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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

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sabato 19 ottobre 2024

RABBIT INHABITS THE MOON

 

Nam June Paik, "Rabbit Inhabits the Moon", 1996, scultura-installazione. 1 statua di coniglio in legno, 1 TV CRT, video a 1 canale, colore, muto, DVD. Dimensioni variabili. Nam June Paik Art Center.

 

Da dove partire per raccontare “Rabbit Inhabits the Moon”? Personalmente, io partirei dal sottotitolo: “L’arte di Nam June Paik allo specchio del tempo”. Qui c’è già molto, in effetti: un nome importante, lo specchio e il tempo. Ognuna di queste cose ha in sé un mondo, ogni sala del MAO allestita per l’evento è – di per sé - un mondo, anzi una bolla. Una bolla atemporale in cui intavolare un dialogo con se stessi, attraverso gli specchi di cui è composto il pavimento e le opere/performance del passato che coesistono con quelle del presente. Qual è, infatti, la ragione – implicita, ma primaria – per la quale frequentiamo i Musei, se non il bisogno di relazionarci con noi stessi? Ciò che è esposto comunica con noi in un modo unico e personalissimo, ci trasmette dei segnali, ci fa provare delle sensazioni più o meno forti e più o meno piacevoli, a seconda del nostro vissuto e del nostro modo di essere. E tali sensazioni ci inducono una risposta emotiva. I pavimenti a specchio hanno due funzioni: la prima consiste nel permetterci di osservare le opere indirettamente, per vincere con garbo e delicatezza il nostro timore e la nostra diffidenza: può capitare, infatti, che ci sentiamo intimiditi da ciò che vediamo o udiamo, ma una volta pronti ad alzare lo sguardo, potremo facilmente guardare in faccia la realtà tangibile delle opere. La seconda funzione, invece, è più intima, e ci consente di tenerci d’occhio mentre osserviamo quelle stesse opere. Mentre osserviamo siamo osservati, sia dalle opere che da noi stessi. E abbiamo tutto il tempo che ci occorre per comunicare con ciò che portiamo dentro, sfruttando ciò che c’è fuori, perché – come dicevo all’inizio – attorno a noi il presente e il passato coesistono: l’Arte si trova nella sfera del Sempre, un non-luogo che galleggia nel non-tempo. Per ottenere questo effetto, le opere di Paik sono state messe in dialogo con opere contemporanee e con una selezione di raffinati manufatti coreani provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, nazionali e internazionali. È così che “fuori” e “dentro” perdono i loro contorni, si mescolano e diventano indistinguibili l’uno dall’altro. Ed è così che i suoni, le immagini, i colori, la luce, smettono di essere elementi univoci e diventano messaggi personali. Proust diceva che “ogni lettore, quando legge, legge se stesso”; io dico che questo è vero anche per l’Arte: un osservatore/ascoltatore, quando osserva/ascolta un’opera d’arte, in realtà comunica con se stesso. Si osserva, si ascolta. Non abbiate paura, non sbirciate soltanto, prestate attenzione, scrutatevi a fondo, ascoltatevi e scoprirete qualcosa di voi che forse nemmeno sospettavate di avere o, persino, di essere.

Nam June Paik, "Human Cello", 1984, Fotografia in bianco e nero al Café au Go Go, New York, 1965, edizione numerata 1/3 e firmata dagli artisti. 103,5 x 74,5 cm. Fondazione Bonotto.

E così, qualcosa sugli specchi e qualcosa sul tempo l’abbiamo accennata, ma chi è Nam June Paik? Noterete che ho usato il presente indicativo, per formulare la domanda, anche se questo artista si è spento nell’ormai lontano 2006, ma – come ho già detto – l’Arte è Sempre, e le opere di Paik – uno dei pionieri della video arte – non costituiscono eccezione.

Nam June Paik, "Ecce Homo", 1989, video scultura con monitor, televisioni, radio e macchine fototografiche vintage. 252 x 153 x 60 cm. Collezione Pellizzari.

 La sua formazione da pianista e musicologo gli ha permesso di sfruttare più componenti artistiche all’interno delle sue opere, dove i mass media, l’avanzamento tecnologico, i tratti di una società capitalistica e commerciale di tipo occidentale sono sapientemente mescolati ai principi rituali legati alla poesia, alla musica e alla tradizione culturale e sciamanica coreana.

Dalla mostra "Rabbit Inhabits the Moon", al MAO di Torino.

 L’artista stesso ha molti dei tratti dello sciamano: lo sciamano si muove tra il mondo dei vivi e quello dei morti, l’artista cammina tra l’interno e l’esterno, tra il silenzio e il suono; lo sciamano guarisce “esorcizzando” gli spiriti maligni e ripotando le anime là dove devono stare, l’artista “guarisce” le ferite emotive, risvegliando i sensi con suoni, silenzio, immagini e vuoto.

Gruppo musicale coreano "GOOSEUNG" durante una performance artistica al MAO di Torino.

 

L’aspetto musicale, in particolare, è stato messo in gran risalto durante la conferenza stampa di presentazione della mostra, grazie a due meravigliose performance musicali in apertura: quella ritmata ed energica del gruppo coreano Gooseung, e quella ipnotica e commovente della pianista Gloria Campaner che ha suonato il “Nocturne No. 20” di Chopin[1].

Gloria Campaner mentre esegue il "Nocturne No. 20" di Chopin.

 La performance, nella sua interezza, prevede che gradualmente, ad ogni interpretazione, vengano tolti alcuni martelletti dal pianoforte che, alla fine resterà “muto”. Ho trovato molto suggestiva questa lenta e inesorabile scomparsa del suono: ad ogni nota mancata si avverte una piccola fitta, come un vuoto nello stomaco, o – forse – nel cuore.

Il pianoforte viene gradualmente privato dei martelletti.

 Ma, pian piano, quello che inizialmente era avvertito come un fastidio, si placa e subentra un qualcosa che somiglia all’aspettativa. Non si tratta di rassegnazione al vuoto, bensì di accettazione dell’inevitabile silenzio che lentamente ci consegna alla calma, alla pace interiore. Che suono ha il silenzio, per una società che non è abituata ad ascoltarlo?

 

 

 


 

E cosa ci fa un coniglio sulla luna? Dovete sapere che questo topos letterario attraversa diverse culture dell’Estremo Oriente (Cina, Giappone, Corea) e si estende fino all’Asia Centrale, all’Iran e alla Turchia. Il titolo dunque, ispirato all’omonima installazione di Paik del 1996 (in cui il coniglio della leggenda diventa una scultura lignea che osserva l’immagine della luna all’interno dello schermo di un televisore),  fa sì che nella mostra realtà e immaginazione, tradizione e tecnologia si incontrino, si riflettano, si ripetano e si mescolino, dando vita a una sintesi ideale di contenuti che, grazie a  un complesso gioco di associazioni tematiche, rimandi e riletture, affiorano nel percorso espositivo.

Quotidianità e sacralità si interfacciano e si rispecchiano l’una nell’altra; silenzio e suono si alternano pur convivendo; ogni cosa avviene sia contemporaneamente che alternativamente, perché – ancora una volta – tutto è Sempre, nell’Arte. Il coniglio[2] (e/o la lepre) è un animale lunare, espressione delle forze tutelari e quindi di protezione. Il potere magico ad esso attribuito proviene, probabilmente, dalla sua straordinaria fecondità, simbolo di vita, di ricchezza e di prosperità. In Cina, la Lepre incarna la longevità e l’immortalità, infatti abita nel palazzo della Luna (simbolo femminile) e possiede l’elisir dell’immortalità.

Dalla mostra "Rabbit Inhabits the Moon", al MAO di Torino.

Mi preme sottolineare ancora un paio di cose: la prima è che, come sempre accade nei progetti espositivi del MAO, anche “Rabbit Inhabits the Moon” è concepita come un organismo vivo, pertanto, per tutta la sua durata [19/10/2024-23/03/2025], presenta un ricco programma musicale e performativo, a cura di Chiara Lee e freddie Murphy[3], che coinvolge sia artisti coreani che italiani; la seconda, invece, riguarda la rilevanza di questa mostra anche in ambito diplomatico. Quest’anno, infatti, ricorre il 140° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Corea e Italia e “Rabbit Inhabits the Moon” intende proprio stimolare un dialogo dinamico che rifletta l’evoluzione del paesaggio culturale e artistico dei due Paesi, rileggendo – in particolare – l’eredità di Nam June Paik e la sua influenza sulle generazioni contemporanee. 

Giacca sovrakimono (haori) maschile. 1930. Crespo di seta nera (esterno), taffetà di seta (interno); decorazione a riserva a mascherina (katayuzen) e a mano libera. 107 x 134 x 47 cm. Collezione privata. La giacca sovrakimono in mostra è un pregiato esempio della raffinata produzione tessile giapponese. Meno note, rispetto alle vesti femminili, quelle maschili, austere all'esterno, presentano all'interno raffigurazioni che racchiudono narrazioni e simbologie capaci di raccontare la società da un punto di vista storico, economico, politico e artistico-culturale. L'haori in mostra raffigura due conigli sulla luna intenti a macinare il riso per cucinare il tradizionale dolce mochi. L'iconografia trae ispirazione dal topos letterario e iconografico del coniglio lunare.

 

Tra l’altro, il MAO non solo è organizzato come una creatura vivente, è anche privo di confini fisici definiti… Penso, ad esempio, alla collaborazione del Museo con il Mercato Centrale, che ha ospitato e ospiterà numerose performance artistiche legate all’Oriente. È stimolante il fatto di sapere che la bellezza, la cultura, l’arte e le emozioni che queste cose suscitano in noi prescindono da delimitazioni di qualsivoglia natura. Ritengo che la curiosità sia uno dei motori più potenti: rende la vita affascinante e ricca di meraviglie; se poi tale motore è unito al senso di libertà, nessun Museo può essere considerato un magazzino statico e noioso. E il MAO, anche grazie all’instancabile lavoro del suo direttore – Davide Quadrio – è ben lontano dall’essere statico e noioso, è anzi un crogiuolo di novità e tradizione, di popoli e civiltà, di culture antiche e artisti moderni, di movimento e meditazione, di atmosfere impalpabili e sostanza concreta.

Il MAO è pieno di vita!



[1] L’installazione “Nocturne No. 20/Counterpoint” (2013-2020) di Kyuchul Ahn, propone una rivisitazione della musica di Chopin, completata da una bizzarra e suggestiva performance in cui gli 89 martelletti del pianoforte vengono sottratti man mano, fino a far rimanere lo strumento incapace di produrre il suono. Il tutto, realizzato con la sponsorizzazione tecnica/collaborazione di Piatino pianoforti.

[2] Pp. 481 e 482 del “Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze” di Corinne Morel, De Vecchi Edizioni.

[3] Per “Rabbit Inhabts the Moon” il MAO propone una uova edizione del public program “Evolving Soundscapes” , a cura di Chiara Lee e freddie Murphy. Raccogliendo l’eredità di Nam June Paik, che riteneva che gli artisti fossero sciamani o medium spirituali capaci di collegare gli spettatori e il mondo invisibile e paragonava gli happening Fluxus ai rituali degli esorcisti coreani, il public program ospiterà alcuni artisti coreani e italiani che daranno vita a una serie di performance site specific. Tale programma è iniziato Venerdì 18 Ottobre, ma ci saranno altri incontri: Ecco le date: Domenica 15 Dicembre 2024, sia alle ore 11.30 che alle 16.00; Domenica 23 Febbraio 2025 sia alle 11.30 che alle 16.00; Giovedì 6 Marzo 2025 alle 21.30; Domenica 23 Marzo 2025 sia alle ore 11.30 che alle 16.00.

venerdì 16 giugno 2023

Metalli Sovrani

 

Cosa ci fa un’opera di Yves Klein al MAO, all’interno di una mostra che racconta il Medioevo Islamico? 

Yves Klein,"Monochrome bleu", 1959, pittura su carta, 21,5 x 18 cm, collezione privata.

È un punto di contatto tra l’Arte Antica e quella Moderna, è una fonte di dialogo tra le opere esposte il cui linguaggio è il colore blu. Attenzione, però, non si tratta di un blu qualsiasi… Lo spiega molto bene la Curatrice, Veronica Prestini, 

Davide Quadrio (Direttore del MAO) e Veronica Prestini (Curatrice della mostra "Metalli Sovrani").

ne “Il blu oltre(il)metallo”:

“La sperimentazione artistica di Yves Klein, che ha trasformato il colore in arte esaltando la luminosità e l’intensità del blu oltremare, è stata in qualche modo il compiersi di una ricerca che ha origini antichissime. Il blu oltremare può senza dubbio essere considerato come il più importante dei colori naturali già conosciuto e usato in pittura dagli Egizi e dagli Assiri.

Allora ottenuto dal lapislazzuli polverizzato, leggermente arroventato, poi trattato con acqua e aceto (poi ancora polverizzato e levigato in acqua) si trovava nei ricchi giacimenti del Badakhshan in Afghanistan e dell’Iran. Da lì proveniva la preziosissima materia prima usata nell’arte da incomparabili talenti. Essa giungeva in Europa dai porti del Vicino Oriente, controllati soprattutto dai veneziani, passando dai loro possedimenti d’Oltremare.

La ricerca stilistica del colore ha coinvolto in maniera assoluta anche i miniaturisti islamici dediti all’illustrazione dei manoscritti. Il blu oltremare domina infatti nelle pregiatissime miniature ed è spesso sapientemente accompagnato dalla foglia oro.

In quest’ottica “Monochrome bleu” permette di apprezzare l’evolversi della sapienza tecnica, artigianale e artistica, in continua tensione espressiva, divenuta un modello filosofico nell’interpretazione di Klein e di poter godere a pieno della profondità dirompente del suo colore.

Nell’allestimento della mostra, che ha come protagonisti metalli e miniature illuminate, si è scelto il colore brevettato da Yves Klein, l’”International Klein Blue” (“IKB”), perché in grado di esaltare la lucentezza del metallo e capace di restituire un ulteriore aspetto sensoriale grazie alla resa vellutata e corposa del colore”.

Cos’è, dunque, “Metalli Sovrani”?

Come già detto, è un modo per mettere in relazione le opere antiche con quelle moderne, per rileggere e ridare lustro alle une attraverso le altre. Ma non si tratta solo di questo.

Pannello e frammento di pannello provenienti dalla Siria.

 “Metalli Sovrani” si prefigge anche lo scopo di “complicare” la nostra lettura/rilettura delle opere. Quando salirete al quarto piano del MAO e accederete alla sezione islamica vi accorgerete che l’ambiente non è “affollato”, non ci sono – cioè – molti oggetti esposti. È stato fatto volutamente, così da permettere una sorta di rieducazione all’osservazione. Avere un numero limitato di opere da osservare, infatti, ci consente di focalizzare meglio la nostra attenzione su ognuna di esse, senza dispersioni. “Complicare” inteso nel senso di bandire la lettura superficiale dei manufatti a favore di una osservazione più attenta e un approfondimento culturale maggiore. Ma per integrare le collezioni già presenti nel Museo con altre collezioni e raccontare nuove storie non basta scegliere accuratamente cosa esporre… Per raggiungere una vera complementarietà e donare ai visitatori esperienze immersive, emozionanti e di approfondimento culturale è necessario un altro fattore: la collaborazione. Figure come quella di Veronica Prestini, in grado di donare sguardi freschi e innovativi alle collezioni, figure come quelle degli scienziati e degli studiosi specializzati in ogni settore (e qui entra in gioco la collaborazione con “The Aron Collection”[1]) sono indispensabili per “complicare” la lettura di ogni opera, cioè raggiungere i dettagli nascosti nelle “pieghe” e darne così una conoscenza profonda.

Entrando nello specifico…

I grandi temi della mostra sono quelli rappresentati dagli oggetti esposti e dalle incisioni su di essi: la scrittura, la poesia, il misticismo (in particolare, la mistica sufica), il firmamento (astronomia e astrologia[2]), il convivio/banchetto[3], la caccia, il profumo, gli auguri, la salute, la festa, i rituali, la luce, gli animali (soprattutto cavalli, ghepardi, cani, lepri e pesci) 

Coppa. Siria o Egitto, metà XIV sec. Ottone inciso e ageminato in argento. Museo d'Arte Orientale, Torino.

Vaso a forma di cavallo con cavaliere. Iran, XII-XIII sec. Ceramica "fritta", decorazione in blu cobalto sotto invetriatura turchese. MAO, Torino.

e i vegetali (come peonie e fiori di loto). I reperti con la targhetta blu, in particolare, possono essere letti su due livelli: quello estetico (le scritte[4] e l’apparato iconografico sono bellissimi) e quello poetico/beneaugurale. È un po’ come per le parole, che sono composte da significante e significato, o come il simbolo, che ha una parte “fisica” e una “spirituale”, eterea, inafferrabile…

Le opere provengono da aree geografiche diverse (tra cui l’Iran, la Siria, l’Iraq, l’Egitto e la Turchia) e da un lasso di tempo compreso tra l’XI e il XVII secolo. Ci sono portapenne,

Portapenne. Iraq, Mossul, XIII secolo. Lamina di ottone battuto e inciso e incrostato in oro e in argento. The Aron Collection.

 ciotole, candelieri e porta-torce (Mash'al), 

Candeliere. Egitto o Siria, XIV sec. Ottone battuto e inciso e incrostato in argento. The Aron Collection.

bruciaprofumi

A sinistra: bruciaprofumi. Jazira o Siria. Metà XIII sec. Bronzo inciso e incrostato con argento. The Aron Collection. A destra: bottiglia spargi-profumi. Iran, Khorasan, XII-XIII sec. Bronzo fuso, inciso e incrostato in argento. The Aron Collection.

e spargi-profumi, coppe da vino,
Coppa con pesci. Iran, XII-XIII sec. Ceramica "fritta", decorazione in nero sotto invetriatura turchese. MAO, Torino.

 
 ma anche coppe magico-terapeutiche e magico-rituali, 
Coppa magico-rituale (interno). Iran, XVII sec. Ottone inciso. MAO, Torino.

Coppa magico-rituale (esterno). Iran, XVII sec. Ottone inciso. MAO, Torino.

 
vassoi
Vassoio con iscrizione laudatoria. Egitto o Siria, XIII sec. Ottone battuto, inciso originariamente incrostato in argento. The Aron Collection.

 e manoscritti. 
Corano. Copista: Muhammad ibn Mirak. Afghanistan, Herat. Fine XIII sec. MAO, Torino.

 
Anche le contaminazioni linguistiche e iconografiche  sono numerose e provano la grande circolazione culturale nel Mediterraneo. E, a proposito di mescolanze, ho da comunicarvi un’informazione preziosa: avendo ottenuto l’assegnazione del PNRR per l’accessibilità (della durata di tre anni), il MAO ha potuto fregiarsi di inserire  tra le lingue-guida il LIS (Lingua Italiana dei Segni), oltre – naturalmente – all’Italiano, all’Inglese e all’Arabo.

Dal grado di complessità delle incisioni – che, a guardarli bene, somigliano a dei ricami – e dal loro significato evinciamo che gli autori di questi manufatti non erano semplici artigiani, bensì dei veri e propri artisti, per di più molto colti…

Bacile (dettaglio). Iran, Fars, XIV sec. Lamina di ottone battuto, inciso e incrostato in argento. Diametro 43 cm. Altezza 7,5 cm. The Aron Collection.

“Metalli Sovrani”[5] è una mostra complessa, stratificata, ma vi aprirà delle porte nella conoscenza  e vi donerà un bagaglio di bellezza e curiosità dal valore inestimabile.

 



[1] “La Aron Collection è il frutto della straordinaria stagione del collezionismo di arte islamica in Europa che maturò nella seconda metà del secolo scorso. Negli anni ’70 raffinati intenditori e studiosi dotati di particolare talento e sensibilità promossero una sorta di circolo virtuoso: gli studi univano i musei dove si cominciavano a valorizzare esemplari noti e meno noti, se non sconosciuti, e i collezionisti che mettevano a disposizione quanto avevano raccolto con passione e preparazione”.

[2] L’astrologia era considerata dagli arabi al pari di una disciplina scientifica ed era strettamente legata all’astronomia, la scienza delle sfere celesti.

[3] C’era persino un genere letterario chiamato “banchetto e battaglia” che stava a indicare come i fasti della pace si contrapponessero in maniera ciclica all’ardore della battaglia. Il banchetto era anche la celebrazione di un’antica festa persiana dell’equinozio di primavera, ovvero il capodanno solare.

[4] Il rigore delle arti calligrafiche era, tra l’altro, espressione di innumerevoli titolature regali e dei dettami del Corano e testimoniava la ricerca di un equilibrio tra le prerogative regie e gli ineluttabili dettami del divino.

[5] “Metalli Sovrani – La festa, la caccia e il firmamento nell’Islam medievale”. Dal 16.06.23 al 17.09.23, al MAO di Torino.