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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

venerdì 14 aprile 2023

Il restauro di Palazzo Madama

 

 

Torino, Palazzo Madama.

PARTIAMO DA ADAMO ED EVA…

Filippo Juvarra nasce a Messina nel 1678 e muore a Madrid nel 1736. Suo padre, Pietro, era un artigiano – un orafo, per la precisione – ed è proprio da lui che Filippo acquisisce fin da giovanissimo il gusto per l’Arte. La sua formazione artistica, però, avviene a Roma dove, dopo aver lavorato per l’architetto  Carlo Fontana (uno dei più attivi fra quelli della generazione successiva a Bernini e a Borromini), riesce subito ad affermarsi per le sue qualità di scenografo. Nel 1714 è a Messina dove Vittorio Amedeo II di Savoia (divenuto Re di Sicilia l’anno precedente) ha subito modo di apprezzare le sue doti artistiche. Al seguito del sovrano sabaudo Juvarra si reca poi a Torino, dove viene nominato primo architetto di corte. Resterà a lungo in questa città, consolidando le proprie tecniche architettoniche e ottenendo una solida fama anche a livello europeo, soprattutto in Portogallo, a Parigi, a Londra e a Madrid, dove il Re di Spagna Filippo V di Borbone gli commissiona la progettazione del nuovo Palazzo Reale (costruito poi dal torinese Giovanni Battista Sacchetti, a causa della morte improvvisa di Juvarra).

MA TORNIAMO AL PERIODO PIEMONTESE…

“Il Piemonte di Vittorio Amedeo II è, fra gli Stati italiani della prima metà del Settecento, uno dei più potenti e meglio organizzati. Il sovrano sabaudo lo governa con mentalità già illuminista. Torino riceve quindi un forte impulso di espansione, in quanto deve gradatamente adeguarsi ad essere la capitale di uno stato moderno che vuole poter competere a pieno titolo con  le principali potenze europee. Ciò porta a un totale ridisegno della città che, nel giro di pochi anni, si arricchisce di una viabilità più scorrevole e ordinata sulla quale si affacciano palazzi fra loro estremamente omogenei per stile e dimensioni. È in questo contesto generale che si inserisce l’opera dello Juvara, il quale, memore del suo illustre passato di scenografo, capisce subito che ogni nuova architettura non può prescindere da quelle preesistenti né, soprattutto dal contesto ambientale e paesaggistico nel quale dovrà andare a inserirsi[1]”.

Nel 1717 Juvarra inizia la costruzione della Basilica di Superga, un edificio monumentale nato dalla fusione perfetta di temi e stili architettonici estremamente diversi. L’effetto che ne consegue è, ancora una volta, di tipo fortemente scenografico. La Basilica, che sovrasta e osserva l’intera città di Torino, è un vero e proprio punto di riferimento urbanistico e segna il limite estremo della nuova capitale sabauda, della quale rappresenta l’emblema.

Nel 1729 Vittorio Amedeo II gli commissiona il complesso noto come Palazzina di caccia, a Stupinigi. La costruzione ha un enorme impatto a livello urbanistico in quanto – sia per forma sia per dimensioni – non si configura come un semplice palazzo, bensì come un organismo molto più complesso e articolato, scenograficamente adagiato nella campagna tra Orbassano e Nichelino, nella periferia sud-occidentale di Torino. 

Modello in scala 1 : 500 della palazzina di caccia di Stupinigi e dei giardini come si presentavano alla fine del XVIII secolo. Gianfranco Gritella, 2013.

 

 

 

E POI C’È PALAZZO MADAMA…

Le origini di Palazzo Madama risalgono all’epoca della fondazione romana di Torino, nel primo secolo a. C., in corrispondenza della porta orientale della città verso il fiume Po, sull’asse del decumano maximo (oggi via Garibaldi). Nel corso del Medioevo la porta viene trasformata prima in fortezza e successivamente in residenza dei principi d’Acaia, ramo laterale della casata dei Savoia. L’aspetto attuale del castello si deve ai lavori promossi dal principe Ludovico d’Acaia agli inizi del Quattrocento. Viene allargato il perimetro verso est – l’attuale prospetto dell’edificio sul lato di via Po – e costruito due nuove torri poligonali simmetriche a quelle di età romana, oltre a una terza torre con scala a chiocciola all’interno della corte medievale, interamente ripavimentata. Infine il castello, ormai residenza cortese, è dotato di un giardino con pergolato, falconara, vigneto e orto, riproposti nel fossato nel 2011 nell’ambito di un progetto sui giardini storici finanziato da Fondazione CRT e ora parte del percorso di visita.

Le maggiori trasformazioni del palazzo si verificano a partire dalla prima metà del Seicento, soprattutto per volontà della duchessa Maria Cristina di Francia: l’antica corte del castello viene chiusa da volte e si crea il grande salone del piano nobile. Un significativo apporto di modernità è dato poi da Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, la seconda duchessa reggente ad abitare il palazzo, che ne avvia il processo di trasformazione in moderna residenza di corte. Avendo a fulcro il grandioso progetto di Filippo Juvarra, autore della facciata e dell’intero avancorpo che include l’atrio-scalone, uno straordinario esempio di ricerca sugli spazi ariosi e permeabili con le aree esterne.

Se volete approfondire la figura di Filippo Juvarra e la storia di Palazzo Madama, vi rimando a un articolo che ho scritto a febbraio di quest'anno:

http://manumelaracconti.blogspot.com/2023/02/le-chiavi-della-citta-di-torino-nei.html 

La luce è usata come elemento compositivo e, libera di passare attraverso le grandi finestre, contribuisce alla resa monumentale dell’architettura, tra le più imponenti e affascinanti d’Europa.

Nell’Ottocento il Palazzo, non più parte della vita di corte, è sede di numerosi uffici e istituzioni. Nel 1822 viene installato da Giovanni Plana l’Osservatorio astronomico, la Specola, che rimarrà fino alla demolizione nel 1920. Nel 1832 Carlo Alberto inaugura la Galleria Sabauda, in cui confluiscono le maggiori opere di pittura delle varie scuole italiane e straniere provenienti dalle collezioni reali, da quel momento visibili al pubblico.  Il salone al primo piano è quindi destinato ad accogliere l’aula del Senato, ove si consolidò lo Statuto Albertino e si fece il Regno d'Italia.

Nel 1865, con il trasferimento della capitale d’Italia a Firenze, è rimosso l’allestimento della sala e trasferita la Pinacoteca nel palazzo dell’Accademia delle Scienze. Nel 1884 l’architetto Alfredo d’Andrade inizia i lavori di restauro dell’edificio, accompagnati da un’approfondita campagna di scavi e di ricognizioni per ricostruirne la complessa e millenaria storia.

Dal 1934 Palazzo Madama accoglie le collezioni del Museo Civico d’Arte Antica. Il percorso si sviluppa su quattro piani, con un itinerario attraverso il tempo: al livello del fossato trovano posto le arti del medioevo, [...]; da qui si accede al giardino botanico medievale, un gioiello di calma e natura nel cuore di Torino. Al piano terra sono esposte le arti dal gotico al rinascimento provenienti dal territorio del Piemonte e della Valle d’Aosta e, nella torre dei tesori, uno dei capolavori assoluti dell’arte occidentale: il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina.

Antonello da Messina, "Ritratto d'uomo" (anche detto "Ritratto Trivulzio"), 1476.

 

Il primo piano è dedicato alle arti del barocco [...] mentre, al secondo piano,  trova collocazione una delle raccolte di arti decorative più importanti d’Europa, [...]. Da qui si accede alla torre panoramica, che offre un magnifico sguardo sulla città e sulla corona delle Alpi.

Duemila anni di storia per un edificio unico al mondo… Riassumendo: nel I secolo porta decumana di Augusta Taurinorum; nel XIII secolo castello medioevale; nel Settecento capolavoro del barocco europeo; nell’Ottocento osservatorio astronomico e poi Senato del Regno che decreta l’Italia unita e Roma capitale. Palazzo Madama è memoria, identità, proiezione di una Torino capace di innovare costantemente, di non fermarsi mai nella propria ricerca. Palazzo Madama sono le collezioni di arti applicate che narrano tutto quanto Torino e il Piemonte hanno creato per la gioia dello sguardo: Palazzo Madama sono le 75.000 opere capaci di raccontare la storia di una città e di un territorio dalle caratteristiche uniche, fulcro essenziale della civiltà europea. È per questo che merita di essere restituito alla città di Torino in tutto il suo splendore. Ed è per questo che è stata messa in atto un’opera[2] di restauro, recupero e valorizzazione unica nel suo genere… Perché? Perché dal 22 aprile 2023 partiranno le prime visite guidate al cantiere di restauro e consolidamento della facciata juvarriana e delle quattro statue allegoriche (appena restaurate) di Giovanni Baratta simboli del  “Buon Governo” e rappresentanti la Giustizia, la Liberalità, la Magnanimità e l’Abbondanza. Ma non è tutto… Il cantiere, infatti, sarà accessibile anche alle persone con disabilità motorie! Salire fino a 28 metri d’altezza e godere dello spettacolo di una “rinascita architettonica” e di una visione di Torino da un’altra prospettiva sarà finalmente possibile.


 

MA IN CHE COSA CONSISTE, NELLO SPECIFICO, IL PROGETTO DI RESTAURO?

Foto del restauro di Palazzo Madama.

Il progetto di restauro attualmente previsto sulla facciata juvarriana di Palazzo Madama si configura come un insieme di interventi mirati a risolvere e ridurre alcune importanti criticità strutturali e di conservazione dei marmi, degradi che si sono accentuati negli ultimi anni ma che hanno origine da tempi antichi.

Le caratteristiche costruttive dell’edificio e i materiali lapidei utilizzati (marmo o pietra di Chianocco e Foresto nella bassa Val di Susa), di facile lavorazione ma friabili e facilmente degradabili, hanno innescato, già pochi anni dopo l’ultimazione dei lavori di costruzione, problematiche di conservazione e importanti cedimenti strutturali.

I primi interventi di restauro e di consolidamento sono documentati già dalla fine del XVIII secolo ed erano volti soprattutto a tentare di risolvere i problemi di cedimento delle colonne e dell’architrave del corpo centrale.

I PRINCIPALI INTERVENTI PREVISTI NEL  LOTTO I DI LAVORI SONO I SEGUENTI:

Foto del restauro di Palazzo Madama.

 

·         Restauro conservativo dell’apparato architettonico e decorativo in marmo e pietra;

·         Consolidamento strutturale dei soffitti degli architravi lapidei dei tre intercolumni del pronao centrale, dei capitelli e dei tre portali dell’ingresso principale;

·         Rimozione delle quattro statue allegoriche di coronamento del pronao per consentire gli interventi di consolidamento strutturale e il contemporaneo restauro delle sculture;

·         Restauro, revisione e consolidamento strutturale dei serramenti lignei;

·         Revisione e adeguamento dei sistemi di smaltimento delle acque meteoriche della copertura.

INTERVENTI DI CONSOLIDAMENTO

Foto del restauro di Palazzo Madama.

 

L’avancorpo centrale della facciata presenta quattro colonne giganti in stile composito, realizzate in pietra calcarea di Foresto che sorreggono una monumentale trabeazione classicheggiante, anch’essa costruita con la medesima pietra. Alcuni dissesti delle colonne angolari hanno innescato nel tempo deformazioni e cadute di frammenti degli architravi. I principali dissesti sono stati generati dal cedimento di nove grosse travi orizzontali in pietra, lunghe 7 mt, e del peso di circa 2 tonnellate cadauna, che poggiano sulle quattro colonne. Questi architravi sostengono il peso dei soffitti in pietra posti tra le colonne. Al di sopra di questi monoliti orizzontali vi sono tre ambienti ciechi, piccole camere lunghe 6 mt e alte 1,20 mt coperte da grandi archi in mattoni. Tali archi, simili a tre ponti, si appoggiano alla sommità delle colonne e sostengono il peso del cornicione, della soprastante balaustra e delle quattro gigantesche statue.

L’attuale progetto di consolidamento prevede la costruzione di tre “capriate” reticolari in acciaio, sorta di grandi tralicci orizzontali a profilo curvilineo, che saranno realizzate all’interno di ogni camera cieca e montate con un innovativo procedimento costruttivo, rappresentando la fase più delicata dell’intervento. A questi tralicci in acciaio sarà conferito il ruolo di sorreggere gli architravi in pietra fessurali e mantenere sospesi ad un sistema di perni e profili in acciaio le pesanti lastre marmoree dei soffitti scolpiti a bassorilievo.

RESTAURO DELL’APPARATO ARCHITETTONICO E DECORATIVO

Foto del restauro di Palazzo Madama.

 

Per ridurre il progredire del degrado della facciata juvarriana causato principalmente dall’alterazione delle pietre e dei marmi utilizzati, sarà attuato un delicato lavoro di pulitura, consolidamento e stuccatura finalizzato a rendere il più possibile impermeabile, uniforme e priva di microcavità la superficie delle pietre utilizzate.

Un intervento mirato con l’impiego di fibre di carbonio, reti e micro barre in acciaio inox consentirà di prevenire ulteriori distacchi e rendere stabili i decori scultorei maggiormente degradati come i grandi capitelli delle colonne principali. Recuperando tecniche artigianali antiche, si procederà a risarcire le principali cadute e lacune di materiale lapideo mediante l’inserimento di tasselli marmorei che riproducono le forme geometriche perdute utilizzando la medesima pietra ricavata dalle stesse cave utilizzate da Juvarra stesso.

Uno degli interventi più spettacolari del progetto è stata la rimozione delle 4 grandi sculture rappresentanti le allegorie delle Virtù del Buon Governo poste sopra la balaustra, opere dello scultore carrarese Giovanni Baratta, alte 4 mt, per un peso di circa 3 tonnellate cadauna. Queste ultime[3] sono state già restaurate e consolidate e possono essere ammirate semplicemente spostandosi a lato di Palazzo Madama.

Giovanni Baratta, statue allegoriche del Buon Governo: Giustizia, Liberalità, Magnanimità e Abbondanza.

 

Non soltanto un rinnovamento estetico, dunque, ma anche e soprattutto una messa in sicurezza di uno degli edifici-simbolo di Torino. Anche per quanto riguarda le normative in materia antisismica. A dimostrazione della portata dei lavori c’è la cifra stanziata dalla Fondazione CRT: 2,4 milioni di euro, che vanno a costituire un totale di 17,5 milioni[4].

Alle lavorazioni in corso, cui si aggiungerà a breve il cantiere di restauro dei grandi serramenti vetrati, si affiancherà il secondo lotto dei lavori, finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali attraverso il Segretariato Regionale per il Piemonte, che concerne il restauro delle ali laterali del palazzo e alcuni altri interventi, il cui importo è di circa 1.800.000 euro.

Palazzo Madama è “sopravvissuto” a 2000 anni di storia (reggendo persino ai bombardamenti del 1943) e così facendo ci ha mandato un messaggio forte e chiaro: dobbiamo guardare al futuro tenendo presente il passato. Siamo tutti figli della Storia, ma se vogliamo lasciare un buon mondo in eredità alle prossime generazioni è necessario ricordare gli insegnamenti che la Storia ci ha impartito, ma anche e soprattutto rispettare, custodire e preservare l’integrità della Natura e la Bellezza intrinseca delle cose oltre che quella esterna. L’Arte non è un accessorio, l’Arte è necessaria. L’abbrutimento dell’essere umano, infatti, è un pericolo costante, ma “coltivare” l’Arte ci permette di affinare la nostra sensibilità, tenendoci a debita distanza dal degrado etico e morale, impedendoci di compiere gli stessi errori fatti in passato e dandoci la possibilità di migliorare.

 

N. B.: il restauro della facciata juvarriana di Palazzo Madama - su progetto affidato allo Studio Arch. Gritella & Associati, con la direzione dei lavori dell'Arch. Gianfranco Gritella, coadiuvato per le opere strutturali dall'Ing. Franco Galvagno - è iniziato a marzo 2022 e ha raggiunto circa il 50% di avanzamento. Si stima che  l'ultimazione dei lavori del corpo centrale avverrà nel 2024.

 

 



[1] Da “Itinerario nell’Arte”, vol. 2, di a cura di Giorgio Cricco e Francesco P. Di Teodoro, Zanichelli.

[2] Opera sostenuta dalla Fondazione CRT, da sempre il principale finanziatore privato di Palazzo Madama.

[3] Le parti in corsivo sono tratte dai pannelli esplicativi esposti all’esterno di Palazzo Madama.

[4] La cifra – stanziata nel corso degli anni dal suddetto Ente filantropico nato nel1991 – comprende: le nuove centrali tecnologiche, il riallestimento del Museo Civico d’Arte Antica, il restauro e le opere di adeguamento del Salone del Senato, l’allestimento e l’apertura definitiva del Palazzo nel 2006 (l’anno delle Olimpiadi invernali), il rifacimento delle coperture della parte medievale del Castello, la realizzazione del Giardino medievale della Principessa, un primo intervento di manutenzione della facciata nel 2014, la revisione complessiva dell’atrio dell’edificio e, nel 2018, il cantiere studio sulla facciata jvarriana propedeutico all’attuale restauro.

mercoledì 5 aprile 2023

Libri meravigliosi

 

Italo Calvino, "Se una notte d'inverno un viaggiatore", Oscar Mondadori.
 Un romanzo a scatole cinesi. Un romanzo nel romanzo nel romanzo nel... oh, insomma, dieci romanzi in uno. Tutti i romanzi in uno. Tutti quelli "mai" scritti. Dieci incipit, dieci storie attraverso le quali il Lettore - quello con la "L" maiuscola - rincorre un libro, anzi, il Libro (e sì, anche quello ha la "L" maiuscola, perché è il libro della sua vita). Dieci racconti che si compenetrano per poi confluire in un unico grande racconto: il tuo, il mio, quello di tutti i Lettori e di tutte le Lettrici. Così, quando lo leggi, lo fai per sapere come andrà a finire la tua storia. Per una serie di bizzarre coincidenze, infatti, "Se una notte d'inverno un viaggiatore" si trasforma in una serie di altri romanzi che lo contengono e che lui, a sua volta, contiene. Un puzzle a cui solo apparentemente mancano dei pezzi... In realtà, alla fine, ogni cosa troverà un incastro perfetto dove il Lettore diventa colui che legge e colui che è letto, e lo scrittore ne diventa il Lettore.

È un romanzo sul piacere di leggere libri e sul piacere di leggere l'altro/a come fosse un libro. Ma è, forse, anche un romanzo sul piacere di leggere pezzetti di noi che leggiamo l'altro/a, la sua storia non scritta e la nostra. Un giallo dentro un giallo, misteri che si affacciano su altri misteri... Incontri, coincidenze, sincronicità... Pagine sparite, libri contraffatti, storie perdute, rubate, distrutte, i cui confini si stemperano in storie mai scritte. Un romanzo in cui si respira un senso di incompletezza, la stessa che caratterizza la vita, fatta di mezze verità o - meglio - di verità personali, di imbrogli e di mistificazioni, di menzogne e sotterfugi; un romanzo molto più simile alla realtà di quanto si possa pensare; un romanzo in cui le storie si interrompono sul più bello, cambiano rotta, prendono pieghe inaspettate. E ogni volta che una storia si interrompe pensi di non aver avuto il tempo di affezionarti ad essa, invece... Così ti ri-trovi davanti a un bivio: rassegnarti al Destino e aspettare che ti investa con le sue scelte già programmate, oppure andargli incontro, cercarlo, rincorrerlo e sorprenderlo nella sua tana? Un romanzo in cui niente è come sembra e ciò che manca ha un'importanza ancor più grande di ciò che c'è. Un romanzo in cui sia avverte un senso di sospensione, una vaga ma persistente aria di incompletezza. Ma Calvino ha il talento di saldare ogni storia con l'oro, come nella tecnica/filosofia del Kintsukuroi. Quello stesso Calvino che, così facendo, diventa una sorta di Sherazade di storie mozze che trovano la loro interezza solo nell'unione tra loro. Perché come l'unione di due "tu" fa e non fa un "voi", così anche una cosa spezzata che viene riassemblata torna ad essere intera senza esserlo più.

La prosa di Calvino è... poetica: descrive ogni cosa, personaggio, evento, situazione, pensiero in maniera precisa e particolareggiata, esaltandone ogni sfumatura, ogni piega, ogni dettaglio e mettendo nella giusta luce e nella prospettiva perfetta ogni elemento narrativo.

Da leggere se amate leggere, ma anche se non amate leggere, perché - magari - scoprirete di essere Lettori/Lettrici curiosi/e e appassionati/e, al punto che potreste decidere - un giorno - di viaggiare fino in capo al mondo per trovare il vostro Libro...



Dino Buzzati, "La boutique del mistero", Oscar Mondadori.
"La boutique del mistero" è una bellissima raccolta di racconti - 31, per l'esattezza - scelti e ordinati da Buzzati stesso. Il titolo ha in sé una parola-chiave, il filo rosso che lega tutti i racconti: la parola "mistero". Le storie ivi contenute, infatti, percorrono una strada tra due mondi: il mondo del reale e il mondo del fantastico, dell'inspiegabile, del sovrannaturale.

"Nel contesto dei racconti, all'interno del gioco delle trame e delle soluzioni, anche la parola più usuale o, addirittura, più frusta, diventa segno di ambiguità, di mistero, di illusione, di paura. Varcati i limiti del plausibile, venuti meno i rapporti logici tra cause ed effetti, scomparsa la fiducia nelle leggi naturali e impostosi definitivamente l'indecifrabile, l'improbabile, l'assurdo, anche la parola più consueta, la lingua parlata e la costruzione sintattica più immediata possono ottenere esiti di straordinaria efficacia e di magico richiamo".

Ne "La boutique del mistero", Buzzati indaga tanti misteri (tra i quali quello di Dio), ma il mistero più insondabile rimane comunque l'essere umano, con le sue scelte, le sue paure (e tutte le altre sue emozioni) e i suoi comportamenti.

Ogni racconto è toccante, commovente, talvolta anche un po' inquietante, ma sempre originale e sbalorditivo.

Donne nell'Arte

Rauda Jamis, "Frida Kahlo", Tea
 Il dolore e la sofferenza come Muse, le disgrazie come denti coi quali mordere la vita e, infine, la pittura come mezzo per esprimere, canalizzare e - forse - esorcizzare la disperazione. Frida usava l'Arte come fosse un contrappeso per mitigare le brutture della vita che, nonostante tutto, lei amava, festeggiava e osannava; usava le tele come fossero "catini" per le lacrime e il sangue versati, perché tutto quel vissuto, tutta quell'energia non andassero sprecati. L'autoritratto come dono di sé agli altri, ma soprattutto a se stessa, come specchio "fisso" per immortalare un ricordo, un'esperienza, un'emozione, una sensazione o un insieme di tutto questo. L'Arte come mezzo di sopravvivenza, come ancora di salvezza. 

Brillante, energica, passionale, ma anche intensa e profonda, Frida Kahlo rimane, per me una fonte di ispirazione continua.

Viva la vida!



Marina Abramović, "Attraversare i muri", Bompiani
Perché vi consiglio questo libro? Perché non è solo un'autobiografia magnifica, è anche il "diario" di una presa di coscienza; è la "crepa" attraverso la quale quella donna straordinaria, che è Marina Abramović, ha - innanzitutto - cambiato il modo di intendere l'Arte.

"Se vediamo l'arte come qualcosa di isolato, di sacro e di separato da tutto, significa che non è vita. Mentre l'arte deve essere parte della vita, deve essere di tutti". Perché "l'arte è vita e morte. È molto seria e molto necessaria". Perché l'arte è qualcosa che accade. Proprio come la vita. L'arte è in grado di far avvivinare le persone le une alle altre, ma anche a loro stesse. La performance, in particolare, ha il potere di coinvolgere direttamente lo spettatore (oltre che l'artista) nell'esperienza artistica, facendolo diventare parte attiva della performance stessa.

Quando Marina Abramović esegue le sue performance diventa una cosa sola con il suo pubblico, "un unico organismo pulsante" poiché usa il proprio corpo come materia prima ma anche come ricettacolo di sensazioni e di emozioni. Fare arte come la fa M. A. significa arrivare a percepire se stessi, gli altri e il mondo in maniera amplificata; significa toccare la paura, sentire il dolore in modo diverso, entrare in sintonia con la natura, attingere informazioni, poteri e "conoscenza liquida" da una sorta di "coscienza cosmica". È tutto più intenso e vibrante. Perché l'arte deve essere disturbante, deve porre domande".

Fare arte alla maniera di M. A. significa soppesare il valore del silenzio e la relatività del tempo. La crescita spirituale, in tutto questo, è sia una causa sia una conseguenza. Contemporaneamente. Perché fare arte significa vivere, e vivere significa produrre arte.

Attraverso l'arte tutto si trasforma... E così il dolore diventa "come una porta sacra da cui si accede a un altro stato di consapevolezza", a un'altra dimensione. La paura (della morte, soprattutto), il terrore, la vergogna, non scompaiono, diventano - invece - punti di forza. Diventano, rispettivamente, coscienza di impermanenza, consapevolezza di essere vivi e presenti, spunti per appigli umoristici (autoironici).

"A volte grido durante le mie performance. È un modo per esorcizzare i demoni".

Un flusso di energia immenso attraversa le pagine di questo libro che parla della storia di una donna straordinaria e della sua determinazione, quella determinazione che l'ha resa in grado di "attraversare i muri".



Susan Vreeland, "La passione di Artemisia", Beat
Tra i libri più belli che ho letto l'anno scorso c'è "La passione di Artemisia" di Susan Vreeland. Mi ha colpita al punto che non riesco a smettere di pensarci. Una giovane donna, vissuta nel 1600, Artemisia Gentileschi, che - sebbene sia stata stuprata, oltraggiata, disonorata, calpestata e derisa - ha trovato il coraggio di andare avanti, a testa alta, grazie alla propria passione (e al proprio talento) per la pittura. Un romanzo che narra della vita (e della carriera) straordinaria della prima pittrice riconosciuta e celebrata nella Storia dell'Arte.

"Questa è la grandezza della tua arte, riuscire a proiettare in un capolavoro i tuoi sentimenti e le tue esperienze".

Sono andata a cercare su Internet la sua Giuditta ("Giuditta e Oloferne") perché avevo il vivo e pungente desiderio di incontrarla (Artemisia) nelle pennellate, nei dettagli e nelle espressioni facciali dei personaggi, e in effetti così è stato. Vi sembrerà pazzesco, ma ho sentito nel mio cuore una fitta di ammirazione che mi ha spinta a rimettere in gioco me stessa e una delle mie più grandi passioni: la scrittura. Perciò, eccomi qua, ad allenare questa passione affinché si trasformi nella qualità che voglio mi contraddistingua: la capacità di scrivere cose che parlino il linguaggio delle anime oltre che quello dei corpi.

Grazie, Artemisia, so che mi assisti, ovunque tu sia.


martedì 4 aprile 2023

VIAGGIO AL TERMINE DELLA STATUARIA

Nanda Vigo, "Frammenti di riflessione [exoteric gate]", 1976

 

La scultura è la “lingua morta” dell’arte?

Quando si pensa alla scultura, di solito si pensa a oggetti immobili, bloccati nelle loro pose plastiche; si pensa alle statue dalla vita inanimata, statue a cui si attribuisce un momentaneo soffio vitale nel solo istante in cui si associa il soggetto scolpito alla categoria a cui appartiene: un leone, un uomo, una regina, un cavallo sono creature vive e vitali e, vedendole riproposte in forma scultorea, non è difficile immaginarle tali, ma è questione di attimi e la magia svanisce nel marmo, nella pietra o nel materiale di cui è composta la statua. Non a caso, ne “La scultura lingua morta” del 1945, Arturo Martini faceva il punto amaro sui vincoli della rappresentazione concessi a questa tecnica, e i limiti della sua capacità di sperimentazione, riferendosi in particolare alla statua, imprigionata come “immobile nei secoli, lingua aulica e sacerdotale, simbolica scrittura incapace di svolgersi nei moti quotidiani”. Verdetto che lanciava però un monito altrettanto forte, predittivo: “né più si confonda con la vita apparente in una statua, la vera vita della scultura”.

Dunque cosa aspettarsi dalla nuova mostra allestita da Riccardo Passoni alla GAM di Torino, intitolata “Al termine della statuaria”?

In poche parole? Sfatare il concetto di lingua morta. Distruggere la convinzione, spesso ben radicata, che la scultura sia immobilità, staticità, costrizione, vincolo, prigione. Grazie all’esposizione di 50 opere di 40 artisti attivi in Italia tra il 1940 e il 1980, la mostra si propone di dimostrare il dinamismo, il movimento, la “fluidità” che può permeare l’arte scultorea, se si ha il coraggio di sperimentare.

Come si ottiene l’effetto dinamico in scultura?

La dimostrazione che l’oggetto scolpito non ha nulla da invidiare al soggetto dipinto può essere ottenuta in molti modi: attraverso la scelta del soggetto da scolpire, attraverso l’utilizzo del colore, di materiali non convenzionali o- per meglio dire – non di natura Classica; anche gli espedienti ottici sono utilissimi allo scopo.

Dadamaino [Edoarda Emilia Maino], "Oggetto ottico-cinetico", 1964-1965

 Perciò, le tecniche usate dai 40 artisti vi stupiranno per i loro risultati. Plastica, lamiera, acciaio, poliuretano espanso, cartone, ottone, polistirolo, legno, specchi, terracotta, alluminio sono tra i materiali più usati; recupero e assemblaggio di materiali di scarto, giochi di luci, geometrie, disequilibri, fusioni di antico e moderno, contraddizioni, tocchi di colore (soprattutto oro, rosso e blu) sono, invece, alcune delle tecniche di cui si fa sfoggio. E i soggetti? L’essere umano non manca, 

Agenore Fabbri, "La rissa", 1951

ma sono anche rappresentati concetti astratti, così come il rapporto dell’uomo con la natura e – di conseguenza – dell’arte con la natura. E, a proposito di natura, vedendo “La zuccaia” di Piero Gilardi, è lecito pensare che la scultura possa essere adatta a rappresentare persino cose che sono prerogative della pittura, ovvero le nature morte.

Piero Gilardi, "Zuccaia", 1966

 

 Tra tutto, però, trovo che l’utilizzo degli specchi sia particolarmente interessante in quanto lo spettatore stesso diventa scultura e, muovendosi di fronte ad essi, rende dinamica la struttura specchiante.

Pietro Gallina, "Ombra specchiante di uomo", 1967

L’uso del colore: il colore ha la capacità - insieme alle luci e alle ombre – di donare tridimensionalità, spessore e volume alle figure; ma è anche in grado di aggiungere un carico simbolico alle rappresentazioni, comprese quelle di natura strettamente geometrica.

Claudio Parmiggiani, "La tela filosofica", 1977

 Si aggiunga a ciò anche il fatto che il colore richiama la tradizione pittorica e questa miscellanea di tecniche fa sì che sia manifesta l’intenzione di sovvertire l’opinione comune nei confronti della scultura.

Vettor Pisani, "Madonna dei pennelli", 1978

Geometria e disequilibrio: nell’opera di Giuseppe Uncini (“Ombra di un cubo sospeso T8”) è quanto mai evidente il bisogno di uscire dalla plasticità della posa, enfatizzato dal senso di imminente caduta che emana dalla pendenza della scultura.

Giuseppe Uncini, "Ombra di un cubo sospeso T8", 1973

 Tale bisogno si percepisce anche nell’opera vicina (“Costruttivo 1/69, Alfa” di Nicola Carrino), un organismo modulare scalare in 4 blocchi, trasformabile. 

Nicola Carrino, "Costruttivo 1/69, Alfa", 1969

Tutto questo non toglie che anche l’equilibrio, se ben sfruttato, abbia le potenzialità di trasmettere dinamismo: mi riferisco, ad esempio, agli “Equilibristi” di Giuseppe Tarantino.

Giuseppe Tarantino, "Equilibristi", 1954

 

Contraddizioni: destinata originariamente a emergere dal manto erboso, la “piattezza” dell’opera di Lucio Fontana (“Concetto spaziale”) sovverte i principi primi della scultura.

Lucio Fontana, "Concetto spaziale", 1952

 Stranamente, però, il contrasto tra la quasi bidimensionalità dell’opera di Fontana non fa altro che esaltare la ricerca delle tre dimensioni spaziali all’interno della dimensione temporale. Il risultato, infatti, assomiglia a un’ “emersione” progressiva  della scultura dal terreno. La contraddizione in termini (e non solo) della scultura bidimensionale risulta essere, pertanto, il corrispettivo di un ossimoro. Grazie a questa similitudine tra arte e letteratura ho l’occasione di riprendere la domanda iniziale: la scultura è la “lingua morta” dell’arte?

Mario Ceroli, "La Grande Cina", 1968

  La risposta è… no! Nelle sculture c’è vita, c’è fermento, c’è dinamismo, c’è un'energia che aspetta solo di essere colta e liberata.

Fausto Melotti, "Scultura A - I pendoli", 1968


La mostra sarà visitabile dal 04-04-23 al 10-09-23