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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

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mercoledì 22 novembre 2023

I POTERI DEGLI SPECCHI

 

 


“Interrogato se Narciso sarebbe giunto a vedere una lunga, tarda vecchiaia, l’indovino aveva risposto: «Se non conoscerà se stesso[1]»”.

Potrebbe sembrare una profezia in netto contrasto con la massima incisa nel Tempio di Apollo, a Delfi, che recitava: «Conosci te stesso», invece non lo è, anzi, le due affermazioni possono essere considerate l’una il completamento dell’altra. «Conosci te stesso» è una esortazione a cercare la propria vera natura, a non bastarsi mai, a crescere sempre. Perché arrivare a conoscersi definitivamente è tutt’altra cosa: si tratta di credere di essersi trovati, illudersi di non aver più bisogno di niente e di nessuno e precludersi, così, la possibilità di scoprire le altre innumerevoli caratteristiche che ci contraddistinguono. Quelle caratteristiche rappresentano il nostro essere in tutti i modi e in tutti i tempi. Narciso ha ceduto a una sorta di avarizia che lo ha fatto implodere; una brutta fine, la sua, avvenuta proprio perché ha conosciuto se stesso o, meglio, si è convinto di essersi trovato e, in un impeto di folle autostima, si è impedito di lasciar andare se stesso. In altre parole, ha impedito a se stesso di crescere e – per estensione – di vivere.

Siamo creature straordinarie ed è bene imparare ad amare noi stessi, è bene indagare su ciò che si cela nelle profondità della nostra mente e del nostro cuore, ma non dobbiamo dimenticare che, a volte, per capire chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere, abbiamo bisogno di staccarci dalle nostre certezze. Gli altri possono diventare i nostri specchi e noi possiamo esserlo per loro, come l’acqua lo è stata per Narciso. Per non incorrere nel suo stesso errore basterà non fossilizzarci sulle “immagini” che vedremo riflesse, ma farne tesoro per potere aggiungere – di volta in volta – un tassello all’immenso puzzle che ognuno di noi è. Luigi Pirandello lo aveva capito molto bene quando scrisse “Uno, nessuno e centomila”, romanzo nel quale il povero Vitangelo Moscarda si lascia condizionare da un commento della moglie a proposito del suo naso.

“«L’uomo più felice della terra riuscirebbe a usare lo Specchio delle Emarb come un normale specchio, vale a dire che, guardandoci dentro, vedrebbe se stesso esattamente com’è. Cominci a capire?»

Harry ci pensò su. Poi disse: «Ci vediamo dentro quel che desideriamo… le cose che vogliamo!»

«Sì e no» disse Silente tranquillo. «Ci mostra né più né meno quello che bramiamo più profondamente e più disperatamente nel nostro cuore. […] E tuttavia questo Specchio non ci dà né la conoscenza né la verità. Ci sono uomini che si sono smarriti a forza di guardarsi, rapiti da quel che avevano visto; e uomini che hanno perso il senno perché non sapevano se quello che mostrava fosse reale o anche solo possibile. […] Ricorda: non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere[2]»”.

I sogni ci tengono in vita, i desideri ci fanno crescere, ma né gli uni né gli altri possono svolgere il loro compito se non li applichiamo nella quotidianità. Guardarsi dentro è fondamentale per capire cosa si vuole, ma solo se poi si trova il coraggio di realizzarlo. Sognare la vita per poi viverla come nel sogno.

Gli specchi sono potenti ma anche pericolosi, dunque, e bisogna prestare la massima attenzione quando vi si osservano le immagini riflesse e, ancor di più, quando li si attraversa. Lewis Carroll, per esempio, fa vivere grandi avventure ad Alice quando le fa attraversare lo Specchio, ma sono avventure non prive di vertigini e stordimenti. Innanzitutto le viene prospettata la possibilità di perdere il suo nome. Il nome è l’identità e perdere l’identità sicuramente non è piacevole, ma lo scopo di ogni viaggio non è forse uscire dalla routine quotidiana e scoprire cose nuove? Non si viaggia, forse, per trovare e per trovarsi? E se ci si trascina una zavorra, una certezza tanto pesante quanto lo è il nome, è ugualmente possibile godersi l’avventura della ricerca?

Poi c’è la questione della memoria.. Vivere a rovescio presenta uno strano vantaggio: “la memoria lavora in entrambi i sensi”. È possibile ricordare le cose prima che siano accadute? In realtà, se ci pensiamo bene, è una cosa che più o meno tutti, prima o poi, sperimentiamo. Nel mondo onirico coi sogni premonitori, da svegli con déjà vu e precognizioni, nello spazio sconfinato della nostra psiche con l’immaginazione siamo perfettamente in grado di sovvertire l’ordine del Tempo a cui siamo abituati, solo che di solito archiviamo quegli episodi di libertà mentale come inspiegabili follie momentanee e cerchiamo di ritornare in fretta alla “normalità”.

“Gli specchi hanno qualcosa di mostruoso”- secondo ciò che scrisse Jorge Luis Borges in “Finzioni” – e possono rappresentare un pericolo se vi si indulge in modo sconsiderato, ma – a saperli sfruttare in modo corretto – ci si guadagna sempre almeno un cambiamento di prospettiva, un punto di vista differente, ovvero meravigliose prove di rivoluzione esteriore e interiore.

“Mi chiamo Hor.

Ma chi è questo: IO-Hor? Sono soltanto una persona? Oppure sono due persone contemporaneamente e possiedo le esperienze della seconda? Sono molte persone contemporaneamente? […] Qualcosa di mio arriva fino a voi là fuori, a quell’uno o a quei molti che siete tutt’uno con me come le api con la loro regina? Mi sentite, membra del mio corpo sparso? Sentite le mie impercettibili parole, ora o fuori del tempo? Per caso cerchi me, oh mio altro io? Cerchi Hor, che sei tu stesso? Cerchi il tuo ricordo che è presso di me? Forse che, come stelle, ci avviciniamo l’uno all’altro attraverso spazi infiniti, passo dopo passo, immagine dopo immagine?

E arriveremo mai a incontrarci, un giorno o fuori del tempo? E che cosa saremo allora? O non saremo più? Ci annulleremo a vicenda come il sì e il no?”

“O forse non facciamo altro che sognarci tutti a vicenda? Un intreccio di sogni, un groviglio senza confini, senza fondo? Siamo tutti un unico sogno che nessuno sta sognando?[3]

Siamo uno, ma in realtà siamo anche tanti e – forse – i tanti che siamo sono in collegamento con i tanti degli altri… E, quando sogniamo, chi è il sognatore e chi il sognato? E siamo più svegli nel sonno o nella veglia? E se la realtà fosse capovolta o rovesciata, da quale parte sarebbe la verità? Oppure la verità varia a seconda del punto di vista dell’osservatore? Se fosse così, non potrebbe esistere una verità assoluta, perciò tutti avremmo ragione, ma anche torto.

“Ho creato in me varie personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare, mi sono distrutto; mi sono così esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi[4]”.

 I sogni, come si può notare, sono molto simili agli specchi perché ci mostrano la realtà, ma ci possono anche ingannare; ci fanno entrare in un'altra dimensione che è vicina quanto lontana dal mondo reale, una dimensione in cui il Tempo non esiste e non distinguiamo le ombre da chi le proietta. Come nel Mito della Caverna di Platone, narrato nel Libro VII de “La Repubblica”. Il Mito racconta la storia di uomini incatenati da tutta la vita all’interno di una caverna e costretti a vedere solo le ombre proiettate dalla realtà; per quegli uomini le ombre sono la realtà. Il loro è un mondo a due dimensioni, proprio come le immagini che vediamo riflesse negli specchi. Le ombre e i riflessi hanno in comune il fatto di essere proiezioni di un altro mondo, ma – allargando il concetto – potremmo dire che rappresentano entrambe dei “portali” per realtà alternative. E, quando immaginiamo altri mondi, siamo spinti a “riconsiderare la nostra posizione nel contesto del nostro stesso mondo. […] In pratica è proprio dalla percezione del sé che nasce la consapevolezza di tutto ciò che non è sé […]: quando immaginiamo il mondo che non abbracciamo con la nostra esperienza, stiamo scavando nelle profondità della nostra stessa psiche[5]”.

Specchi e caverne ci aiutano a tenere vivi dubbi atavici: è davvero tutto qui oppure esistono altre dimensioni? Qual è la realtà e qual è la proiezione? I mondi che creiamo con  l’immaginazione possono essere reali quanto quello in cui viviamo? Ammesso che quello in cui viviamo sia reale…

“L’immaginazione umana può creare interi universi, nei quali possiamo viaggiare servendoci degli abissi della disperazione o delle vette dell’estasi. […] Abbiamo tutti quanti un estremo bisogno di scoprire nuove realtà, di accedere a quanto è situato appena al di là della nostra capacità di percezione. […] Ciò non implica necessariamente che ogni aspetto di quei mondi che non sono accessibili alla nostra esperienza diretta sia pura immaginazione[6]”.

“Nel sogno dell’uomo che sognava, colui che era sognato si svegliò”. Borges scrisse questa frase in un racconto intitolato “Le rovine circolari”. Già di per sé si tratta di un’affermazione inquietante, ma ancor più inquietanti sono le parole con le quali il racconto si chiude, ovvero: “Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che anche lui era un’apparenza, che un altro lo stava sognando”.

E se la vita che viviamo (e di cui crediamo di avere le redini) fosse il sogno di qualcun altro? E se i nostri sogni fossero, in realtà, sogni nei sogni? Una specie di “Inception”, tanto per intenderci…

Nel libro più famoso di Michael Ende – “La Storia Infinita” – compaiono diversi specchi. La storia inizia, infatti, con una scritta al contrario. È un avvertimento, un’espediente usato per richiamare l’attenzione di Bastiano e dell’altro protagonista coinvolto nella narrazione, ovvero il lettore stesso. È un modo per dirci che stiamo per entrare in un altro mondo non meno reale di quello in cui viviamo. Ed è da lì che dovremo passare per trovare il “verso giusto” della vita.

C’è uno specchio nella soffitta in cui Bastiano si rifugia per leggere. È uno specchio tradizionale che riflette il corpo, l’esteriorità di Bastiano (e di ciascuno di noi), ed essendo un normalissimo specchio ci rimanda un’immagine satura di condizionamenti: ci dice solo quello che pensiamo di noi stessi. È un’immagine realistica, ma non per questo veritiera.

E poi c’è la Porta dello Specchio Magico…

Nessuno sa di quale materiale sia fatta; quando vi si sta davanti, non ci si vede riflessi come in un normale specchio, perché quello che si vede è il proprio Io interiore, quello vero, quello autentico. Chi ha intenzione di oltrepassare questa porta dovrà quindi entrare in se stesso e va da sé che ogni individuo vedrà qualcosa di diverso.

Nessuno di noi conosce realmente la propria natura, perciò vedere il proprio Io può rappresentare una magnifica scoperta o, al contrario, una rivelazione terrificante! È però necessario rammentare che, poiché abbiamo tante sfumature dentro di noi, sarebbe un grave errore identificarci con una di esse in via definitiva. Carl Gustav Jung, Robert Louis Stevenson e molti altri hanno raccontato i pericoli dell’immedesimazione assoluta.

Comunque sia, la porta/specchio di cui parla Ende non è solo uno strumento in grado di riflettere, ma anche un modo per proiettare al di fuori ciò che abbiamo dentro perché possiamo accorgerci delle nostre potenzialità. Non disponendo di Porte Magiche nei nostri salotti non ci resta che affidarci ai ritratti parziali che ci rimandano le persone intorno a noi. Guardando gli altri, infatti, non vediamo che noi stessi o, meglio, parti di noi. I pregi e i difetti che riscontriamo in coloro che ci circondano non sono altro che le nostre aspirazioni e le nostre paure; le cose che ci infastidiscono negli altri ci dicono più cose di noi che di quegli altri. Gli Specchi Esseni si basano proprio sul principio appena enunciato. Ma come si supera questa porta? Atreiu (che potremmo considerare come l’alter ego di Bastiano) si avvicina allo specchio con l’ingenuità tipica di ogni bambino, mosso da una curiosità sincera e privo di aspettative, paure, orgoglio, illusioni, certezze o preconcetti e ciò che vede lo sorprende e lo lascia perplesso. Con questa sensazione di meraviglia riuscirà a oltrepassare il secondo ostacolo e arrivare al successivo. In pratica, essere neutrali in partenza ci porta a meravigliarci all’arrivo.

“Gesù disse: «Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà trovato si stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto[7]»”.

Ma anche quando si “arriva” non ci si deve mai considerare arrivati del tutto.. «Conosci te stesso» - lo abbiamo detto – non significa pensare di conoscersi fino in fondo. È un buon modo per tendere sempre al miglioramento, per avere, in noi, qualcosa da cercare, come un talento, un potere, un mistero.

Guardarsi allo specchio è un po’ come vedersi da fuori: mentre tu guardi i tuoi occhi nello specchio, l’immagine nello specchio sembra fissare i tuoi occhi. L’effetto è amplificato se pensiamo che gli occhi stessi sono come specchi. Praticamente siamo specchi negli specchi, novelli Dante Alighieri in Paradiso riflessi negli occhi di un Dio che vediamo riflesso nei nostri.

Eppure siamo esseri fragili, rosi dalla paura del giudizio altrui, vittime delle incertezze, schiavi delle apparenze, come la matrigna di Biancaneve che domandava continuamente al suo specchio chi fosse la più bella del Regno. “E lo specchio rispondeva” che lei era la più bella. “Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità[8]. Scoprire di avere una “rivale” che la superava in bellezza fu per la Regina un duro colpo, l’invidia prese il sopravvento su di lei e la indusse a compiere azioni terribili che, alla fine, le si ritorsero contro, come se avesse lanciato una maledizione… allo specchio. Ci sono varie spiegazioni all’ossessione della Regina per il proprio aspetto fisico, ma ritengo ce ne siano tre che calzano a pennello: la prima mi induce a pensare che la donna godesse inizialmente di una grande autostima (supportata dalle parole “lo specchio diceva la verità”) che, però – a un certo punto – rivela la propria fragilità; la seconda, invece, mi suggerisce che lo specchio potesse rappresentare il giudizio degli altri, talmente importante  per la Regina, da indurla a fidarsi di lui; la terza ipotesi, infine, mi porta a credere che l’invidia della matrigna nei confronti della figliastra fosse una paura che alcune madri provano e che le fa sentire più o meno inconsciamente in competizione con le figlie. È come se certe donne non accettassero l’idea di invecchiare e di lasciare lo scettro alla prole.

“In fondo al corridoio c’era lo specchio. Coraline poteva vedere se stessa camminare verso di esso, e il suo riflesso le sembrava un po’ più coraggioso di quanto lei non si sentisse. Nello specchio non c’era altro. Solo una bambina in corridoio[9]”.

Coraline è una moderna Alice nel Paese delle Meraviglie. Anche lei, come Alice, ha attraversato uno specchio e ha trovato un altro mondo, un mondo bello – all’apparenza – che però si scopre essere una realtà oscura e terrificante, se solo si ha il coraggio di indagare più a fondo.

Ma allora lo specchio non dice la verità? Sì e no. Lo specchio ci fornisce la nostra verità, quella a cui scegliamo di credere e che non è certamente la verità assoluta. L’immagine allo specchio, se vista in questi termini, è come una fotografia: è parziale, è bidimensionale e può ingannarci, se glielo permettiamo. “Degli specchi non bisogna mai fidarsi”, direbbe Coraline. Io, invece, direi: “Gli specchi non forniscono certezze assolute”, ma dobbiamo rassegnarci al fatto che sono ovunque. “Sicut in caelo et in terra”; tutto è una questione di rispecchiamento. Ci piace pensare di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio; molti genitori amano cercare i tratti in comune coi propri figli perché li percepiscono come estensioni delle loro vite, ma non comprendono che le radici forniscono sì un’identità, ma a volte defraudano del futuro; molti figli cercano di rifuggire le somiglianze coi loro genitori perché in quelle similitudini vedono degli obblighi e in quelle radici  dei lacci che li legano al passato. Ancora una volta, dunque, gli specchi hanno una doppia valenza: possono dare e possono togliere, possono confortare e possono terrorizzare, possono farci trovare ma possono anche farci perdere… Hanno tanti poteri, ma ogni potere dipende sempre da cosa noi – di volta in volta - decidiamo di farne.

 



[1] Ovidio, “Metamorfosi”, Libro III, Fabbri Centauria

[2] J.K.Rowling, “Harry Potter e la Pietra Filosofale”, Salani Editore

[3] Michael Ende, “Lo specchio nello specchio – Un labirinto”, Longanesi

[4] Fernando Pessoa, “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares”, Feltrinelli

[5] Lawrence M. Krauss, “Dietro lo specchio”, Codice Edizioni

[6] Lawrence M. Krauss, “Dietro lo specchio”, Codice Edizioni

[7] Vangelo di Tomaso

[8] Jacob e Wilhelm Grimm, “Biancaneve”

[9] Neil Gaiman, “Coraline” Oscar Mondadori

giovedì 20 gennaio 2022

LE TRE B DI BASTIANO

 

Disegno di Manuela Barbagallo

 

Qualche giorno fa ho ricevuto una mail meravigliosa da una persona di nome Chiara. Chiara mi ringraziava per la mia analisi del libro più famoso di Michael Ende, “La Storia Infinita” e, tra le tante cose belle che mi ha scritto, c’era una domanda riguardante il nome (anzi, i nomi) che l’autore ha scelto per il suo protagonista: Bastiano Baldassarre Bucci. Nella domanda Chiara ha portato alla mia attenzione alcune cose che, in effetti, non avevo mai visto nell’ottica in cui le aveva viste lei. Così ho fatto qualche ricerca…

Già da molto tempo, in realtà, volevo fare un approfondimento ulteriore su questo argomento, perciò questo mi è sembrato il momento giusto.

Per quanto riguarda la ridondanza della lettera “B”, ho scritto parecchio nei miei precedenti saggi (di cui vi lascerò il link alla fine di questo articolo), ma ho deciso di riunire un po’ i pezzi. Qui di seguito gli stralci:

“E in quanto a buone maniere, […] non ne hai neppure per cinque lire. Altrimenti ti saresti per lo meno presentato.”

“Mi chiamo Bastiano […] Baldassarre Bucci”

“Nome piuttosto curioso […] con quelle tre B. Ma già, questa dopotutto non è colpa tua, il nome non te lo sei dato da te.”

Curioso. Bastiano Baldassarre Bucci. Tre B. Quasi a sottolineare il fatto di essere destinato a vivere come eterno secondo.

[Curiose anche le tre C di Carlo Corrado Coriandoli, ma di questo – magari- parleremo un’altra volta.]

 

“Nessuno sa quanto a lungo potrà durare la tua Grande Ricerca. Può darsi che ne vada di ogni ora che passa! Vai a dire addio ai tuoi genitori e ai tuoi fratelli!”.

“Non ne ho”, replicò Atreiu. “I miei genitori furono entrambi uccisi dal bufalo, poco dopo che io ero venuto al mondo”.

“Chi ti ha allevato?”

“Tutti gli uomini e le donne insieme. Per questo mi hanno dato il nome  di Atreiu, che tradotto nella Grande Lingua significa: ‘Figlio di tutti’”.

Certo. Atreiu è figlio di nessuno, quindi è figlio di tutti e per questo motivo la sua esperienza di Ricerca, di crescita e di maturazione può essere quella di ciascuno di noi. A questo punto Ende ci pone davanti al parallelismo tra Atreiu e Bastiano (notare, tra l’altro,  le lettere iniziali dei due nomi, A e B): mentre Atreiu si sente figlio di tutti, Bastiano si sente figlio di nessuno.

“Ciò nonostante però Bastiano fu contento di poter avere in questo modo qualcosa in comune con Atreiu, perché per il resto non aveva con lui nessuna somiglianza purtroppo; non aveva il suo coraggio, la sua decisione e non gli somigliava neppure nel fisico. Eppure anche lui, Bastiano, anche lui era alla Grande Ricerca, e non sapeva dove lo avrebbe portato e come sarebbe andata a finire”.

 

La lettera Bet

Bet è la seconda lettera dell’alfabeto ebraico ed è l’Archetipo di tutti i recipienti poiché, per la sua particolare conformazione, rappresenta il simbolo della capacità recettiva. La sua forma, infatti, ricorda quella di un contenitore chiuso su tre lati e aperto a sinistra, sul quarto. Da questo lato, secondo la Qabbalah, provengono le forze negative, pertanto il fatto che sia aperto proprio in tal punto, ci porta a pensare – ancora una volta – all’imprescindibilità degli opposti nel delicato gioco dell’equilibrio nel Mondo: se non ci fosse il Male non potremmo sperimentare il Bene e neppure avremmo la possibilità di decidere ogni giorno quale strada prendere. Non potremmo batterci per ciò che è Giusto perché non sapremmo che cosa è Giusto e che cosa è Sbagliato. E non potremmo sperimentare il Libero Arbitrio e, con esso, uno degli atti di Libertà più belli che ci siano, ovvero la libertà di Creare.

“è la malattia che rende piacevole e buona la salute, la fame la sazietà, la fatica il riposo” [Eraclito, Frammento 20, pag. 63, “Dell’Origine”, Feltrinelli]

 

“Questa è anche la ragione per cui la proprietà della misericordia è la più adatta per la creazione del mondo: perché a essa non si può aggrappare alcuna forza impura. Questo perché le forze impure si possono aggrappare solamente in un posto dove ci sono mancanze. E poiché non ci sono mancanze di nessun genere nelle proprietà della misericordia, non potrà mai esserci contatto tra Bet e le forze impure”. [Pag. 150 dello “Zohar”]

“La lettera Aleph restò fuori e non entrò per presentarsi al Creatore. Il Creatore le disse: «Perché non vieni da Me come hanno fatto tutte le altre lettere?» Aleph replicò: «Perché ho visto tutte le lettere lasciarTi senza la risposta desiderata. Inoltre, Ti ho visto donare alla lettera Bet questo grande regalo. E, in verità, il Re dell’universo non può riprendersi indietro il suo regalo per donarlo a qualcun altro!» Il Creatore replicò: «Sebbene Io creerò il mondo con la lettera Bet, porrò Te in testa a tutte le lettere e la Mia unicità sarà espressa solo attraverso di te; tutte le azioni e le ragioni di questo mondo incominceranno sempre con te e l’unicità sarà in te sola»”. [Da pag. 151 dello “Zohar”]

Persino l’Infanta Imperatrice, in qualche modo, si avvale di Bastiano e dei suoi desideri per ricostruire Fantàsia. Vi potrete facilmente accorgere, infatti, che il nome e il cognome del terrestre Bastiano iniziano proprio con la lettera “B” (Bastiano Baldassarre Bucci).

 

Ma se Bet rappresenta la Creazione nonché l’esistenza del principio negativo nel Mondo, Aleph (ovvero la prima lettera dell’alfabeto ebraico) è “l’unione degli opposti. È la soglia fra il manifesto e l’inconoscibile, il segreto e il rivelato, il potenziale e l’attuale”. [“Nuovo manuale di Cabala”] La sua forma è data da due metà contrapposte: nella parte alta risiedono le Acque Superiori, quindi la Conoscenza pura e illuminata, mentre nella parte bassa sono rappresentate le Acque Inferiori, vale a dire l’affettività, l’emotività e l’istinto. Aleph rappresenta l’Uno, l’Assoluto, Dio nella Sua interezza che ha in sé il Tutto.

E – guarda un po’ – il nome di Atreiu inizia proprio con la lettera “A”…

 

 

 

LA “B” DI BASTIANO BALDASSARRE BUCCI…

Ancora una volta devo dire “grazie” ai libri di Igor Sibaldi, questa volta – in particolare – per una bellissima spiegazione della lettera “B” che si trova nel suo “Libro della Creazione”, edito da Mondadori (da pag. 105 a pag. 107, capitolo che, non a caso, si intitola: “La biografia della B”).

“Nelle religioni l’inizio è per lo più un modo di escludere qualcosa che vi era prima, e che sarebbe d’imbarazzo. […] Quanto all’inizio di tutti gli inizi delle nostre grandi religioni, cioè alle prime parole della Genesi, è opinione comune che non vi sia esclusione più radicale.

In principio Dio creò il cielo e la terra

significherebbe che quello, e soltanto quello, si debba ritenere il vero «principio», cioè la negazione di qualsiasi «prima». E molti obbediscono, e credono che così sia; e molti no, e ritengono che chi scrisse la Genesi non avesse voluto far sapere che cosa vi era stato prima (per esempio, da dove venisse il Dio creatore) o che non lo sapesse e che, con quella frase, volesse imporre il  suo non-sapere, per impedire che si indagasse più in là.

Il testo ebraico dà torto sia agli uni sia agli altri. Vedremo che l’espressione solitamente tradotta con «in principio» […] non significa all’inizio, e che il verbo «creò», in ebraico, non è al passato remoto: sicché non è vero che in quel lontanissimo istante cominciò tutto. Ma prima ancora, esploreremo la prima lettera di questa parola, la B, che ha già moltissimo da dire su ciò che Mosè intendeva come inizio di un universo, e di Dio, e di un’evoluzione dell’umanità.

Osserviamo innanzitutto che la B è la seconda lettera dell’alfabeto ebraico, e che ciò è strano: in una lingua in cui le lettere contano non meno delle parole, era lecito attendersi che un libro in cui si narra l’origine di tutto incominciasse con la prima lettera dell’alfabeto, àlef. E sarebbe stato possibile: il nome del Dio creatore è ˊElohim, con l’àlef iniziale. Sarebbe bastato scrivere:

ˊElohim creò.

Invece, Mosè non soltanto volle quella B davanti a tutto, ma la calcò nella parola seguente (BaRa’: «dà forma») […].

Gli premeva che la B attirasse l’attenzione.

E la B è il segno geroglifico di un luogo chiuso, di un’interiorità da cui può formarsi e provenire qualcosa. Dimodoché si percepisce, il sottinteso: «Ma tu che leggi, certamente ti chiederai quale fosse quel luogo-B da cui qui si cominciò, e da quando esisteva? E non vorrai cercarlo?»

Numerosi commentatori lo notarono. E di questi, alcuni amano credere che la Genesi fosse non il primo, ma il secondo libro della Creazione e he il primo cominciasse, quello sì, con l’àlef. E che forse Mosè lo distrusse, così come si narra che distrusse, nel deserto, le prime tavole della Legge. O forse, chissà, lo nascose. […]

Più semplicemente, più realisticamente e più avventurosamente al tempo stesso, quella B da cui incomincia il racconto può essere intesa come l’interiorità di un individuo.

Un racconto deve essere stato scritto da qualcuno. L’inizio del racconto dovrà dunque trovarsi in costui, prima ancora che in ciò di cui narra. E il significato della nostra B diventa:

Come comincia un Tutto, un intero universo? Per certo in un uomo, nella storia di un uomo. Dentro di me, in tutta la mia vita, vi è qualcosa che ha prodotto ciò che tu ora leggi.

E chi fu quell’uomo in cui Dio incominciò, e come giunse quell’uomo all’inizio di Dio dentro di sé, è narrato con precisione all’inizio del libro successivo alla Genesi: nei primi capitoli dell’Esodo – che narrano la nascita, l’infanzia, la giovinezza di Mosè”.

 

 

 

Con questi stralci l’uso ripetuto della lettera B per il personaggio di Bastiano è un po’ più chiaro, ma riassumendo:

B è la seconda lettera dell’alfabeto e Bastiano, nella prima parte del libro, si sente un inetto, un perdente, un eterno secondo; soprattutto se messo a confronto con il suo beniamino Atreiu (che – guarda un po’ – ha il nome che comincia per “A”). Ma la B è anche la lettera della Creazione e, continuando la lettura, avremo la conferma lampante del potere creativo di Bastiano.

A questo punto entra in gioco l’interpretazione di Chiara che va oltre e tende all’analisi delle tre componenti del nome di Bastiano: Bastiano Baldassarre Bucci. Come probabilmente saprete, la lingua originale de “La Storia Infinita” è il tedesco e in tedesco il nome del protagonista è Bastian Balthasar Bux.

Chiara mi scrive: “Mi dà la sensazione che  abbia a che fare con l’incarnazione, in una e molte altre vite”. “Questo perché” – continua – “Bastian mi suggerisce l’idea di confine (Bastione)” in quanto “quando ci si incarna si sceglie e sperimenta un limite corporeo”.

Molto bella questa interpretazione, e molto profonda – aggiungerei - e non molto lontana dalla verità, probabilmente. In effetti, in tedesco la parola “bastione” si traduce proprio con “bastion”, ma un bastione più che essere un limite è una protezione, perciò io – nel nome “Bastian” – vedo la possibilità di proteggere e preservare Fantàsia dall’oblio.

“Poi ci vedo l’Epifania”, continua Chiara, “la scoperta del divino incarnato”. E, in effetti, ha senso vederla come lei, anche perché sappiamo bene che la storia di Bastiano è la storia di un’incarnazione/reincarnazione, di una rinascita, se vogliamo.

A questo punto, l’attenzione di Chiara punta sul secondo nome: Baldassarre, il nome di uno dei Re Magi, del secondo, per l’esattezza.

 

Le informazioni che seguono (e che sono contenute tra parentesi quadre) sono tratte da Wikipedia, alla voce "Magi (Bibbia)":

[«Melkon aveva con sé mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli indi, Balthasar, aveva come doni in onore del bambino del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell’incenso e altri profumi. Il terzo re, il re degli arabi, Gaspar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di gran valore e perle fini. Quando tutti furono giunti nella città di Gerusalemme l’astro che li precedeva celò momentaneamente la sua luce. Essi perciò si fermarono e posero le tende. Le numerose truppe di cavalieri si dissero l’un l’altro: - E adesso che facciamo? In quale direzione dobbiamo camminare? Noi lo ignoriamo, perché una stella ci ha preceduti fino a oggi, ma ecco che è scomparsa e ci ha lasciati nelle difficoltà.»

(Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap XI par. 3, “I vangeli apocrifi”, a cura di M. Craveri, Einaudi, 1969).

 

«Subito un angelo del Signore si recò nel paese dei persiani, per avvertire i re Magi che andassero ad adorare il neonato. E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la vergine diveniva madre. In quel momento il regno dei persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’oriente, e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo Melkon, regnava sui persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli arabi. Essendosi uniti insieme per ordine di Dio, arrivarono nel momento in cui la vergine diveniva madre.»

(Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap V par. 9, “I vangeli apocrifi”, a cura di M. Craveri, Einaudi, 1969).

 

«Al bambino poi offrirono ciascuno una moneta d’oro. Dopo di ciò uno offrì dell’oro, un altro dell’incenso e l’altro della mirra.»

(Vangelo dello pseudo Matteo, Cap XVI, par. 2, “I vangeli apocrifi”, a cura di M.Craveri, Einaudi 1969).

 

Il racconto evangelico li descrive in maniera estremamente scarna e la successiva tradizione cristiana vi ha aggiunto alcuni particolari: erano tre (sulla base dei tre doni portati, oro, incenso e mirra) e si chiamavano Melchiorre, Baldassarre e Gaspare. Nel tardo medioevo si ritenne che fossero oltre che sapienti anche dei re, venuti simbolicamente a rendere omaggio al bambino Gesù dalle tre parti del mondo allora conosciuto: Asia, Europa e Africa. Per questo motivo nelle raffigurazioni artistiche uno dei magi a volte è raffigurato con la pelle scura. Secondo la simbologia bizantina a volte sono raffigurati come le tre età dell'uomo: il giovane, l'uomo maturo e l'anziano.

 

Le Chiese orientali assegnano vari nomi ai Magi, ma nella tradizione occidentale si sono affermati i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Questi tre nomi compaiono per la prima volta nell'Excerpta Latini Barbari (Bithisarea, Melichior, Gathaspa) datato tra il 474 e il 518, e si ritrovano nel mosaico della chiesa di sant'Apollinare nuovo a Ravenna (Balthassar, Melchior, Gaspar) della metà del VI secolo, che li rappresenta in cammino verso il bambino Gesù da adorare. In altre culture i nomi sono ancora diversi, per esempio la Chiesa cattolica etiope li chiama Hor, Basanater e Karsudan.]

 

 

 

Sappiamo, dunque, che i Magi portarono dei doni a Gesù, riassunti con la formula “oro, incenso e mirra”, ma cosa rappresentano esattamente tali doni? L’oro è un dono riservato ai re (e Gesù è Re dei Re); l’incenso è per risaltare la divinità (e Gesù è il Figlio di Dio); la mirra era usata nel culto dei morti e nella loro preparazione per la sepoltura (e Gesù è anche umano, quindi mortale). Possiamo – facendo una forzatura – asserire che anche Bastiano è/sarà Re (Re di Fantàsia); anche Bastiano ha una forte componente divina (poiché è in grado di creare); e Bastiano è sicuramente umano e mortale. Bastiano vive un’esperienza mistica molto intensa: muore e rinasce, resuscitando proprio quelle scintille divine che vengono comunemente chiamate “Illuminazione”. Il nome Balthasar, inoltre, sembra voglia dire “Bel protegge il re” o “Bel proteggi il re”. Bel, un Dio, incaricato di proteggere la vita di un re… (Devo ringraziare di nuovo Chiara, per avermelo suggerito). Dio è nelle mani di Bastiano e Bastiano è nelle mani di Dio, se ci pensate bene…

 

Ora, per quanto riguarda il cognome (Bucci, nella versione italiana; Bux, nella versione originale)… Chiara fornisce un’interpretazione assai curiosa: leggendo, si ha – infatti- l’impressione di pronunciare la parola “books” (=libri) – fa notare – e lei percepisce un riferimento “all’eterna generazione di storie, di vite, ai desideri dell’anima che costruiscono storie, plasmando la vita”.

Per rispondere alla suggestione di Chiara partirei dal fatto che, in tedesco, “libro” si dice “buch”. Libro, al singolare. Ma perché proprio al singolare? Probabilmente perché “La Storia Infinita” è il libro di tutti i libri, il libro in cui sono racchiuse tutte le storie…

 

Chissà che cos’ha pensato realmente Ende quando ha scritto “La Storia Infinita”… Possiamo fare molte congetture, dare innumerevoli interpretazioni, ma la verità è che i misteri racchiusi in questo libro meraviglioso sono uno sprone potentissimo ad aprire la nostra mente, a porre e a porci domande, a cercare, a studiare e – soprattutto – a vivere con la magia nello sguardo.

 

Grazie, Chiara, per la sua splendida e-mail, per le sue domande, per la sua visione originale e profonda. Buona vita a lei e a tutt* voi!

Qui di seguito, i link ai miei articoli:

NUOVI MONDI

http://manumelaracconti.blogspot.com/p/nuovi-mondi.html 

LA STORIA INFINITA (1-16)

http://manumelaracconti.blogspot.com/p/blog-page_6.html

LA STORIA INFINITA (17-26)

http://manumelaracconti.blogspot.com/p/blog-page_7.html