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Stefano Benni, "Margherita Dolcevita", Feltrinelli.
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“Ci sono delle cose che sembrano cattive e
invece sono buone. Si può tagliare un ramo per far stare meglio l’albero,
oppure per rovinarlo. C’è una pioggia che fa bene e una che fa marcire”.
In questa citazione è
racchiusa l’essenza del libro di Stefano Benni, “Margherita Dolcevita”. È
risaputo, ormai, il Bene e il Male, il giusto e lo sbagliato assoluti non
esistono, non su questa Terra, almeno. E non sono sufficienti le buone
intenzioni perché ciò che facciamo o diciamo sia considerato buono. Le cose oscure
ci spaventano e ci attraggono. “In ogni
casa che crediamo di conoscere bene c’è sempre qualcosa di dimenticato, di
nascosto. Un cassetto chiuso, con un coltello insanguinato in mezzo ai
tranquilli cucchiaini”. Ognuno di noi è impossibilitato a definirsi
interamente buono o interamente cattivo (“Si
può diventare condottieri o tiranni, anche in un giorno”), ed è per questo
che dare per scontate le cose o le persone è un grave errore; pensare di
conoscere qualcuno o qualcosa nella sua totalità è da ingenui o da presuntuosi.
Spesso le cose (e le persone) non sono quel che sembrano e, ancor più spesso,
le sembianze di cose e persone cambiano al mutare del punto di vista.
L’osservatore è indispensabile quanto lo è l’osservato. E ognuno ha la propria
verità. Eppure, per molti, “siamo quello
che sembriamo”. Siamo il riflesso negli occhi degli altri e loro sono il
riflesso nei nostri. “Fake view”. Una
visione falsa, distorta e fuorviante della realtà.
Con “Margherita
Dolcevita” Benni, più o meno consapevolmente, divide il mondo in tre tempi: 1.
Ciò che succede da “sempre” (e forse “sempre” accadrà); 2. Ciò che sta
accadendo “oggi”; 3. Ciò che accadrà “domani”, se proseguiremo su questa rotta.
DA
“SEMPRE” (e, forse, per “sempre):
Ø “Quando i bambini crescono e diventano
adulti, capiscono subito che quello che gli avevano detto da bambini non è vero,
eppure riciclano ai loro figli l’antica bugia. E cioè che tutti vogliono
consegnare ai bambini un mondo migliore, è un passaparola che dura da secoli, e
il risultato è questa Terra, questa vescichetta d’odio.
Perciò
io, che sono una bambina in scadenza, penso:
a) che i grandi non hanno più nulla da
insegnarci;
b) che sarebbe meglio se noi prendessimo
le decisioni, e i temi scolastici contro la guerra li scrivessero loro;
c) che dovrebbero smettere di fare i
film dove la giustizia trionfa e farla trionfare subito all’uscita del cinema”.
Margherita ci dimostra
che diventare adulti è un passaggio complicato e doloroso. E quanta solitudine
si annida, in quel passaggio! Non si è più piccoli, ma non si è nemmeno grandi…
Eppure si vedono tante cose in quel confine tra i mondi: cose che i bambini non
possono ancora vedere e gli adulti non vedono più.
Ø “In ogni stanza da gioco che si
rispetti c’è una porta segreta”.
Ø “[…] la mia stanza magica. Ognuno ce
l’ha, anche se spesso la dimentica. E ognuno ha il suo vecchio giocattolo
preferito. […] Quegli oggetti avevano una storia, un passato utile e felice.
Avevano le rughe e le cicatrici come noi. Non parlavano, ma ti guardavano”.
E il nonno di Margherita
ci dimostra che diventare adulti restando bambini è ancor più complicato. Pochi
sono in grado di convivere con due realtà agli antipodi nella propria mente,
dove tutto è importante e nulla lo è; dove tutto è una scoperta orripilante e
meravigliosa, al tempo stesso. Perché ciò che rende davvero speciale la nostra
vita è la “data di scadenza”, il fatto di essere mortali.
Ø “Quante battaglie stupide e quante
nobili e giuste ci sono nella giornata media di ognuno?”
E quanti “bambini ottantenni” incontriamo sul
nostro cammino?
Ø “Dice che l’uomo è stato creato padrone della
Terra, ma gli manca una cosa fondamentale: una borsa di attrezzi per
riaggiustarsi. Ah, sospira, se ci fosse un cacciavite per togliere le idee
sbagliate e un martello per fissare le buone intenzioni, una chiave inglese per
stringere per sempre l’amore e una sega per tagliare col passato! Ma questa
attrezzeria non ce l’hanno data e, dopo aver tentennato e scricchiolato, prima
o poi ci romperemo”.
Ø “Quei signori e signore e ragazzi e ragazze
seduti, tutti avevano ragione. E, parlandone, si rafforzavano in questa loro
certezza. E la loro ragione era costruita sul dileggio, sulla rovina, sul
disprezzo degli altri. E più parlavano, più la ragione cresceva e chiedeva il
suo tributo di parole, di minacce, di gesti. E sempre più gli altri, quelli
dalla parte del torto, diventavano lontani e miserabili. Ma guardando oltre la
strada, nei bar di fronte, altra gente era seduta e anche loro avevano ragione.
Una gigantesca, unica ragione divideva il mondo in quelli che l’avevano, cioè
tutti, e gli altri, e cioè tutti.
E io, che sentivo di non avere
ragione, cosa avrei fatto?”
Tutti hanno ragione e
nessuno ce l’ha, ma il punto non è questo, il punto è che tutti si fanno la
guerra perché ognuno vuole la ragione per sé, per controllare gli altri e
sottometterli. Quello che si ottiene incutendo timore, infondendo paura,
minacciando, urlando e gonfiando il petto non è rispetto, è sottomissione. La
prepotenza non garantisce la benevolenza, bensì tutto il contrario. E non ci si
innalza schiacciando il prossimo, non ci si mette in luce spegnendo gli altri.
IL
PRESENTE:
Ø “Ma erano cambiati. Non vivevano più,
aspettavano che qualcuno gli dicesse come vivere”.
In questa frase saltano all’occhio
due concetti: 1. Che cosa significa “vivere”; 2. Chi è questo “qualcuno”. La
vita si porta dietro due parole imprescindibili, due parole senza le quali
tutto il resto non ha significato: “rispetto” e “libertà”. Vivere significa
essere liberi e rispettare la vita (e dunque la libertà) altrui. E nessuno
dovrebbe permettersi di violare questi principi. Ma qualcuno lo fa. Qualcuno
che usa il potere per controllare, soggiogare, manipolare, schiacciare gli
altri, stabilendo in tal modo una differenza (inesistente in Natura) tra le
creature “di razza” e quelle “bastarde”.
Ø “Dove sono finiti gli yes dogs? E gli
hula-hoop? E le tartarughe Ninja? E la carta moschicida? E la democrazia?”
Benni accosta concetti
apparentemente stridenti tra loro. In agguato, nelle sue frasi, c’è l’ombra del
progresso senza scrupoli e senza una base etica. Dietro la normalità si
nasconde un orrore indicibile, un cambiamento che non prevede né l’amore né il
rispetto né la solidarietà né la compassione. Ma il cambiamento, poi, è davvero
un cambiamento? Una sostituzione, ad esempio, può essere definita un
cambiamento? “Uno muore, subentra un
altro”, scrive l’autore. Ci illudono, ci illudiamo; speriamo e crediamo di
sperare in un futuro migliore finché anche la speranza non muore, e allora…
Ma il talento di Stefano
Benni si evince anche dal linguaggio usato: grazie alla sua Margherita, il vocabolario si fonde col “vocabolaltro” per
dare origine agli hapax (legomena). Parole di uso comune convivono
pacificamente con gemme uniche, brillanti e geniali.
Ø “In economia bisogna essere furbi e
capire quali sono i desideri degli altri, ma soprattutto insegnare agli altri
che desideri devono avere”.
Le leggi di mercato (o il
marketing, come si usa dire adesso)
parlano chiaro: bisogna studiare la gente per capirne i bisogni, ma soprattutto
per crearglieli. Creare la domanda per produrre l’offerta. Spingere alla
novità, alla ricerca dell’ultimo modello; indurre il desiderio di oggetti e
servizi non necessari facendo credere che lo siano. Una delle parole-ventosa
che il mercato ama usare e da cui il pubblico si lascia ammaliare è “gratis”.
Sono in pochi a resistere alla gratuità, spesso usata come specchietto per le
allodole, come miele per attirare il consumatore incallito come quello ingenuo.
Capricci, desideri
indotti, falsi bisogni e falsi miti (come quello dell’eterna giovinezza) ci
distolgono da ciò che desideriamo davvero e ci spingono a volere cose che non
ci servono o che non vogliamo. Perennemente in gara col mondo, abbiamo perso di
vista i veri valori. Corriamo contro il tempo invece di farci amicizia e non ci
godiamo la bellezza e gli attimi di felicità che la vita ci concede. Sempre
impegnati, occupati, indaffarati… Per dare risalto alle apparenze non ci
curiamo più delle sostanze; per compiacere gli altri dimentichiamo noi stessi.
Ø “[…] l’arma batteriologica del
secolo: il tedio. Quella che ti convince che aspettare di vivere è meno
faticoso di vivere”.
La
noia, certo, ma la noia non è la sola “arma” del secolo… L’accompagnano altri
fattori onnipresenti come la paura, l’invidia (“Si è gelosi anche di cose orrende”), il rancore, l’odio, la
menzogna e l’indifferenza. A mio parere, quest’ultima è la peggiore fra tutte.
Ø “Le pubblicità sono false per quello
che mostrano, ma ancor più per quello che nascondono”.
Come distinguere il vero
dal falso e la sincerità dall’inganno? “C’è
sempre qualcosa di nascosto a chi vuol nascondere”, scrive Benni, e questo
dovrebbe far riflettere…
Ø “La prima regola della guerra moderna
è non far vedere i cadaveri”.
Probabilmente è così, ma
c’è anche una soluzione diametralmente opposta per occultare qualcosa, e cioè
mettere quel qualcosa in bella vista, in evidenza, sotto gli occhi di tutti.
Saturare lo sguardo degli spettatori, riempirlo di violenza e morte, di
cadaveri e feriti, di sangue e sofferenza, è un modo altrettanto efficace di
condurre la gente all’abitudine e all’insensibilità.
Ø “La morale è: non dobbiamo ridere quando siamo
contenti noi, ma quando sono contenti loro”.
Torniamo al binomio
noi-loro, torniamo alla distinzione tra buoni e cattivi, tra creature di serie
A e creature di serie B. In Natura queste distinzioni non esistono, ma l’uomo
ha sempre cercato di imporre il proprio dominio sul prossimo…
IL
FUTURO:
Ø “Io credo che esisteranno sempre
l’intelligenza, la voglia di libertà, l’eros e le sale da ballo – ha detto il
nonno – ma la parola speranza non mi sento più di pronunciarla”.
Ø “Uomini senza donne, forti e armati.
La razza del futuro”.
Ø “La paura sarà il sentimento più puro
dei tuoi anni futuri, Margherita. Impara ad amarla. Ma con noi avrete meno
paura. Perché stiamo inventando nuove difese, nuovi controlli, una nuova
intelligenza, una nuova industria contro il nemico.
-Quale nemico?
-Il nemico che vi diremo”.
L’uomo ha inventato l’odio
ed è sua consuetudine dare a questo sentimento una forma o un obiettivo sempre
diversi, qualcuno o qualcosa verso cui scagliarsi. Che le vittime siano
innocenti o meno, a lui non importa. “Succede
sempre così: per ammazzarne uno cattivo, ne fai fuori mille che non c’entrano”.
Ø “Avete inventato armi più efficaci e
tecnologiche, ma avete inventato anche gente che imparerà a usarle, bastardi
senza scrupoli o bravi bambini come me. Le vostre armi hanno un inconveniente.
Siccome dovete venderle, dovete vendere anche le istruzioni. Un giorno, una
scuola elementare potrà diventare una potenza nucleare”.
Ø “Armi nuove e tecnologiche, ma
vecchie e sanguinose bugie”.
Ø “QUIS FUIT OPTIMUS PRIMUS QUI
PROTULIT ENSES?”
Se Tibullo (che principiò
in modo simile una sua elegia) vivesse in questo tempo
ancor più subdolo e sanguinoso di quello in cui visse lui, forse modificherebbe
così il proprio incipit. Perché abbiamo nascosto tanto bene il male tra le
pieghe dell’utilitarismo, della convenienza e della brama di potere che non
sappiamo più distinguerlo.
E i desideri? Esisteranno
ancora i desideri, in questa prospettiva fatta di violenza e disperazione?
Ø “Desiderare, gli aveva detto un
antico maestro, vuol dire questo. Aspettare sotto le stelle che qualcuno torni
vivo dal campo di battaglia”.
LA
BAMBINA DI POLVERE
La Bambina di polvere è
Margherita; e Margherita è tutti i bambini e le bambine del mondo. Perché la
Storia non solo si ripete, ma peggiora, e porta via un po’ di speranza ad ogni
passo, e fa invecchiare prima del tempo anche i giovanissimi. Perché per
combattere un nemico bisogna assomigliare a lui, a quanto pare.
Ø “Non so chi sono, so cosa non sono
più. Non sono più un bambino, né la tua sfortunata sorella, né un’adolescente,
nessuno dei nomi che date al vostro passato. In pochi anni avete ucciso la
lunga infanzia del mondo, era di tutti e l’avete rubata. Non ci saranno più
figli. Cresceremo in fretta, per difenderci da voi. Dopo pochi anni impareremo
a usare le vostre armi e vi combatteremo. I nostri giochi di soldati
diventeranno vera guerra. Quelli che sopravvivranno invecchieranno in un
attimo. Finché un giorno qualcuno deciderà che non ha più senso continuare.
Questo è ciò che avete voluto, fingendovi forti. Siete morti, impotenti,
sconfitti”.
Ø “Vorrei sapere se un giorno anche io
dovrò avere paura di un aereo sopra la mia testa. O se già devo averne paura.
Lontano, le ciminiere sputano fumo giallo contro la luna, le luci della città
sono fioche. Una farfalla notturna corteggia un lampione”.
L’uomo ha compromesso il
proprio futuro e quello del pianeta sul quale poggia i piedi. Le guerre, i
pesticidi (e tutte le forme di inquinamento), la deforestazione, l’edilizia
spietata, gli incendi dolosi, gli esperimenti (fisici, chimici, biologici), le
armi sempre più sofisticate e sempre più devastanti…
Minimizza o ingigantisce
le cose a seconda di ciò che vuole ottenere, ma non si accorge di portare avanti
un gioco troppo pericoloso…
E, quel che è peggio, ha
trasformato l’orrore in normalità. Noi tutti siamo quella farfalla che
corteggia il lampione, siamo sull’orlo del precipizio, ignari o incuranti della
fine che si approssima, della catastrofe imminente.
SOLUZIONI,
NE ABBIAMO?
Ø “Come possiamo lottare quando tutto
il mondo è contro di noi?”
La domanda ne nasconde
un’altra, ovvero: quanto può il singolo contro la massa? Effettivamente essere
soli non permette di operare grandi cambiamenti; è necessario trovare tanti
“soli” che costituiscano una massa, allora – forse – quella nuova massa avrà
più probabilità di essere presa in considerazione.
Ø “Ho sognato i sogni degli altri.
Perché se capiamo i sogni degli altri, ho pensato, forse non ci separeremo”.
In parole povere:
mettersi nei panni degli altri, magari praticando un po’ di empatia, potrebbe
essere d’aiuto. Questo, almeno, è il pensiero di Margherita.
Ø “Sono diventati amici, ciò che
resiste e ciò che si consuma. Bisognerebbe essere tutte e due le cose insieme”.
Sapersi modellare sulle
circostanze, essere in grado di adattarsi agli eventi, cambiare a seconda delle
esigenze, ma anche prendere posizione, ancorarsi se e quando lo si ritenga
necessario. Creare un connubio tra passato e presente, guardando al futuro in maniera
propositiva e immaginifica. Lottare quando c’è da lottare e lasciare andare le
cose che hanno fatto il loro tempo.
Ø “Era inutile lamentarsi, bisognava
lottare. Se ti arrendi a quattordici anni, ti abituerai a farlo tutta la vita.
Solo i pesci morti vanno con la corrente”.
Ø “È brutto non fidarsi alla mia età.
Ti resta dentro per sempre”.
Ø “Oppure, proprio perché siamo piccola
cosa, dobbiamo combattere per la nostra briciola di giustizia, o le stelle
crolleranno?”
Ø “[…] ognuno vive di briciole?”
Forse sì, forse ognuno di
noi vive di sole briciole, ma comunque sia ci sono delle briciole senza le
quali proprio non si può andare avanti: sono le briciole dell’amore. La vita
senza l’amore non è vita; tutti abbiamo bisogno di darlo e di riceverlo. Tutti.
Un’altra cosa
fondamentale è crescere rimanendo bambini, come il nonno di Margherita;
coltivarsi, innaffiarsi, prendersi cura di sé - così da potersi prendere cura
anche degli altri – imparare a rinnovarsi ogni giorno, guardare il mondo con
occhi nuovi in ogni istante, godendo delle meraviglie che ci circondano, non
smettere mai di fare e farsi domande, essere curiosi. E poi parlare con tutto e
con tutti, e ascoltare: piante, animali, minerali, stelle e pianeti. Perché
tutti hanno una storia da raccontare, persino gli oggetti.
C’è una Margherita in
ognuno di noi…