forzati. […] Che soffrano pure, se hanno pietà della vittima… La sofferenza e il dolore sono inevitabili per una coscienza vasta e un cuore profondo. Le persone veramente grandi, mi sembra, devono provare una grande tristezza a questo mondo”. [Pag. 307]

Commettere un delitto perché ci si sente “grandi” e lo si vuole dimostrare, ma generare l’effetto opposto. R. ottiene una smentita della propria “grandezza” sul percorso intrapreso per dimostrarla. Costituirsi alla giustizia rappresenterebbe il primo passo verso una nuova vita, ma non basterebbe. La grande assente, qui, oltre all’amore di cui parlavamo poco fa, è la Fede, quella in un Dio. R. non ha quel tipo di sostegno, non direttamente almeno. Chi lo sostiene con la propria Fede in Dio è Sonja, personaggio fondamentale nel cammino del protagonista che potrà sperare in una sorta di Resurrezione, al pari di Lazzaro. Risorgere a nuova vita mentre si è ancora in vita è un’idea che ha il sapore del miracolo, ma Dostoevskij avrà dato al suo personaggio il beneficio di tale miracolo? Non avrete spoiler da me,  (anche se ammetto di essere stata molto tentata dal pensiero di spifferarvi il finale), quindi non vi resta che leggere il romanzo…

Tornando alla coscienza. Leggendo “Delitto e castigo” è stato per me inevitabile stabilire un punto di contatto tra R. e il protagonista di uno dei più bei racconti di Edgar Allan Poe, “Il cuore rivelatore”. Ciò che fa gettare l’assassino nelle braccia della giustizia, anche in questo caso, non è tanto il rimorso (che neppure R. prova), quanto – piuttosto – un’angoscia provocata da un dissidio interiore: sentirsi, nello stesso tempo, invincibili e vulnerabili, grandi e miserabili, limpidi e meschini… Come si può spiegare una sensazione del genere? Probabilmente è come sentirsi ubriachi senza aver bevuto o – al contrario – sobri pur essendo completamente ubriachi. Chissà… Quel che è certo è che sia Poe sia Dostoevskij sono in grado di portare il lettore sulle montagne russe della tensione: dal punto più basso, in cui si crede di essere al sicuro, tranquilli, al riparo da ogni scossone emotivo, in un crescendo del ritmo narrativo, fino all’apice, al parossismo del furore, per poi ripiombare in picchiata verso la disperazione più nera. Si tratta di una frenesia psicologica che disorienta, frastorna e confonde come sotto l’effetto della febbre. L’adrenalina sale all’improvviso e scende allo stesso modo, quando meno ce lo si aspetta.

LA “RELATIVITÀ” DEL MALE

“Delitto e castigo” solleva moltissime questioni morali, ma anche etiche, se vogliamo e – attraverso i dialoghi tra i personaggi – Dostoevskij è riuscito, con grande maestria e dovizia di particolari, a far sorgere dubbi e interrogativi alquanto spinosi quali, ad esempio:

Esiste o no il delitto? Cioè: sussiste davvero il reato se quello che, appunto, chiamiamo “reato” è stato commesso nei confronti di una persona abietta e crudele? Per R. il delitto della vecchia usuraia non è mai stato tale, non può essere – cioè – considerato un vero delitto, bensì un passo falso, un fiasco, uno scivolone in un’idea che avrebbe potuto realizzarsi in una grande opera se fosse andata in porto. R. si è, però, imbarcato in quell’impresa già inconsciamente convinto di non esserne degno, di non meritare la gloria e la grandezza che ne sarebbero derivate. “Vigliaccheria”, la chiama lui ma è più probabilmente senso di colpa, convinzione di non essere all’altezza del gesto stesso e delle sue conseguenze. Oppure, chissà, un piano divino per fargli scoprire le vere ragioni per cui vale la pena di vivere... Ma, questo, il nostro R. non lo ammetterebbe mai apertamente.

Esiste un diritto di compiere il Male? Cioè: esistono uomini, in qualche modo o per qualche motivo, “autorizzati” dalla natura a compiere il Male?

La forza va conquistata con la forza?

E, come già detto in apertura di questo articolo, “è la malattia che genera il delitto, oppure è il delitto stesso che, quasi per sua natura, è sempre accompagnato da qualcosa di simile alla malattia?”

 

INSERIMENTI AUTOBIOGRAFICI

“[…]” l’atmosfera di repressione seguita alle rivoluzioni europee del 1848 spinge la polizia zarista ad azioni drastiche nei confronti di ogni possibile gruppo di presunti rivoluzionari. Il 25 aprile 1849, alle cinque di mattina, Fëdor viene arrestato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi. Rinchiuso nella fortezza di Pietro e polo, presenta una deposizione scritta, ancor oggi straordinaria per intensità di pensiero, indipendenza di affermazioni, dignità del tono: viene poi a lungo interrogato. Il 16 novembre la corte marziale condanna i 21 imputati alla fucilazione. Lo zar commuta la condanna a morte in lavori forzati senza termine ma, secondo una pratica allora in uso, con la clausola che la grazia sia resa nota solo dopo la lettura pubblica della sentenza. Incatenato, Fëdor viene spedito in Siberia: ma gli istanti terribili passati sul palco in attesa dell’esecuzione non saranno facilmente dimenticati (entreranno, fra l’altro, nei materiali de “L’idiota”).

 […] Destinazione del forzato: la fortezza di Omsk. In una tappa del viaggio, a Tobolsk, lo scrittore riceve la visita delle mogli di alcuni decabristi: una di esse gli regala un esemplare del Vangelo, l’unico libro ammesso in carcere, che Fëdor conserverà accanto a sé tutta la vita. Nella fortezza Fëdor passa quattro anni, a contatto con detenuti di ogni genere, provenienza, estrazione: assassini, ladri, stupratori ma anche condannati politici, audaci patrioti, coraggiosi partigiani della libertà.  Tutto materiale che utilizzerà nello scritto autobiografico “Memorie da una casa di morti”. Il suo rapporto con i compagni di pena è sostanzialmente positivo. «Questa gente», scriverà «è pur sempre gente straordinaria. Forse è la gente più capace, più forte di tutto il nostro popolo. Ma queste forze possenti periscono invano, periscono in modo illegale, irrevocabile. E chi ne ha la colpa? Proprio così, chi ne ha la colpa?». Quattro anni di ripiegamento su se stesso: «Spiritualmente solo, io riguardai tutta la mia vita passata, ripassai tutto fino alle più piccole minuzie, mi giudicai inesorabilmente, e benedissi il destino per avermi mandato questa solitudine, senza la quale non sarei giunto a questo severo giudizio su me stesso»”. [Dal volume Garzanti de “Il sosia”]

La maggior parte degli eventi qui sopra riportati sono stati inseriti anche all’interno della trama di “Delitto e castigo”: R. ne diventa il protagonista al posto di Dostoevskij. La deportazione dello scrittore avvenne infatti nel 1849 e “Delitto e castigo” fu scritto molti anni dopo, nel 1866, ma in questo romanzo vengono ripresi anche temi affrontati nei precedenti scritti: il tema del doppio era già presente ne “Il sosia” (1846); il sottosuolo, menzionato un paio di volte nel corso della narrazione di “Delitto e castigo” era già stato ampiamente trattato in “Memorie dal sottosuolo”(1864).

PIETROBURGO

Di Pietroburgo, la città in cui è ambientato il romanzo in questione, non emerge un quadro confortante, anzi, al contrario, è teatro di eventi orribili e covo di corruzione e depravazione su più livelli: prostituzione, furti, delitti e violenze; menzogne e sotterfugi, propositi malsani e illeciti dilagano anche a causa dello smodato consumo (chiamiamolo pure abuso) di alcolici. Ma ciò che salta all’occhio è la povertà in cui tanti, troppi vivono; la miseria e l’indigenza provocano rabbia, frustrazione, malattie… Tutte cose che alimentano e perpetuano un circolo vizioso assai pericoloso. Nonostante ciò, questa città mantiene ed esprime un fascino inesprimibile a parole. Sembra esistere solo sulla carta o nell’immaginazione degli scrittori russi, eppure c’è davvero e rappresenta un crocevia di storie e vicende che restano nell’anima…

Nonostante si tratti di un romanzo in prevalenza psicologico, non mancano i colpi di scena, inseriti in maniera strategica all’interno della narrazione al fine di tenere viva l’attenzione del lettore fino all’ultima riga dell’ultima pagina.

Colpisce il fatto che fino all’ultimo risulta difficile collocare R. in una categoria: non si può infatti affermare con assoluta certezza che sia un vigliacco, ma neanche si può dire che sia coraggioso; certo è, però, che “tutta quell’incessante inquietudine e tutto quell’orrore spirituale non potevano restare senza conseguenze”. [Pp. 492, 493] R. stesso in diverse occasioni si definisce “idiota” e – pur riconoscendogli una grande intelligenza – non posso che concordare con quanto da lui affermato. Sicuramente, però, l’esperienza fatta gli è servita come trampolino per il cambiamento, per la “Resurrezione” di cui abbiamo già parlato. Opera del Destino? Della Divina Provvidenza? Del Caso? O, forse, del Libero Arbitrio? Chissà cosa determina la vita che facciamo: sono le nostre scelte che costruiscono il nostro Destino oppure è il contrario, vale a dire che è il nostro Destino il fattore in base al quale compiamo le nostre  scelte?

“[…] molte cose di se stesso le apprese basandosi sulle informazioni ricevute da estranei. Per esempio confondeva un fatto con l’altro; oppure lo riteneva conseguenza di un avvenimento esistito solo nella sua immaginazione. A volte lo assaliva un’inquietudine tormentosa, che degenerava addirittura in panico. Ma ricordava anche che c’erano minuti, ore e forse perfino giorni pieni di un’apatia che s’impadroniva di lui come per contrasto con la natura precedente: un’apatia simile allo stato di indifferenza morbosa di alcuni moribondi”. [Pag. 507]

 UN GIALLO AL CONTRARIO

La costruzione di quest’opera è molto singolare: si potrebbe definire un “giallo al contrario”. Il lettore non deve scoprire chi è l’assassino e perché ha commesso il crimine, deve – invece – penetrare nella testa dell’assassino, indossare i suoi panni, comprendere il suo stato d’animo, il suo tormento interiore, la sua angoscia, la sua ansia, le sue paure e i suoi stati di esaltazione, ma soprattutto il cambiamento che avviene dentro di lui. “Delitto e castigo” è il rovescio di una medaglia-thriller, è la storia di R. dal suo punto di vista (anche se il narratore rimane Dostoevskij), quando – solitamente – un giallo o un thriller canonici puntano i riflettori su chi conduce le indagini.

“Con cento conigli non si fa un cavallo, con cento sospetti non si fa una prova, ecco cosa dice un proverbio inglese, ma questo è solo buonsenso, mentre le passioni, le passioni provi un po’ a dominarle!” [Pag. 522]

IL RITMO NARRATIVO

È strano come, anche nei momenti di apatia del protagonista, il ritmo non sia mai lento, bensì rapido e incalzante. Questo accade perché la narrazione si svolge, in realtà, su due livelli: quello fisico, reale, e quello mentale. Perciò, anche quando R. dorme, le vicende mantengono un ritmo concitato. Non mancano, comunque, momenti di calma apparente, momenti che – appunto – non dureranno a lungo perché Dostoevskij è sempre pronto a dare scossoni nei punti giusti della narrazione, facendo vacillare ogni nascente certezza. Il lettore ha il tempo di prendere una boccata d’aria ogni tanto, ma solo per ripiombare – poco dopo – con la testa sott’acqua.

“Ogni sua parola si poteva intendere in due modi diversi, come se sotto ce ne fosse un’altra!” [Pag. 524]

Un romanzo davvero intrigante e avvincente in cui non si ha il tempo di annoiarsi. Dostoevskij ha/aveva il dono di instillare il dubbio e la curiosità, nei suoi lettori.

D’altronde si può stare comodamente sdraiati su un letto di chiodi (lo sanno bene i fachiri), ma solo perché quei chiodi sono numerosi e disposti in maniera regolare, ma basta spostare – anche di poco – qualcuno di essi e la comodità si tramuterà in tormento!

Ambiguità e chiarezza, duplicità e coerenza, sospetti ed evidenza dei fatti…

“Ma i fatti non sono tutto; perlomeno, metà del caso dipende da come questi fatti si sanno interpretare!” [Pag. 160]

IL TEMPO

Il  Tempo, in “Delitto e castigo”, si dilata e si restringe vertiginosamente. Complice anche la presenza di sogni e incubi, di amnesie, di stati febbrili e di delirio del protagonista. Vi è mai capitato di uscire di casa e di ritrovarvi in ufficio senza sapere come ci siete arrivati, né quali strade avete preso o quanto tempo ci avete messo? Ecco, anche a R. accade spesso questo inconveniente che contribuisce ad azzerare il senso stesso del Tempo.

IL SENSO DELLA VITA

Non si può vivere solo per esistere, perché si tratterebbe di pura e semplice sopravvivenza. Vivere, vivere davvero, è un’altra cosa. Volere di più, sapere di essere nati per avere quel “di più”… Ma di cosa si tratta? In cosa consiste questo fantomatico “di più”? Penso sia l’Amore, quello universale, quello che abbraccia la vita in tutte le sue forme. Come si conquista questo Amore? Non ho una risposta univoca e definitiva a questa domanda, ma penso che ci voglia innanzitutto Fede, e non sto parlando di Fede religiosa, non in senso stretto, almeno. Fede, per me, vuol dire fiducia: fiducia nel futuro, fiducia nel potere dei desideri… Fiducia in qualcuno o in qualcosa, non importa chi o che cosa. È così che ci si apre all’Amore. Alla sua ricezione e alla sua donazione…