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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

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mercoledì 22 novembre 2023

I POTERI DEGLI SPECCHI

 

 


“Interrogato se Narciso sarebbe giunto a vedere una lunga, tarda vecchiaia, l’indovino aveva risposto: «Se non conoscerà se stesso[1]»”.

Potrebbe sembrare una profezia in netto contrasto con la massima incisa nel Tempio di Apollo, a Delfi, che recitava: «Conosci te stesso», invece non lo è, anzi, le due affermazioni possono essere considerate l’una il completamento dell’altra. «Conosci te stesso» è una esortazione a cercare la propria vera natura, a non bastarsi mai, a crescere sempre. Perché arrivare a conoscersi definitivamente è tutt’altra cosa: si tratta di credere di essersi trovati, illudersi di non aver più bisogno di niente e di nessuno e precludersi, così, la possibilità di scoprire le altre innumerevoli caratteristiche che ci contraddistinguono. Quelle caratteristiche rappresentano il nostro essere in tutti i modi e in tutti i tempi. Narciso ha ceduto a una sorta di avarizia che lo ha fatto implodere; una brutta fine, la sua, avvenuta proprio perché ha conosciuto se stesso o, meglio, si è convinto di essersi trovato e, in un impeto di folle autostima, si è impedito di lasciar andare se stesso. In altre parole, ha impedito a se stesso di crescere e – per estensione – di vivere.

Siamo creature straordinarie ed è bene imparare ad amare noi stessi, è bene indagare su ciò che si cela nelle profondità della nostra mente e del nostro cuore, ma non dobbiamo dimenticare che, a volte, per capire chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere, abbiamo bisogno di staccarci dalle nostre certezze. Gli altri possono diventare i nostri specchi e noi possiamo esserlo per loro, come l’acqua lo è stata per Narciso. Per non incorrere nel suo stesso errore basterà non fossilizzarci sulle “immagini” che vedremo riflesse, ma farne tesoro per potere aggiungere – di volta in volta – un tassello all’immenso puzzle che ognuno di noi è. Luigi Pirandello lo aveva capito molto bene quando scrisse “Uno, nessuno e centomila”, romanzo nel quale il povero Vitangelo Moscarda si lascia condizionare da un commento della moglie a proposito del suo naso.

“«L’uomo più felice della terra riuscirebbe a usare lo Specchio delle Emarb come un normale specchio, vale a dire che, guardandoci dentro, vedrebbe se stesso esattamente com’è. Cominci a capire?»

Harry ci pensò su. Poi disse: «Ci vediamo dentro quel che desideriamo… le cose che vogliamo!»

«Sì e no» disse Silente tranquillo. «Ci mostra né più né meno quello che bramiamo più profondamente e più disperatamente nel nostro cuore. […] E tuttavia questo Specchio non ci dà né la conoscenza né la verità. Ci sono uomini che si sono smarriti a forza di guardarsi, rapiti da quel che avevano visto; e uomini che hanno perso il senno perché non sapevano se quello che mostrava fosse reale o anche solo possibile. […] Ricorda: non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere[2]»”.

I sogni ci tengono in vita, i desideri ci fanno crescere, ma né gli uni né gli altri possono svolgere il loro compito se non li applichiamo nella quotidianità. Guardarsi dentro è fondamentale per capire cosa si vuole, ma solo se poi si trova il coraggio di realizzarlo. Sognare la vita per poi viverla come nel sogno.

Gli specchi sono potenti ma anche pericolosi, dunque, e bisogna prestare la massima attenzione quando vi si osservano le immagini riflesse e, ancor di più, quando li si attraversa. Lewis Carroll, per esempio, fa vivere grandi avventure ad Alice quando le fa attraversare lo Specchio, ma sono avventure non prive di vertigini e stordimenti. Innanzitutto le viene prospettata la possibilità di perdere il suo nome. Il nome è l’identità e perdere l’identità sicuramente non è piacevole, ma lo scopo di ogni viaggio non è forse uscire dalla routine quotidiana e scoprire cose nuove? Non si viaggia, forse, per trovare e per trovarsi? E se ci si trascina una zavorra, una certezza tanto pesante quanto lo è il nome, è ugualmente possibile godersi l’avventura della ricerca?

Poi c’è la questione della memoria.. Vivere a rovescio presenta uno strano vantaggio: “la memoria lavora in entrambi i sensi”. È possibile ricordare le cose prima che siano accadute? In realtà, se ci pensiamo bene, è una cosa che più o meno tutti, prima o poi, sperimentiamo. Nel mondo onirico coi sogni premonitori, da svegli con déjà vu e precognizioni, nello spazio sconfinato della nostra psiche con l’immaginazione siamo perfettamente in grado di sovvertire l’ordine del Tempo a cui siamo abituati, solo che di solito archiviamo quegli episodi di libertà mentale come inspiegabili follie momentanee e cerchiamo di ritornare in fretta alla “normalità”.

“Gli specchi hanno qualcosa di mostruoso”- secondo ciò che scrisse Jorge Luis Borges in “Finzioni” – e possono rappresentare un pericolo se vi si indulge in modo sconsiderato, ma – a saperli sfruttare in modo corretto – ci si guadagna sempre almeno un cambiamento di prospettiva, un punto di vista differente, ovvero meravigliose prove di rivoluzione esteriore e interiore.

“Mi chiamo Hor.

Ma chi è questo: IO-Hor? Sono soltanto una persona? Oppure sono due persone contemporaneamente e possiedo le esperienze della seconda? Sono molte persone contemporaneamente? […] Qualcosa di mio arriva fino a voi là fuori, a quell’uno o a quei molti che siete tutt’uno con me come le api con la loro regina? Mi sentite, membra del mio corpo sparso? Sentite le mie impercettibili parole, ora o fuori del tempo? Per caso cerchi me, oh mio altro io? Cerchi Hor, che sei tu stesso? Cerchi il tuo ricordo che è presso di me? Forse che, come stelle, ci avviciniamo l’uno all’altro attraverso spazi infiniti, passo dopo passo, immagine dopo immagine?

E arriveremo mai a incontrarci, un giorno o fuori del tempo? E che cosa saremo allora? O non saremo più? Ci annulleremo a vicenda come il sì e il no?”

“O forse non facciamo altro che sognarci tutti a vicenda? Un intreccio di sogni, un groviglio senza confini, senza fondo? Siamo tutti un unico sogno che nessuno sta sognando?[3]

Siamo uno, ma in realtà siamo anche tanti e – forse – i tanti che siamo sono in collegamento con i tanti degli altri… E, quando sogniamo, chi è il sognatore e chi il sognato? E siamo più svegli nel sonno o nella veglia? E se la realtà fosse capovolta o rovesciata, da quale parte sarebbe la verità? Oppure la verità varia a seconda del punto di vista dell’osservatore? Se fosse così, non potrebbe esistere una verità assoluta, perciò tutti avremmo ragione, ma anche torto.

“Ho creato in me varie personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare, mi sono distrutto; mi sono così esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi[4]”.

 I sogni, come si può notare, sono molto simili agli specchi perché ci mostrano la realtà, ma ci possono anche ingannare; ci fanno entrare in un'altra dimensione che è vicina quanto lontana dal mondo reale, una dimensione in cui il Tempo non esiste e non distinguiamo le ombre da chi le proietta. Come nel Mito della Caverna di Platone, narrato nel Libro VII de “La Repubblica”. Il Mito racconta la storia di uomini incatenati da tutta la vita all’interno di una caverna e costretti a vedere solo le ombre proiettate dalla realtà; per quegli uomini le ombre sono la realtà. Il loro è un mondo a due dimensioni, proprio come le immagini che vediamo riflesse negli specchi. Le ombre e i riflessi hanno in comune il fatto di essere proiezioni di un altro mondo, ma – allargando il concetto – potremmo dire che rappresentano entrambe dei “portali” per realtà alternative. E, quando immaginiamo altri mondi, siamo spinti a “riconsiderare la nostra posizione nel contesto del nostro stesso mondo. […] In pratica è proprio dalla percezione del sé che nasce la consapevolezza di tutto ciò che non è sé […]: quando immaginiamo il mondo che non abbracciamo con la nostra esperienza, stiamo scavando nelle profondità della nostra stessa psiche[5]”.

Specchi e caverne ci aiutano a tenere vivi dubbi atavici: è davvero tutto qui oppure esistono altre dimensioni? Qual è la realtà e qual è la proiezione? I mondi che creiamo con  l’immaginazione possono essere reali quanto quello in cui viviamo? Ammesso che quello in cui viviamo sia reale…

“L’immaginazione umana può creare interi universi, nei quali possiamo viaggiare servendoci degli abissi della disperazione o delle vette dell’estasi. […] Abbiamo tutti quanti un estremo bisogno di scoprire nuove realtà, di accedere a quanto è situato appena al di là della nostra capacità di percezione. […] Ciò non implica necessariamente che ogni aspetto di quei mondi che non sono accessibili alla nostra esperienza diretta sia pura immaginazione[6]”.

“Nel sogno dell’uomo che sognava, colui che era sognato si svegliò”. Borges scrisse questa frase in un racconto intitolato “Le rovine circolari”. Già di per sé si tratta di un’affermazione inquietante, ma ancor più inquietanti sono le parole con le quali il racconto si chiude, ovvero: “Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che anche lui era un’apparenza, che un altro lo stava sognando”.

E se la vita che viviamo (e di cui crediamo di avere le redini) fosse il sogno di qualcun altro? E se i nostri sogni fossero, in realtà, sogni nei sogni? Una specie di “Inception”, tanto per intenderci…

Nel libro più famoso di Michael Ende – “La Storia Infinita” – compaiono diversi specchi. La storia inizia, infatti, con una scritta al contrario. È un avvertimento, un’espediente usato per richiamare l’attenzione di Bastiano e dell’altro protagonista coinvolto nella narrazione, ovvero il lettore stesso. È un modo per dirci che stiamo per entrare in un altro mondo non meno reale di quello in cui viviamo. Ed è da lì che dovremo passare per trovare il “verso giusto” della vita.

C’è uno specchio nella soffitta in cui Bastiano si rifugia per leggere. È uno specchio tradizionale che riflette il corpo, l’esteriorità di Bastiano (e di ciascuno di noi), ed essendo un normalissimo specchio ci rimanda un’immagine satura di condizionamenti: ci dice solo quello che pensiamo di noi stessi. È un’immagine realistica, ma non per questo veritiera.

E poi c’è la Porta dello Specchio Magico…

Nessuno sa di quale materiale sia fatta; quando vi si sta davanti, non ci si vede riflessi come in un normale specchio, perché quello che si vede è il proprio Io interiore, quello vero, quello autentico. Chi ha intenzione di oltrepassare questa porta dovrà quindi entrare in se stesso e va da sé che ogni individuo vedrà qualcosa di diverso.

Nessuno di noi conosce realmente la propria natura, perciò vedere il proprio Io può rappresentare una magnifica scoperta o, al contrario, una rivelazione terrificante! È però necessario rammentare che, poiché abbiamo tante sfumature dentro di noi, sarebbe un grave errore identificarci con una di esse in via definitiva. Carl Gustav Jung, Robert Louis Stevenson e molti altri hanno raccontato i pericoli dell’immedesimazione assoluta.

Comunque sia, la porta/specchio di cui parla Ende non è solo uno strumento in grado di riflettere, ma anche un modo per proiettare al di fuori ciò che abbiamo dentro perché possiamo accorgerci delle nostre potenzialità. Non disponendo di Porte Magiche nei nostri salotti non ci resta che affidarci ai ritratti parziali che ci rimandano le persone intorno a noi. Guardando gli altri, infatti, non vediamo che noi stessi o, meglio, parti di noi. I pregi e i difetti che riscontriamo in coloro che ci circondano non sono altro che le nostre aspirazioni e le nostre paure; le cose che ci infastidiscono negli altri ci dicono più cose di noi che di quegli altri. Gli Specchi Esseni si basano proprio sul principio appena enunciato. Ma come si supera questa porta? Atreiu (che potremmo considerare come l’alter ego di Bastiano) si avvicina allo specchio con l’ingenuità tipica di ogni bambino, mosso da una curiosità sincera e privo di aspettative, paure, orgoglio, illusioni, certezze o preconcetti e ciò che vede lo sorprende e lo lascia perplesso. Con questa sensazione di meraviglia riuscirà a oltrepassare il secondo ostacolo e arrivare al successivo. In pratica, essere neutrali in partenza ci porta a meravigliarci all’arrivo.

“Gesù disse: «Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà trovato si stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto[7]»”.

Ma anche quando si “arriva” non ci si deve mai considerare arrivati del tutto.. «Conosci te stesso» - lo abbiamo detto – non significa pensare di conoscersi fino in fondo. È un buon modo per tendere sempre al miglioramento, per avere, in noi, qualcosa da cercare, come un talento, un potere, un mistero.

Guardarsi allo specchio è un po’ come vedersi da fuori: mentre tu guardi i tuoi occhi nello specchio, l’immagine nello specchio sembra fissare i tuoi occhi. L’effetto è amplificato se pensiamo che gli occhi stessi sono come specchi. Praticamente siamo specchi negli specchi, novelli Dante Alighieri in Paradiso riflessi negli occhi di un Dio che vediamo riflesso nei nostri.

Eppure siamo esseri fragili, rosi dalla paura del giudizio altrui, vittime delle incertezze, schiavi delle apparenze, come la matrigna di Biancaneve che domandava continuamente al suo specchio chi fosse la più bella del Regno. “E lo specchio rispondeva” che lei era la più bella. “Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità[8]. Scoprire di avere una “rivale” che la superava in bellezza fu per la Regina un duro colpo, l’invidia prese il sopravvento su di lei e la indusse a compiere azioni terribili che, alla fine, le si ritorsero contro, come se avesse lanciato una maledizione… allo specchio. Ci sono varie spiegazioni all’ossessione della Regina per il proprio aspetto fisico, ma ritengo ce ne siano tre che calzano a pennello: la prima mi induce a pensare che la donna godesse inizialmente di una grande autostima (supportata dalle parole “lo specchio diceva la verità”) che, però – a un certo punto – rivela la propria fragilità; la seconda, invece, mi suggerisce che lo specchio potesse rappresentare il giudizio degli altri, talmente importante  per la Regina, da indurla a fidarsi di lui; la terza ipotesi, infine, mi porta a credere che l’invidia della matrigna nei confronti della figliastra fosse una paura che alcune madri provano e che le fa sentire più o meno inconsciamente in competizione con le figlie. È come se certe donne non accettassero l’idea di invecchiare e di lasciare lo scettro alla prole.

“In fondo al corridoio c’era lo specchio. Coraline poteva vedere se stessa camminare verso di esso, e il suo riflesso le sembrava un po’ più coraggioso di quanto lei non si sentisse. Nello specchio non c’era altro. Solo una bambina in corridoio[9]”.

Coraline è una moderna Alice nel Paese delle Meraviglie. Anche lei, come Alice, ha attraversato uno specchio e ha trovato un altro mondo, un mondo bello – all’apparenza – che però si scopre essere una realtà oscura e terrificante, se solo si ha il coraggio di indagare più a fondo.

Ma allora lo specchio non dice la verità? Sì e no. Lo specchio ci fornisce la nostra verità, quella a cui scegliamo di credere e che non è certamente la verità assoluta. L’immagine allo specchio, se vista in questi termini, è come una fotografia: è parziale, è bidimensionale e può ingannarci, se glielo permettiamo. “Degli specchi non bisogna mai fidarsi”, direbbe Coraline. Io, invece, direi: “Gli specchi non forniscono certezze assolute”, ma dobbiamo rassegnarci al fatto che sono ovunque. “Sicut in caelo et in terra”; tutto è una questione di rispecchiamento. Ci piace pensare di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio; molti genitori amano cercare i tratti in comune coi propri figli perché li percepiscono come estensioni delle loro vite, ma non comprendono che le radici forniscono sì un’identità, ma a volte defraudano del futuro; molti figli cercano di rifuggire le somiglianze coi loro genitori perché in quelle similitudini vedono degli obblighi e in quelle radici  dei lacci che li legano al passato. Ancora una volta, dunque, gli specchi hanno una doppia valenza: possono dare e possono togliere, possono confortare e possono terrorizzare, possono farci trovare ma possono anche farci perdere… Hanno tanti poteri, ma ogni potere dipende sempre da cosa noi – di volta in volta - decidiamo di farne.

 



[1] Ovidio, “Metamorfosi”, Libro III, Fabbri Centauria

[2] J.K.Rowling, “Harry Potter e la Pietra Filosofale”, Salani Editore

[3] Michael Ende, “Lo specchio nello specchio – Un labirinto”, Longanesi

[4] Fernando Pessoa, “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares”, Feltrinelli

[5] Lawrence M. Krauss, “Dietro lo specchio”, Codice Edizioni

[6] Lawrence M. Krauss, “Dietro lo specchio”, Codice Edizioni

[7] Vangelo di Tomaso

[8] Jacob e Wilhelm Grimm, “Biancaneve”

[9] Neil Gaiman, “Coraline” Oscar Mondadori

martedì 25 febbraio 2020

I DEMONI DEL NOSTRO TEMPO



La paura e i suoi “cibi” prediletti costituiscono i “demoni” del nostro tempo, ovvero quelle carenze o – al contrario – quegli eccessi – a livello dei centri energetici detti “chakra”. Nell’articolo che segue sono presenti alcuni dei “mali” che ci affliggono e qualche consiglio su come tenere a distanza il peggiore di essi: la paura.
 
Nel suo libro sui chakra, Anodea Judith utilizza la parola “demoni” per indicare i fattori frenanti della nostra crescita fisica e spirituale. Sono fattori individuali, ma anche societari in quanto possono riguardare sia i singoli individui sia le masse: cosa sono, infatti, le masse se non insiemi di individui? Secondo l’autrice, tali blocchi sono sette, ovvero uno per ogni centro energetico. Personalmente, concordo con l’ipotesi secondo la quale ogni chakra avrebbe un blocco specifico, ma sento comunque il bisogno di approfondire la questione a modo mio.
Il demone del primo chakra è la paura, ma – a mio parere – la paura accomuna tutti e sette i centri energetici. Questo blocco è dovuto a una scarsa conoscenza di noi stessi e all’assenza di relazioni profonde (con noi stessi e con gli altri). Ne consegue una sensazione che assomiglia alla mancanza di terra sotto ai piedi; non riusciamo a sviluppare o – al contrario – tendiamo a sovrasviluppare il radicamento con la materia, che è la nostra primaria fonte di energia. Mentre pensavo a come strutturare questa sezione sul primo demone, mi sono venuti in mente gli uomini primitivi: avevano paura, quando cacciavano? E – se sì – era paura di morire per i colpi dell’animale o paura di morire di fame nel caso in cui la caccia non fosse andata a buon fine? La risposta, forse, è che non avevano neppure il tempo di provare paura e – se mai si fossero concessi il “lusso” di averne – probabilmente ne sarebbero rimasti paralizzati e il rischio di morire sarebbe aumentato esponenzialmente. Oggi, invece, il nostro meccanismo di attacco/fuga è sempre attivo e questo ci porta ad impiegare male la nostra energia, a dirigerla verso gli scopi sbagliati e a sprecarla. E il coraggio non è la risposta alla paura. Perché? Perché il coraggio del nostro tempo non è “vero” coraggio. È una tendenza diffusa, ormai, quella di scambiare atteggiamenti altezzosi, spavalderia, spocchia, boria o alterigia per coraggio, ma questi comportamenti sono spesso delle corazze dentro cui ci barrichiamo quando ci vergogniamo di mostrare la nostra sensibilità. L’ossessione di essere considerate persone forti e potenti prende il sopravvento sul bisogno di lasciarsi andare all’indulgenza, e la paura che gli altri abbassino il livello di stima nei nostri confronti fa sì che si produca uno squilibrio nel primo chakra. Tale immagine illusoria e distorta, in contrasto con le nostre sensazioni autentiche, ci porta al demone del secondo chakra: il senso di colpa. Il senso di colpa è la paura di essere sbagliati, la paura di non rispondere ai canoni che la nostra società ci impone. È strettamente collegato alla vergogna (demone del terzo chakra) poiché entrambi ci fanno credere che  ciò che proviamo sia sbagliato o – addirittura – non sia lecito. Temiamo le ripercussioni che potrebbero avere su di noi le sensazioni che proviamo e – complice un grave impoverimento della lingua italiana – non sappiamo neppure dare un nome al nostro sentire. Coviamo la paura di essere derisi o allontanati dal gruppo o dai gruppi a cui apparteniamo, che siano essi la famiglia, la comunità religiosa, i colleghi d’ufficio o la compagnia di amici, poco importa, ciò che temiamo è di perdere quei privilegi legati al gruppo (protezione, approvazione, consensi, ecc.) e di rimanere soli. Questo accade anche perché abbiamo un’idea errata di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Giusto e sbagliato, infatti, non indicano necessariamente lecito e illecito in quanto i primi due riguardano leggi naturali, mentre gli altri due sono legati a leggi artificiali (e, in alcuni casi, artificiose), cioè create dall’uomo. Le regole della specie si scontrano con le regole della società che non tengono conto di emozioni e sensazioni… E qui entra in gioco il giudizio. Abbiamo conferito a delle autorità il compito ingrato, pericoloso e – lasciatemelo dire - praticamente impossibile di giudicare il nostro operato di cittadini, perché temevamo che regolandoci sulla base delle sole leggi naturali saremmo state creature crudeli e avremmo fatto cose orribili, essendo fuori controllo. Ma siamo sicuri che ciò che viene giudicato giusto sia giusto in assoluto e che ciò che viene giudicato sbagliato lo sia in assoluto? Il giudizio è un’arma a doppio taglio: c’è chi sale in cattedra per giudicare perché pensa che, così facendo, sarà “immune” dal giudizio altrui e c’è chi non lo fa, proprio per lo stesso motivo, cioè per la paura di essere sottoposto a giudizio. E il giudizio può arrivarci da altri, ma anche da noi stessi, pertanto incute ancora più timore! Per questo timore mettiamo a tacere persino il gusto personale, provando vergogna per ciò che desideriamo e senso di colpa per il solo fatto di desiderarlo. Tutto ciò ci porta ad eliminare il desiderio dalla nostra vita, a soffocarlo per paura della sofferenza, comportamento – questo – che produce grande frustrazione. Così raccontiamo e ci raccontiamo bugie, mentiamo a noi stessi e agli altri, per paura della verità, e negli altri ci rispecchiamo, vedendo menzogne ovunque. È proprio così: la verità terrorizza quanto la menzogna; vogliamo sapere, ma temiamo di sapere; temiamo le bugie, ma siamo i primi a dirle, se non agli altri, quantomeno a noi stessi. È il demone del quinto chakra, la bugia; è quel nodo in gola che sentiamo quando non possiamo o non vogliamo dire qualcosa o – al contrario – è quella logorrea inarrestabile che ci fa assomigliare ad un fiume in piena…
E, se parliamo di desideri, non possiamo non fare una distinzione tra desideri e bisogni: il desiderio è ciò che vuoi perché ti piace, mentre  il bisogno è ciò che vuoi perché ti serve. In quest’ultimo caso, in particolare, la nostra attenzione si concentra sulla mancanza e sul verbo “dovere”. Chiarissimi i motti con cui erano scandite le mie giornate da bambina: “Prima il dovere e poi il piacere” e “L’Erba Voglio non cresce neanche nel giardino del Re”. Purtroppo, tra i desideri, ci sono quelli autentici e quelli indotti: i primi contengono quelle cose che vogliamo a prescindere dalle influenze esterne, i secondi – invece – ci vengono inculcati dalla pubblicità e dal mercato, attraverso la creazione del bisogno. E diventiamo incapaci di distinguere il bisogno dal capriccio, il necessario dal superfluo e – per estensione – anche tutto ciò che riguarda i diritti viene inficiato dal condizionamento esterno. A proposito di desiderio è poi importante menzionare anche quella particolare forma di desiderio che si sviluppa per la paura della perdita: si tratta del demone del settimo chakra, ovvero il demone dell’attaccamento. Provoca il bisogno di accaparramento o – nei casi che riguardano le relazioni umane – la dipendenza affettiva. Per coloro che si lasciano soggiogare da questo demone, la paura dell’abbandono è fortissima: queste persone non riescono a disfarsi di ciò che possiedono, non sanno lasciare/si andare, oppure temono di essere lasciati soli. Chi è preda di uno squilibrio nel settimo centro energetico  potrebbe dunque avere difficoltà nell’essere autonomo e probabilmente non sa distinguere il confine tra penuria e abbondanza, tra povertà e ricchezza. Persino la paura dell’oblio rientra, secondo me, nel raggio d’azione di questo demone: oggi più che mai bramiamo la notorietà, la fama e – perché no? – la cosiddetta “gloria” e temiamo  di essere invisibili o di essere dimenticati.
 Un po’ del settimo e un po’ del terzo demone ha, invece, la paura di perdere il controllo, per via  di una intrinseca/implicita ossessione  nei confronti dei confini. Il dilemma è atroce: difesa dei confini contro desiderio di espansione! La seconda opzione porta con sé molti vantaggi, tra i quali figurano la crescita interiore e l’aumento di “potere”, ma sussiste anche la possibilità che tali vantaggi degenerino in sete di dominio o manie di controllo. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che in ogni istante della nostra vita siamo – contemporaneamente – carcerieri e carcerati di noi stessi (e degli altri, in qualche modo). Ci hanno insegnato, fin da quando eravamo piccoli, che dobbiamo controllarci, contenerci, dominarci. L’unica strategia (inefficace e deleteria) che abbiamo sperimentato per arginare questo fenomeno di autocontrollo è quella che prevede il dominio degli altri perché speriamo sempre che, così facendo, loro non controllino noi (come in una sorta di attacco preventivo). Temiamo la disobbedienza (nostra e altrui) perché essa rappresenta una forma di libertà; temiamo la trasgressione perché, come dice la parola stessa, ci porterebbe “oltre”, in un territorio a noi sconosciuto, forse oltre i nostri limiti, al di là del nostro ristretto mondo mentale…
In tutto questo mio peregrinare, però, non mi sono dimenticata del demone del quarto chakra: il dolore. Nell’epoca degli analgesici, non è tanto il dolore fisico che ci fa paura, quanto quello dell’anima. La sofferenza, la tristezza, la depressione, sono tutti demoni caratteristici del nostro tempo, e dalla ricerca della vera felicità allo stordimento/ottundimento dei sensi ad opera di palliativi/anestetici inutili e pericolosi (come alcool e droghe) il passo è breve, purtroppo. Dov’è finita l’unica “droga” veramente efficace, ovvero l’amore?
Per quanto riguarda, invece, il demone del sesto chakra (l’illusione), possiamo dire che il suo “cibo” prediletto è l’ossessione. Più o meno a tutti sarà capitato, almeno una volta nella vita, di avere un’idea fissa in testa, ecco, quell’idea ha il potere (se lasciata agire indisturbata) di condizionare molte delle nostre scelte/azioni quotidiane. Ci convinciamo di qualcosa, non importa di che cosa, e non siamo più in grado di vedere il mondo fuori da quella interpretazione.
Altri blocchi/eccessi che, secondo me, andrebbero annoverati tra i demoni sono: l’ansia, la già citata libertà (vs schiavitù), il fallimento e il suo opposto (il successo), il tempo e l’ozio con il suo contrario, ovvero la produttività; e, per chiudere, il demone della rabbia e quello del silenzio/rumore.
Vittime dell’ansia (soprattutto quella da prestazione), viviamo ogni nostro fallimento (ovvero ogni caduta), piccolo o grande che sia, come una personale inadeguatezza alla vita, alimentando – in tal modo – il senso di colpa. “Ho fallito” non equivale a “sono un fallito”: ricordiamocelo! E, se proprio dobbiamo rincorrere degli obiettivi, facciamo almeno in modo che siano i nostri sogni e non quelli di altri…
Questo ci porta alla famigerata libertà: essere liberi significa non avere condizionamenti (esterni o interni), ma anche assumersi tutte le responsabilità delle proprie azioni. La libertà fa paura perché così come ci permette di fare ciò che è meglio per noi (nel rispetto della libertà altrui), ci scarica addosso tutto il peso di ciò che facciamo (nel bene e nel male)! In questa società, in cui abbiamo barattato la nostra libertà con un illusorio stato di sicurezza, abbiamo perso anche un’altra cosa: il potere. Il potere delle decisioni e dell’autonomia con tutto ciò che esse comportano.
Proprio così, abbiamo perso il potere e siamo diventati vittime del suo opposto, ossia il demone dell’impotenza, non tanto quella legata alla virilità (ancora oggi, nel 2020, un tabù) quanto quella umanitaria. Quando notiamo qualcosa che non va, nel nostro piccolo o su più vasta scala, non siamo in grado di contrastare quel qualcosa. Il potere, per contrasto, è un modo per fronteggiare i problemi, ma – soprattutto – un modo per decidere cosa è meglio per noi.
“Il potere non è una cosa, ma un modo […] Possediamo potere quando osiamo vivere in modo autentico, quando entriamo in noi stessi e diciamo la nuda verità. Più osiamo assumerci dei rischi, porci in discussione o resistere alla pressione di andare contro i nostri sentimenti, più facile diventa. Il potere giunge quando siamo disposti a compiere degli errori e ad assumercene la responsabilità, a imparare da essi e a correggerli […] Il potere è la capacità di determinare il nostro destino”. [Pp. 225 e 226 de “Il libro dei chakra”].
“L’autorità ci solleva dalla responsabilità di un’azione indipendente”. [Cit. Starhawk, da pag. 244 de “Il libro dei chakra”].
“[…] viviamo col vuoto dentro. Essendo vuoti dentro, il nostro mito culturale ci dice che la potenza sta al di fuori di noi, nell’approvazione degli altri, nei gadgets tecnologici o in un dio lontano e autoritario. E così impoveriamo noi stessi, le nostre risorse e il nostro pianeta, cercando di raggiungere un potere esterno, un potere su qualcuno, un potere che ci renderà solo schiavi”. [Pag. 244 de “Il libro dei chakra”].
Confondiamo troppo spesso il potere con il dominio, dimenticando che il potere è un mezzo, mentre il dominio è un fine, solitamente poco nobile.
Ricapitolando, essere liberi significa avere il potere di decidere cosa sia meglio per noi, in autonomia e senza il condizionamento (implicito o esplicito) di una qualsiasi autorità a noi esterna.
Ma veniamo alla rabbia. Può scaturire da un rifiuto, dalla sopracitata impotenza, dalla disperazione, dall’indifferenza altrui, dalla frustrazione o da molte altre cose. Di solito, il mondo si divide in coloro che la sfogano in maniera distruttiva, in quelli che la convogliano in un progetto costruttivo e in coloro che la trattengono, trasformandola in rancore o – addirittura – in vendetta. È spesso equiparata all’ira o alla collera, ma – in realtà – è un’evoluzione (in negativo) di queste due emozioni che, invece, sono foriere di reazioni pressoché immediate a quella che consideriamo un’ingiustizia. Ecco, la rabbia è quel che ci avviluppa se non esprimiamo subito il nostro dissenso. Si vede più rabbia che ira, ultimamente, soprattutto sui social. La paura di sfogarci ci fa trattenere e il trattenerci ci fa – per dirla in modi figurati - “rodere il fegato” o “ci fa venire il sangue amaro”. E d’altronde i detti popolari hanno sempre un fondo di verità: il fegato, infatti, produce la bile (altro modo per definire la rabbia), un liquido giallo, dal sapore amaro. [Si dice anche: “Rodersi dalla bile”].
E poi c’è il tempo. Siamo ossessionati dall’idea di non avere tempo, eppure lo sprechiamo in tutti i modi possibili. La tecnologia, a tal proposito, ci ha fatto tanti doni, ma noi li abbiamo impiegati e continuiamo a impiegarli in maniera impropria, impedendoci di vivere serenamente ogni istante. Come strani carcerati o ladri maldestri, ci illudiamo di poter rubare tempo al tempo, ritagliandoci qualche ora di libertà tra una prigionia e l’altra, riducendoci a vivere soltanto una manciata di minuti alla settimana. Se e quando riusciamo a concederceli…
Strettamente legati al tempo e all’ansia da prestazione ci sono, poi, il demone dell’ozio e quello della produttività. Due concetti agli antipodi eppure così vicini nelle loro conseguenze estreme: entrambi possono sfociare in un profondo nichilismo, visto come annientamento della personalità. La noia improduttiva e l’eccessiva attività sono parimenti deleterie per l’essere umano, se protratte a lungo!
E chiudiamo col demone del silenzio/rumore.
“Come ci è possibile ascoltare le nostre vibrazioni individuali in un mondo assordato dai boati della civiltà? Come possiamo esprimere la nostra verità quando si oppone al conformismo istituzionalizzato della conversazione educata? Nel regno sottile del quinto chakra, come potremo trovare la pace necessaria per ascoltare la verità che ci portiamo dentro?” [Pag. 357 de “Il libro dei chakra” di Anodea Judith, Neri Pozza].
Vero. Ma se il rumore (sia quello fisico sia quello psichico) non ci permette di ascoltare noi stessi, è anche vero il contrario: abbiamo paura del silenzio. Da una parte lo bramiamo, dall’altra lo rifuggiamo perché ci permetterebbe di dare spazio ai nostri desideri, alla “nostra verità” e potremmo scoprire che quest’ultima non collima con ciò che ci hanno insegnato o con ciò che ogni giorno ci viene imposto. Sentiremmo il bisogno di trovare la nostra personale autenticità e questo, probabilmente, ci allontanerebbe dal mondo che abbiamo costruito con tanto sacrificio e rinunciando a noi stessi; ci lascerebbe senza quelle false certezze in cui abbiamo fatto lo sforzo di credere per tanto, troppo tempo, ma – in cambio – ci fornirebbe l’opportunità di cercare/trovare la nostra strada.
Molti altri demoni pasteggiano con la nostra paura e si nascondono tra le pieghe della nostra civiltà: l’abitudine, l’indifferenza, l’odio, sono solo alcuni di questi mostruosi tarli…
A questo punto sorge un interrogativo inevitabile: come si sconfigge la paura?
Penso che la conoscenza sia fondamentale, senza di essa  infatti – siamo inermi e vulnerabili. L’ignoranza è – per dirla tutta - la principale alleata della paura…
L’ascolto è un altro efficace mezzo di contrasto: ascoltare davvero, noi stessi e gli altri, senza pregiudizi, senza saltare a conclusioni affrettate…
Il desiderio, quello autentico, è un grande aiuto per sapere quale strada percorrere, ma solo se accompagnato dalla volontà (di fare, di essere, di diventare). E non parlo di una volontà forzata dal bisogno o dal dovere, bensì di quella volontà che nasce e si sviluppa come spinta interna e individuale, indipendente dal volere collettivo…
Lo sviluppo dei sensi è un altro fattore che può contribuire a farci prendere coscienza del mondo interno e di quello esterno a noi…
L’amore e la fiducia e – perché no? – forse anche la compassione e la solidarietà possono rivelarsi utilissimi…
E – se me lo permettete – aggiungerei anche la consapevolezza di essere cellule di un organismo vivente che, seppur sconfinato (o, forse, proprio perché sconfinato) può colmarci di energia…