Là dove sacro e profano si
uniscono nascono le “Favole fuorilegge” di Nicolai Lilin. Ventiquattro piccole
grandi perle tratte dalla saggezza siberiana, terra d’origine dello stesso
Lilin. Favole fuori dagli schemi che celano insegnamenti essenziali per poter
vivere una vita selvaggia, ma non priva di giustizia. Proprio come le favole di
Esopo, anche quelle riportate dallo scrittore russo in questo libro posseggono
– ognuna – una morale. C’è tutto, ma proprio tutto, qui: libertà, fiducia, giustizia, speranza, onestà, misericordia,
generosità, amore, dignità, astuzia, rispetto, bontà d’animo e altri valori o
qualità dall’importanza incalcolabile; ma per mettere in luce questi punti sono
indispensabili i rispettivi contrari: sete di potere, avarizia, disonestà,
ingiustizia, avidità e ferocia inaudita, povertà e odio. Leggende che hanno
come sfondo una natura selvaggia, infestata da spiriti, bestie parlanti,
divinità e demoni; Folklore impregnato di magia, ma anche di fede: due cose che
– qui – vanno perfettamente d’accordo se consideriamo il fatto che anche chi
pratica la magia compie – in un certo senso – un atto di fede… Un’illustrazione per ogni favola. Ogni
disegno nasce dalla mano dello stesso Lilin, esperto tatuatore.
Post in evidenza
martedì 28 novembre 2017
venerdì 20 ottobre 2017
Cosa accade quando siamo felici?
E’ strano come -
cercando informazioni sulla felicità - si trovi solo ciò che la crea o la
impedisce e non ciò che accade nel momento in cui la si conquista. Che cosa
comporti realmente l’essere felici è assai difficile da sapere; perché non si
sa come sia la felicità, ma una volta che si ottiene l’opportunità di provarla,
si rischia di perdersi nel tentativo di trovarla ancora. La felicità è così
effimera che tenerla stretta a noi diventa un’impresa non da poco, perciò operiamo una costante ricerca, spesso senza
accorgerci che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è sotto i nostri occhi. Pochi,
invece, la trovano di continuo, perché hanno smesso di cercarla, iniziando,
così, a vederla dappertutto. Forse, allora, la felicità crea dipendenza, come
una specie di droga psicologica: più se ne ha, più se ne desidera e non si è
disposti a condividerla con alcuno. Troppo raramente accade il contrario; non
ci accorgiamo che “condividere” ha un significato ben diverso da “dividere”. Se
cominciassimo a cambiare punto di vista, potremmo renderci conto che donando
felicità agli altri, non ne rimane meno per noi perché è un bene illimitato cui
tutti, indistintamente, abbiamo diritto. Proprio per la scarsa diffusione di
questa prospettiva si scatena l’invidia in chi sente di esserne sprovvisto, nei
confronti di chi, invece, sembra averla trovata. Dunque, stando a questi
presupposti, siamo in grado di identificare, con maggior chiarezza, le
conseguenze che scaturiscono dalla felicità. Di sicuro può succedere che
diventiamo invidiosi, così come può accadere
che ci trasformiamo in persone dall’animo generoso. I generosi, però, si
suddividono in due sottocategorie: i veri generosi e i buonisti di comodo. Sui
primi ben poco c’è da dire se non che desiderano realmente portare agli altri
la gioia di vivere; sui secondi, invece, è necessario spendere qualche parola
in più. Il buonista di comodo non è spinto da un sentimento nobile e puro come
la generosità, bensì da un senso di vanità, di esibizionismo, sfruttato per
trarne un tornaconto personale, un possibile beneficio futuro.
Talvolta la felicità
porta semplicemente altra felicità, in noi e negli altri, in modo quasi
automatico. E’ naturale che ciò avvenga se attraversiamo tutte le fasi di
questo sentimento: siamo felici, ci rendiamo conto di esserlo, accettiamo la
nostra condizione serenamente e ringraziamo per averla ottenuta. Solo così
saremo in grado di innescare quel meccanismo di reazione a catena che ci
permetterà di attrarre sempre più felicità. Nelle suddette fasi di transizione
si intravedono altre due conseguenze dirette della felicità: la gratitudine e
la paura. Mentre la gratitudine ci permette di godere appieno del dono che ci è stato fatto, la paura limita il nostro
piacere. Ma perché così tanti hanno paura di provare una sensazione così bella?
Perché, come afferma il personaggio di Charlie Brown, pensano che “ogni volta
che si diventa troppo felici, accade sempre qualcosa di brutto”.
Anche l’avidità può
essere conseguenza di una gioia profonda.
L’avidità vista però come un circolo vizioso in cui, citando Zigmunt
Bauman (sociologo polacco, classe 1925) “non ci si ferma soddisfatti, e felici,
quando un nostro desiderio si realizza. Piuttosto, ci si spinge subito a
desiderare qualcos’altro che ci possa soddisfare in maniera migliore.
Desideriamo il desiderio più che la realizzazione di esso”. Anche il filosofo
tedesco Arthur Schopenhauer, prima di lui, sosteneva che “la vita umana è come
un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, con intervalli
fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia”. Entrambi ci trasmettono il messaggio che,
nella vita, tutti abbiamo dei desideri che cerchiamo di realizzare. La
frustrazione per il fatto di pensare che ci manca qualcosa, però, ci attanaglia
e finche’ non otteniamo ciò che stiamo cercando, saremo in preda al
dolore. Una volta raggiunto il nostro obiettivo (se e quando riusciamo a raggiungerlo) ci crogioleremo per
un solo fugace attimo nella gioia, per poi cadere nella noia fino alla
formulazione del successivo desiderio da rincorrere. Una specie di montagna
russa, ecco cosa crea, a volte, la felicità. Fortunatamente, però, esistono
anche persone “illuminate”, rese più sagge. Avendo fatto esperienza della
felicità, questi individui divengono consapevoli che essa risiede nelle piccole
cose, oltre che in quelle grandi; imparano ad amare la vita e, come se avessero
una “meravigliosa malattia”, a “contagiare” inconsapevolmente anche chi sta
attorno a loro, con questo sentimento positivo. Imparano che non è così vero il luogo comune che domina la
felicità e che la vede come una condizione pressoché irraggiungibile,
sfuggente, ultraterrena, breve e inconsistente. Imparano che la felicità è un
sentimento uguale per tutti (anche se ognuno la trova in cose diverse), ma che
non tutti hanno il coraggio di accoglierla nelle loro vite. Certo, perché come
afferma Holbrook Jackson, scrittore del
1800, “la felicità è una forma di coraggio”. Chi trova la felicità, trova
infatti un coraggio che non pensava di avere, uno status, una ricchezza
interiore; perché non è la ricchezza che porta la felicità, ma la felicità che
porta la ricchezza e per ricchezza – mi preme ribadirlo – non si intende
espressamente quella in denaro, ma soprattutto quella interiore. La stessa cosa
vale per il successo: Herman Cain, poliedrico personaggio statunitense,
sostiene che “il successo non è la chiave della felicità. La felicità è la
chiave del successo. Se ami quello che stai facendo, avrai successo”.
Il messaggio che tanti
filosofi, tanti scrittori e tanti pensatori ci vogliono mandare è che non ci
dobbiamo accanire nella ricerca della felicità perché tale ricerca “è una delle
principali fonti di infelicità”, secondo Eric Hoffer (scrittore e filosofo dei
primi del ‘900). Non dobbiamo nemmeno soffermarci a chiederci se siamo felici.
John Stuart Mill ne è convinto e afferma: “Chiedetevi se siete felici e
cesserete di esserlo”.
Sarebbe utile pensare alla
felicità, guardare alla felicità come a qualcosa di meraviglioso che ci
permette di crescere e di maturare quanto il dolore, ma senza tutti quegli
“effetti collaterali” che esso comporta. E per corroborare questa teoria può
essere emblematica l’affermazione di un aforista inglese vissuto a cavallo tra
il 1800 e il 1900: “La felicità non porta la pace, ma una spada: ti scuote come
un lancio di dadi sul quale hai puntato tutto, toglie la parola, annebbia la
vista. La felicità è più forte di sé stessi e poggia il suo piede con fermezza
sulla tua testa”.
mercoledì 18 ottobre 2017
"LE TEORIE FOLLI DELLA STORIA" di Philippe Delorme. Clichy
PREMESSA
-
IL MONDO FU CREATO SEIMILA ANNI FA
-
C’ERA UNA VOLTA LA GRANDE PIRAMIDE
-
QUEGLI ILLUMNATI CHE GOVERNANO IL MONDO
-
I COSACCCHI CONQUISTARONO L’AMERICA
-
GESU’ II, IL RITORNO
-
DEI VENUSIANI SULL’ISOLA DI PASQUA
-
GIOVANNA D’ARCO ERA UN UOMO
-
HITLER SI E’ NASCOSTO AL POLO SUD
-
L’UOMO NON E’ MAI ANDATO SULLA LUNA
-
NAPOLEONE DISCENDE DALLA MASCHERA DI
FERRO
-
CRISTO SI ‘ FERMATO A SHINGŌ
-
CRO-MAGNON SAPEVA SCRIVERE
-
LA CINEPRESA PER VIAGGIARE NEL TEMPO
-
GLI EBREI VENGONO DALLO SPAZIO
-
GLI INGLESI RAPIRONO NAPOLEONE
-
LA FINE DEL MONDO ERA IERI
EPILOGO
Troppo spesso diamo per
scontato l’assunto che la Storia sia una serie di fatti incontrovertibili; che essa
non possa – nel senso che non dovrebbe - in alcun modo vacillare: se lo facesse,
cadrebbero tutte le certezze alle quali ci aggrappiamo ogni giorno per giustificare
le nostre azioni. E se la Storia fosse, invece – come dichiarava Napoleone – “una
serie di menzogne su cui ci si è messi d’accordo”? Se scoprissimo (o ci
rendessimo conto) d’un tratto che ciò che noi chiamiamo Storia è una realtà –
sì – ma di quelle studiate a tavolino da chi – sfruttando la fantasia, propria
e/o altrui vuole ottenere vantaggi personali? Sarebbe estremamente doloroso
perché emergerebbero, di noi, due caratteristiche di cui andare poco fieri: l’ignoranza
e la facilità a credere. Perciò il dubbio amletico risulta non tanto “essere o
non essere”, bensì “credere o non credere”. La mia risposta? Nessuna delle due
cose. Si tratta – piuttosto – di chiedere; si tratta di cercare, di non
fermarsi mai, neppure davanti ad una risposta che – ai nostri occhi – appare plausibile
(se non addirittura possibile o accettabile). “Chi si ferma è perduto”. Ma il mestiere dello storico non prevede “la
contestazione o il relativismo. Il mestiere dello storico è quindi costrittivo
e lascia poco spazio all’immaginazione […] sebbene sia impossibile pervenire a
una piena oggettività nell’analisi dei fatti”. “[Uno storico può] solo tendere
a delle porzioni di verità, proporre dei modelli senza imporli”. Un’altra
qualità dello storico “deve essere l’umiltà, perché il suo passato avrà sempre
le sue zone d’ombra, e non si può trovare una risposta a tutto”. C’è sempre
qualcuno che, però, prova a strumentalizzare i fatti, gli accadimenti – da quelli
assodati a quelli più vacillanti – per il proprio tornaconto, portando come
vessillo un argomento che Philippe Delorme riassume così: “Una proposizione è
vera perché niente dimostra che è falsa”. Lo scopo di questo libro è allora
quello di tentare di scandagliare il pensiero di coloro che – con teorie
strampalate, illogiche, ipercritiche, negazioniste, “parastoriche” o “pseudostoriche”
– non fanno altro se non corroborare e far radicare ulteriormente (e
paradossalmente) il lavoro degli storici.
Se leggerete “Le teorie
folli della storia” per avere delle risposte univoche e delle verità
schiaccianti, probabilmente finirete coll’avere ancora più domande, più dubbi e
più incertezze, ma – in fondo – il bello sembra essere rappresentato dalla
ricerca. Il tragitto che compiamo per arrivare alla meta è, spesso, più
edificante della meta stessa. Lodevole il lavoro di ricerca compiuto dall’autore
– Philippe Delorme – per sgretolare le macchinazioni più contorte, i giochi
illusionistici dei detrattori della Storia. Molti dati vengono posti sul piatto
per sfatare leggende metropolitane o bufale ben congegnate. Accuratezza e
ricchezza di particolari fanno di questo libro un valido strumento per la
demistificazione di alcune teorie, ma è bene ricordare che nulla deve spegnere
la curiosità, perché essa è ciò che ci aiuta a non fermarci di fronte alla
prima risposta.
giovedì 12 ottobre 2017
"Lisbona ultima frontiera" di Antoine Volodine. Edizioni Clichy
Due
amanti in procinto di separarsi si ritrovano a Lisbona per passare insieme gli
ultimi momenti. Lei è una terrorista rossa, lui un agente della polizia tedesca
che, per salvarla, le ha organizzato una fuga in Estremo Oriente. I due non
potranno più avere contatti per molti anni, forse per sempre. Ingrid però non
vuole sparire dal suo mondo senza lasciare nessuna traccia di sé. Progetta
quindi di scrivere un libro in cui
racconterà, in un linguaggio criptato e incomprensibile ai suoi nemici, la sua esperienza
della lotta armata. Così, all’interno di questa cornice, si inserisce un
secondo libro che contiene a sua volta altri scritti, altri narratori e altri
personaggi, “una sorta di antologia commentata di testi risalenti a un’epoca
immaginaria, il Rinascimento”, segnata dalla guerra e dalla dittatura.
L’identità del narratore si frammenta in
una pluralità di individui e di nomi, secondo quella pratica dell’eteronimia
tanto cara a Volodine (non a caso il romanzo si apre nella Lisbona di Pessoa),
che permette uno sguardo più ampio e profondo sulla storia, la politica e la
letteratura. Con la sua scrittura poetica e visionaria, “Lisbona ultima
frontiera” è al tempo stesso una storia d’amore e un’amara riflessione
sull’uomo e sulla società, che tuttavia, pur delineando il più cupo degli orizzonti,
riafferma ancora una volta la forza e la bellezza della libertà umana.
Tutto il romanzo è – in
realtà – un unico inarrestabile flusso di coscienza
in cui gli interrogativi sono molteplici. Tale flusso è sottolineato
dalla totale mancanza – per lunghi tratti – di punti fermi (intesi come segni
d’interpunzione). I due protagonisti – Kurt e Ingrid – sono come due aspetti di
uno stesso individuo (anche la copertina del libro sembra sottolineare il tema del doppio) non meglio identificato o identificabile, vittima di un Sistema
altamente corrotto. Tale individuo è combattuto tra due scelte: restare e
sottomettersi alle regole, mettendo a tacere la propria identità sovversiva o
fuggire e sovvertire il Sistema dall’esterno. In questo frangente il lettore
arriva a chiedersi se la fuga possa realmente rappresentare la via per
conquistare la libertà o – al contrario – la perdita dell’identità. Anche in
questo caso – però – si prospettano due valide considerazioni: la perdita
dell’identità è un bene o un male? E’ la salvezza o – piuttosto - la morte
dell’IO? Ognuno – naturalmente – è libero di
trarre le proprie conclusioni, ma non prima di aver compreso di cosa si parla
quando si parla di IO. IO è davvero solo il nome e il cognome di un
individuo? Ovviamente no, ma il solo
fatto di vedersi portare via queste due cose per sostituirle con altre due è equiparabile
ad una forma di violenza:
“Non
sapeva già più molto bene a quale nome, a quale cognome, avesse risposto fino
ad allora”.
“Aveva
osservato la foto senza dire una parola, mentre un fulmine lancinante,
indecente, gli lacerava i nervi, faceva a pezzi la sua fedeltà al mondo,
appiccava il fuoco a tutta la sua vita, dall’infanzia alla vecchiaia”.
“La
violenza del distacco da se stessi non ha equivalenti nel novero delle
torture”.
“
Talvolta […] penso che tu mi abbia afferrata con i denti, tenuta stretta tra le
fauci e trascinata fuori […] dalla mia realtà da incubo di sangue, e che tu mi
abbia condotta in una realtà parallela, una realtà da incubo di morte e di
pseudonimi, in cui non esisto già più, in cui la mia identità viene frantumata
e rifrantumata senza posa dalle tue zanne, e in cui devo prendere delle
precauzioni per farti uscire dall’ombra, per invocare impunemente la tua
presenza severa, la tua presenza tenera e feroce”.
“Lisbona ultima
frontiera” ruota tutto intorno alla ricerca dell’IO, della vera identità
personale e lo fa avvalendosi di argute considerazioni
filosofiche – innanzitutto – e poi di velati (ma non troppo) riferimenti a grandi opere letterarie. Si
possono scorgere collegamenti a Jung e alla sua idea di inconscio collettivo; anche
Freud viene coinvolto con le sue idee dei complessi, in particolare quello di
Edipo. Persino Platone trova posto nel romanzo di Volodine, con il suo Mito
della Caverna. E’ facile – allo stesso modo – cogliere i riferimenti a Ray
Bradbury e al suo romanzo di punta “Fahrenheit
451” e a R. L. Stevenson con
l’altrettanto celebre romanzo “Lo strano
caso del Dottor Jekyll e del Signor Hide”. Luigi Pirandello domina – con la
sua teoria delle maschere – tutto il romanzo, mentre particolarmente accentuati
sono i riferimenti a George Orwell e al suo “La
fattoria degli animali”.
L’ansiosa
ricerca di identità, l’indagine metafisica per trovare l’IO, il vero IO,
crea sgomento, provoca stordimento e si può rischiare di smarrirsi lungo la
strada perché “sottile è la linea di
confine che separa l’equilibrio mentale dall’alienazione”.
L’individuo non esiste,
è solo un’ombra che si muove nell’ombra. Un
concetto – quello dell’ombra, appunto – che si insinua nel lettore come un
senso di forte inquietudine.
Come
si va alla ricerca dell’IO?
Volodine lo fa con una
serie di espedienti letterari di grande effetto: mette in bocca ai suoi
personaggi i cosiddetti TEMI, ovvero spunti
di riflessione filosofica che hanno il compito e il potere di scandagliare
l’animo umano. Alcuni dei temi più significativi sono sicuramente questi:
-
“Fingere
attaccamento alla vita è segno di forza o di debolezza?”
-
“L’uomo
ebbro di libertà è libero o è soltanto ebbro?”
-
“L’animale
insito in noi determina la nostra doppiezza di fronte al destino?”
-
“L’idea
di sopravvivere alla propria morte può avere un fondamento non religioso?”
-
“La
meticolosa elencazione degli esemplari di una determinata specie favorisce o
ostacola l’identificazione di quella specie?”
-
“Se
prima o poi dobbiamo morire, perché dormiamo?”
Naturalmente, questa
ricerca è ostacolata con forza da un Sistema le cui basi sono marce e corrotte,
ma che trova validi alleati in Istituzioni di potere e Società. La Società, con
a capo le suddette Istituzioni, è – in tutto e per tutto – paragonabile a una
creatura vivente, ad un organismo che ha il compito precipuo di mantenere il
controllo sugli individui.
In
che modo le Istituzioni esercitano il loro potere?
Sicuramente tramite la distrazione: discussioni inutili, idee
preconfezionate ad hoc durante sedute
a tavolino (che assomigliano in maniera impressionante al Concilio di Nicea),
manipolazioni della realtà ad esclusivo beneficio dei soli membri detentori del
potere e non di certo della massa. Infatti, se alla massa non si dà il tempo di
pensare o – peggio ancora – le si fornisce il materiale preconfezionato sul
quale pensare, è facile tenerla in pugno. Va da sé che chi tentasse di
discostarsi da quelle che sono le idee imposte come verità assoluta e
incontrovertibile dalle autorità verrebbe immediatamente messo a tacere, fatto
a brandelli perché non scardini porte che dovrebbero rimanere chiuse e non
smantelli fondamenta che dovrebbero continuare a sorreggere realtà virtuali e
fittizie quasi quanto quella del film “Matrix”. E’ semplice obbedire a questo
sistema: basta non farsi domande, non sollevare obiezioni, non controbattere.
Anche i bambini vengono instradati – fin da subito – su questa forma di obbedienza
perché se fossero lasciati liberi di pensare romperebbero le catene della
schiavitù con cui è legato il mondo e darebbero vita ad un mondo in cui ognuno
è libero. I bambini rappresentano il futuro,
il collegamento all’innocenza e alla libertà (ormai perdute) degli adulti e questi
ultimi manifestano diverse reazioni di fronte ad essi: paura, odio o –
addirittura – indifferenza. Paura perché il futuro è ignoto e l’ignoto
terrorizza. Odio perché i bambini hanno sicuramente molto più futuro di fronte
a loro a differenza degli adulti, pertanto questi ultimi passano velocemente da
questa pesante forma di invidia all’odio. Indifferenza in quanto molti
ritengono i bambini nettamente inferiori rispetto a loro e indegni di
considerazione.
A
chi – in particolar modo – sono rivolte le critiche di Volodine?
Le
critiche sono rivolte in special modo ai letterati, agli artisti, ai critici,
alle comunità scientifiche, alla polizia e alla socialdemocrazia al potere,
insomma a tutti gli ingranaggi della Società e a chi la fa esistere per quella
che è:
“Una
civiltà mostruosa, pensò Ingrid, una società distorta, oscurata in ogni campo
da falsi valori, un’organizzazione i cui pilastri, continuava a rimuginare,
sono la truffa istituzionalizzata, il culto del denaro, la disuguaglianza
sociale, una disuguaglianza alimentata cinicamente di proposito, precisò, e i
cui inconfessati punti di riferimento, si indignò, sono lo sciacallaggio,
l’idiozia e la violenza. Spero che di tutto questo non resti altro che un
mucchio di cenere!”
“L’odio
contro i poteri costituiti, la paranoia antipoliziesca, l’idea che dietro le
apparenze ufficiali agiscano delle forze manipolatrici, delle forze
insospettabili agli occhi dei comuni mortali, ma determinanti, l’odio per la
socialdemocrazia, per la mollezza e l’autocompiacimento della socialdemocrazia,
la convinzione che la socialdemocrazia sia in realtà un totalitarismo peggiore
degli altri perché privo di incrinature, l’opinione secondo la quale i
socialdemocratici farebbero da paravento ai veri poteri, quelli del complesso
militare-industriale (per riprendere la vostra terminologia demenziale), la
paura provocata dai continui cambiamenti di identità a cui sei sottoposta, la
sensazione di sbandamento di fronte all’identità che si sgretola, la paura
provocata dall’annientamento, dietro di te, dei tuoi doppi, l’ossessione dei
segreti che nessuno deve conoscere, l’ossessione delle costanti bugie che sei
costretta a sostituire alla tua autobiografia, la paura della metamorfosi, la
soddisfazione che suscitano in te le azioni violente, la paura di fronte agli
anni che passano nell’isolamento della prigione o dell’esilio, l’assenza di
relazioni pacifiche fra gli individui, l’assenza di sincerità, l’assenza di
rimorsi, l’assenza di futuro”.
I giornalisti hanno
creato un sistema di non-informazione (“La stampa ha gettato alle ortiche le questioni
essenziali”) , il mondo editoriale pubblica romanzi-non romanzi, gli
esegeti hanno il compito di stanare i messaggi in codice celati dietro ogni
libro e di mettere all’indice o distruggere – in collaborazione con i critici
letterari e la polizia – qualsiasi pubblicazione sia ritenuta non idonea ad essere letta dalla
massa.
La cosa più
sconvolgente è che, sebbene la polizia
scaturisca dalla mente dei cittadini, ha il potere di ingabbiare quelle stesse
menti da cui è stata partorita. In poche parole: siamo
noi stessi a creare le nostre prigioni! Questo accade perché, quando
siamo in tensione, i nostri sensi si acuiscono o – al contrario – si
intorpidiscono a tal punto da metterci in condizione di non capire più se una
cosa viene da dentro di noi o da fuori. La paura e
l’angoscia che scaturiscono da tale sgomento sono talmente elevate che
arrivano ad assumere una forma e una dimensione al di fuori del solo pensiero;
si materializzano, si concretizzano in entità corporee in grado di
paralizzarci. Tanto è vero che Volodine stesso definisce la polizia “uno
steccato”. In questo modo, automutilazioni e autocensure sono all’ordine del
giorno. E anche la memoria diventa talmente
labile che non si ha più neppure la percezione se certe cose siano accadute
davvero oppure no.
Di
che tipo è la paura descritta da Volodine?
La paura di cui
Volodine ci parla non riguarda le sofferenze fisiche, ma qualcosa di molto più
grande e spaventoso, ovvero la paura della paura. A
rendere tanto palpabile questa sensazione di per sé astratta e incorporea sono
il linguaggio e lo stile narrativo dello stesso Volodine. Questo scrittore è
riuscito a creare non solo un romanzo “a scatole cinesi”, ma una struttura surrealistica che catapulta il lettore
in un mondo di fantasia talmente plausibile da poter essere reale. Un universo
parallelo, una costruzione onirica talmente vicina al mondo in cui viviamo da
farci rispecchiare in essa. Si prova un fortissimo senso di stordimento e di
vertigine nel leggere “Lisbona ultima frontiera” per la terminologia usata, per
le figure retoriche che sostengono le immagini oniriche, per gli scenari
sanguinari descritti ( che – nonostante siano spesso cruenti al limite del
disgustoso – sembra non tocchino nessuno):
“Lo
stridio di un’anima che viene strappata via dal corpo”.
“La
casa sanguina, tutto sanguina”.
“Il
luogo è deserto, le voci si sciolgono, il pensiero si scioglie nel sudore, nel
silenzio della vegetazione rigogliosa […]”.
“Luccicanti
gocce di liquirizia e sogni”.
Quali
sono i fondamenti di questa eresia, di questa disobbedienza al potere?
Promuovere
una nuova estetica, insinuare negli animi l’inquietudine, il dubbio,
l’abitudine alla diffidenza nei confronti dei principi fondamentali del
Rinascimento, instillare l’abitudine alla rivolta.
“Cospirare
per una metamorfosi dello spirito”.
“[…]
sì, continueremo, con lo stesso stile frammentario furbo e piratesco, a
denunciare questa società frammentaria, furba e fasulla, fondata sulle
ipocrisie, sulle bugie, sulle false bugie e sulle vere, infinitamente vere
vigliaccherie”.
Un libro estremamente complesso e articolato i cui significati
reconditi sono davvero numerosi. Un libro in cui la preda diventa cacciatore e
il cacciatore diventa la preda, alternativamente e senza sosta. Il linguaggio è
ricercato e lo stile incalzante e scorrevole sebbene la struttura non lo sia
altrettanto. Specchio del nostro tempo, “Lisbona
ultima frontiera” rappresenta un’attenta e accurata analisi dei difetti e
dei bisogni dell’individuo a dispetto della società in cui è inserito.
Sorge una domanda: chi si accorgesse di essere un individuo
dotato di una propria personalità e desiderasse emergere dalla massa per
trovare sé stesso, quali e quante possibilità avrebbe di non essere
schiacciato?
Etichette:
Angoscia,
Antoine Volodine,
Clichy,
Corruzione,
Filosofia,
Flusso di coscienza,
Identità,
IO,
Istituzioni,
Lisbona,
Ombra,
Paura,
Polizia,
Potere,
Rinascimento,
Socialdemocrazia
Iscriviti a:
Post (Atom)


