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Alba de Céspedes, "Quaderno proibito", ed. Mondadori.
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“Quaderno
proibito” è la storia di un “risveglio”, il risveglio di una
donna che si riscopre tale. Valeria – questo è il nome della protagonista – è
figlia, moglie, madre, amica, collega, ma – grazie a un atto “sovversivo” –
comincia a scavare dentro se stessa per trovarsi e/o ritrovarsi. L’atto in
questione è l’acquisto di un quaderno (lascio a voi la scoperta del motivo per
cui viene definito “proibito”) che assume la funzione di diario. Nel suo diario
– intimo e segretissimo – Valeria annota le tappe del proprio risveglio,
raccontando in modo semplice ma estremamente dettagliato e profondo i fatti che
le accadono nel quotidiano. Il diario le consente di mettere a fuoco
l’inquietudine, il dissidio interiore, il desiderio di essere “vista”,
considerata e compresa; il bisogno di sentirsi viva e di avere uno spazio e del
tempo tutti per sé.
“Pubblicato
a puntate tra il 1950 e il 1951, e un anno dopo in volume, “Quaderno proibito”
è considerato il capolavoro di Alba de Céspedes, un libro che è testimonianza
storica di un’epoca e tributo a una generazione pre-femminista decisiva per
tutte le rivoluzioni successive; ma soprattutto una magistrale prova letteraria
capace di svelare l’identità, frammentata e mutevole, dell’essere umano”.
“Siamo
sempre inclini a dimenticare ciò che abbiamo detto o fatto nel passato, anche
per non avere il tremendo obbligo di rimanervi fedeli. Mi pare che altrimenti
tutti dovremmo scoprirci pieni di errori, e, soprattutto, di contraddizioni,
tra quello che ci siamo proposti di fare e quello che abbiamo fatto, tra quello
che avremmo desiderato di essere e quello che ci siamo accontentati di essere
in realtà”.
Valeria compra il
quaderno proprio perché si tratta di un oggetto “proibito” e l’azione stessa di
tenere un diario diventa improvvisamente (e automaticamente) qualcosa di
proibito. Scrivendo su quelle pagine, non solo scopre molte cose su di sé, ma
inizia anche a capire di avere dei diritti – oltre che dei doveri – nella vita.
“Non
ti rendi conto di quanto hai lavorato per coprire le cose finché non cerchi di
dissotterrarle”.
Sono in tanti a farlo (io
compresa); sono in tanti a nascondersi dietro le convenzioni sociali, dietro la
morale, dietro il senso del dovere, dietro il “così si deve fare perché così si
è sempre fatto”. Sono in tanti a mettere da parte i propri bisogni per far
spazio a quelli degli altri. La famiglia, il lavoro, gli amici, tutti esigono
un “prezzo”, per ognuno di loro portiamo una maschera. Essere uguali a se
stessi per tutta la vita non è soltanto impossibile, è innaturale, ma ci
imponiamo di farlo perché abbiamo paura di sentirci dire che siamo cambiati,
che non ci riconoscono più… La verità è che, così facendo, non conosceremo mai
noi stessi e neppure gli altri.
Un altro grande ostacolo
alla nostra scoperta/riscoperta/crescita personale è il senso di colpa.
Convincersi di essere “sbagliati” frena lo sviluppo della personalità, blocca
la creatività, inchioda la voglia di fare e sotterra i desideri. Spesso, chi –
come Valeria – cede agli impulsi vitali, si trova poi costretto a fare i conti
con i rimorsi di coscienza. In alcuni casi il rimorso è giustificato e, anzi,
auspicabile, ma in altri fa il paio col rimpianto. Cioè: o fai una cosa e te ne
penti o non la fai e… ti penti di non averla fatta.
“Tu
ti senti obbligata a servire tutti […]. Allora anche gli altri, a poco a poco,
finiscono per crederlo. Tu pensi che per una donna aver qualche soddisfazione
personale, oltre quelle della casa e della cucina, sia una colpa: che il suo
solo compito sia quello di servire. Io non voglio, capisci?, non voglio”.
A parlare, qui, è la
figlia di Valeria – Mirella – che, come la maggior parte delle persone, ama i
genitori, ma ha negli occhi anche la voglia di “superamento”. L’obiettivo
consiste nel prendere il meglio da chi ci ha messi al mondo e integrarlo col
proprio meglio, per superarli e per superarsi. E per essere felici.
Siamo tutti vittime del
concetto di “utilità”, ma nessuno viene al mondo – soltanto – per “servire” a
qualche scopo…
Valeria è una creatura
“invisibile” che, a un tratto, si accorge di esistere e di “essere”. Il
quaderno/diario diventa il suo specchio, lo specchio della sua interiorità e la
prova del suo essere al mondo. Perché vivere non significa solamente essere in
vita, ma anche accorgersi di esserlo e godere di tale fatto. [Pssst pssst, sì
tu, proprio tu che stai leggendo questo post: ACCORGITI DI TE!]
E scrivere è un buon modo
per accorgersi di sé. All’inizio “è
difficile ricreare in parole le cose che vediamo e sentiamo nella mente”… ma:
“Tutti
i problemi della scrittura e della recitazione nascono dalla paura. Paura della
vulnerabilità, paura della debolezza, paura di non avere talento, paura di fare
la figura degli stupidi per averci provato, per avere anche solo pensato di
poter scrivere. È sempre paura. Se non ci fosse la paura, immaginate quanta
creatività nel mondo. La paura ci trattiene a ogni passo del nostro cammino”.
Mettersi a nudo, anche se
solo sulla carta, anche se solo per noi stessi, può far paura. Persino la
vergogna è una forma di paura. Quindi, spesso, quando ho difficoltà a scrivere
qualcosa sul mio diario, penso: cosa mi frena? temo il giudizio degli altri?
oppure temo il mio? Ecco, forse il nocciolo della questione è qui,
nell’opinione che mi farei di me stessa se mettessi nero su bianco tutta la mia
verità, ossia tutti i miei pensieri, tutte le mie motivazioni, tutte le mie
azioni, tutto ciò che ho detto e desiderato; e poi tutti i fatti, quelli
compiuti e quelli subiti… Ho paura che scrivere di queste cose le renderebbe
effettive e irreparabili? È così che scatta l’auto-censura. È questo che
scatena il silenzio sulla carta e il frastuono nella mente. È questo che mi fa
ammalare…
Anche Valeria ha paura, a
volte, ma il bisogno di mettere in ordine i propri pensieri e di trovare la
vera se stessa, la Valeria autentica, è più grande della paura. Poi, una volta
trovata, non le rimane che una cosa da fare: decidere se tirarla fuori o
tenerla tutta per sé. Naturalmente non vi svelerò il finale, ma vi dirò che la
sua scelta mi ha lasciata a bocca aperta.
Un altro modo per
accorgersi di sé è leggere. Quando leggiamo può infatti capitare di sentirsi
affini ai personaggi o alle vicende raccontate: questo accade perché ci sono
cose che, per quanto intime e personali possano essere, fanno comunque parte di
un patrimonio emozionale più ampio, che molti - prima di noi o insieme a noi –
hanno vissuto e che molti – dopo di noi – sperimenteranno sulla propria pelle.
Alcuni autori e alcune autrici sembrano parlare di e con noi; leggendo le
pagine che hanno scritto, troviamo dei frammenti più o meno grandi del nostro
vissuto perché ci sono delle cose che potremmo definire “universali”. Leggere
ci fa sentire meno soli, ci fa sentire compresi, ci fa sentire unici ma, nello
stesso tempo, “comunitari”. I poteri della lettura, così come quelli della scrittura,
non vanno sottovalutati.
Ancora qualche appunto…
1.
Il film di (e con) Paola Cortellesi – “C’è ancora domani” – è un consiglio
cinematografico che ben si adatta ai temi che ho trattato in questo articolo.
Ma ve lo consiglio a prescindere da tutto, perché è veramente bellissimo.
2.
Se voleste approfondire i poteri della
scrittura, ho pubblicato un articolo sui vantaggi di tenere un diario segreto. L'articolo in questione si intitola "Esercizi di scrittura creativa" e potete trovarlo a questo link: http://manumelaracconti.blogspot.com/2023/04/esercizi-di-scrittura-creativa.html
3.
Il libro di Lily King, spesso citato in
questo articolo, è:
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Lily King, "Scrittori e amanti", ed. Fazi.
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