E’ strano come -
cercando informazioni sulla felicità - si trovi solo ciò che la crea o la
impedisce e non ciò che accade nel momento in cui la si conquista. Che cosa
comporti realmente l’essere felici è assai difficile da sapere; perché non si
sa come sia la felicità, ma una volta che si ottiene l’opportunità di provarla,
si rischia di perdersi nel tentativo di trovarla ancora. La felicità è così
effimera che tenerla stretta a noi diventa un’impresa non da poco, perciò operiamo una costante ricerca, spesso senza
accorgerci che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è sotto i nostri occhi. Pochi,
invece, la trovano di continuo, perché hanno smesso di cercarla, iniziando,
così, a vederla dappertutto. Forse, allora, la felicità crea dipendenza, come
una specie di droga psicologica: più se ne ha, più se ne desidera e non si è
disposti a condividerla con alcuno. Troppo raramente accade il contrario; non
ci accorgiamo che “condividere” ha un significato ben diverso da “dividere”. Se
cominciassimo a cambiare punto di vista, potremmo renderci conto che donando
felicità agli altri, non ne rimane meno per noi perché è un bene illimitato cui
tutti, indistintamente, abbiamo diritto. Proprio per la scarsa diffusione di
questa prospettiva si scatena l’invidia in chi sente di esserne sprovvisto, nei
confronti di chi, invece, sembra averla trovata. Dunque, stando a questi
presupposti, siamo in grado di identificare, con maggior chiarezza, le
conseguenze che scaturiscono dalla felicità. Di sicuro può succedere che
diventiamo invidiosi, così come può accadere
che ci trasformiamo in persone dall’animo generoso. I generosi, però, si
suddividono in due sottocategorie: i veri generosi e i buonisti di comodo. Sui
primi ben poco c’è da dire se non che desiderano realmente portare agli altri
la gioia di vivere; sui secondi, invece, è necessario spendere qualche parola
in più. Il buonista di comodo non è spinto da un sentimento nobile e puro come
la generosità, bensì da un senso di vanità, di esibizionismo, sfruttato per
trarne un tornaconto personale, un possibile beneficio futuro.
Talvolta la felicità
porta semplicemente altra felicità, in noi e negli altri, in modo quasi
automatico. E’ naturale che ciò avvenga se attraversiamo tutte le fasi di
questo sentimento: siamo felici, ci rendiamo conto di esserlo, accettiamo la
nostra condizione serenamente e ringraziamo per averla ottenuta. Solo così
saremo in grado di innescare quel meccanismo di reazione a catena che ci
permetterà di attrarre sempre più felicità. Nelle suddette fasi di transizione
si intravedono altre due conseguenze dirette della felicità: la gratitudine e
la paura. Mentre la gratitudine ci permette di godere appieno del dono che ci è stato fatto, la paura limita il nostro
piacere. Ma perché così tanti hanno paura di provare una sensazione così bella?
Perché, come afferma il personaggio di Charlie Brown, pensano che “ogni volta
che si diventa troppo felici, accade sempre qualcosa di brutto”.
Anche l’avidità può
essere conseguenza di una gioia profonda.
L’avidità vista però come un circolo vizioso in cui, citando Zigmunt
Bauman (sociologo polacco, classe 1925) “non ci si ferma soddisfatti, e felici,
quando un nostro desiderio si realizza. Piuttosto, ci si spinge subito a
desiderare qualcos’altro che ci possa soddisfare in maniera migliore.
Desideriamo il desiderio più che la realizzazione di esso”. Anche il filosofo
tedesco Arthur Schopenhauer, prima di lui, sosteneva che “la vita umana è come
un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, con intervalli
fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia”. Entrambi ci trasmettono il messaggio che,
nella vita, tutti abbiamo dei desideri che cerchiamo di realizzare. La
frustrazione per il fatto di pensare che ci manca qualcosa, però, ci attanaglia
e finche’ non otteniamo ciò che stiamo cercando, saremo in preda al
dolore. Una volta raggiunto il nostro obiettivo (se e quando riusciamo a raggiungerlo) ci crogioleremo per
un solo fugace attimo nella gioia, per poi cadere nella noia fino alla
formulazione del successivo desiderio da rincorrere. Una specie di montagna
russa, ecco cosa crea, a volte, la felicità. Fortunatamente, però, esistono
anche persone “illuminate”, rese più sagge. Avendo fatto esperienza della
felicità, questi individui divengono consapevoli che essa risiede nelle piccole
cose, oltre che in quelle grandi; imparano ad amare la vita e, come se avessero
una “meravigliosa malattia”, a “contagiare” inconsapevolmente anche chi sta
attorno a loro, con questo sentimento positivo. Imparano che non è così vero il luogo comune che domina la
felicità e che la vede come una condizione pressoché irraggiungibile,
sfuggente, ultraterrena, breve e inconsistente. Imparano che la felicità è un
sentimento uguale per tutti (anche se ognuno la trova in cose diverse), ma che
non tutti hanno il coraggio di accoglierla nelle loro vite. Certo, perché come
afferma Holbrook Jackson, scrittore del
1800, “la felicità è una forma di coraggio”. Chi trova la felicità, trova
infatti un coraggio che non pensava di avere, uno status, una ricchezza
interiore; perché non è la ricchezza che porta la felicità, ma la felicità che
porta la ricchezza e per ricchezza – mi preme ribadirlo – non si intende
espressamente quella in denaro, ma soprattutto quella interiore. La stessa cosa
vale per il successo: Herman Cain, poliedrico personaggio statunitense,
sostiene che “il successo non è la chiave della felicità. La felicità è la
chiave del successo. Se ami quello che stai facendo, avrai successo”.
Il messaggio che tanti
filosofi, tanti scrittori e tanti pensatori ci vogliono mandare è che non ci
dobbiamo accanire nella ricerca della felicità perché tale ricerca “è una delle
principali fonti di infelicità”, secondo Eric Hoffer (scrittore e filosofo dei
primi del ‘900). Non dobbiamo nemmeno soffermarci a chiederci se siamo felici.
John Stuart Mill ne è convinto e afferma: “Chiedetevi se siete felici e
cesserete di esserlo”.
Sarebbe utile pensare alla
felicità, guardare alla felicità come a qualcosa di meraviglioso che ci
permette di crescere e di maturare quanto il dolore, ma senza tutti quegli
“effetti collaterali” che esso comporta. E per corroborare questa teoria può
essere emblematica l’affermazione di un aforista inglese vissuto a cavallo tra
il 1800 e il 1900: “La felicità non porta la pace, ma una spada: ti scuote come
un lancio di dadi sul quale hai puntato tutto, toglie la parola, annebbia la
vista. La felicità è più forte di sé stessi e poggia il suo piede con fermezza
sulla tua testa”.
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