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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

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venerdì 15 dicembre 2023

Contemporary Monogatari: nuove narrazioni giapponesi

 

Kazuko Miyamoto, "Kimono con corde e bastoni", 2004

 

Numerosi possono essere i motivi per i quali alcune persone tendono ad annoiarsi quando vanno a visitare un Museo; uno dei motivi è che il Museo in questione non ha saputo trovare il linguaggio adatto al pubblico. Ma questo non vale di certo per il MAO che – in occasione della consueta e periodica rotazione delle opere – ha saputo rappresentare in maniera esemplare l’antico e il moderno, rendendo entrambe le cose accessibili, fruibili e comprensibili. A tutti, da tutti e per tutti. Fino al 5 maggio 2024, infatti, il secondo piano della galleria giapponese del Museo d'Arte Orientale di Torino dialogherà[1] con le opere di Kazuko Miyamoto[2], grazie alla collaborazione del Direttore del MAO, Davide Quadrio (e del suo Staff) con la Direttrice del Museo Madre di Napoli, Eva Fabbris. Il tema principale preso in esame dall’esposizione è il vestito, l’abito, attorno al quale ruotano la Natura e il movimento. Per Miyamoto, infatti, il kimono – uno dei simboli più potenti e sentiti del Giappone – si spoglia (è proprio il caso di dirlo) di stoffe e decori e sfoggia la struttura nuda, lo scheletro, per veicolare i messaggi in purezza. Perché il kimono simboleggia apertura/chiusura, rappresenta il potere e – addentrandoci nella biografia dell’artista – scopriamo che identifica anche la figura paterna.

 Questa mostra è circolare: inizia con un kimono stilizzato e con un altro kimono stilizzato termina; il percorso tra le opere è circolare, come a ricordarci la ciclicità della Natura e l’eterno ritorno a cui ogni cosa è destinata; e nel mezzo – come in una sorta di mandala – sorgono le declinazioni dei temi fondamentali.

Kazuko Miyamoto, Kimono/Corde, 2003 ca.

Il primo kimono, quello con cui si apre il riallestimento, è fatto di corda e si affianca ad uno schermo che mostra un filmato – ovviamente in loop – in cui Miyamoto compie una danza con l’ombrello (altro elemento di forma circolare). Accanto a “Umbrella Dance” – questo il titolo del video – possiamo perderci nelle forme essenziali e minimaliste dei disegni di Miyamoto che ritraggono kimono, ombrelli e altre “geometrie” naturali e non. C’è persino il ritratto di un micio.

 

Kazuko Miyamoto, opere

Pochi passi e ci si trova di fronte a una teca che riprende i disegni appesi alla parete che ci si è lasciati alle spalle.

Proseguendo, ecco che si arriva a un’esposizione di magnifici kesa[3] - indumenti che hanno molto in comune con i kimono. La ricchezza dei primi, però, stranamente non contrasta con la povertà dei secondi, anzi, la riprende e la compensa. E anche qui la Natura si manifesta attraverso le proprie forme e le proprie “geometrie” astratte, ispirate soprattutto ai fiori e alle nuvole.

Kesa, dettaglio


La decisione di accostare i kesa ai kimono è dovuta ai metodi di produzione artigianali dei due indumenti: analogamente ai mantelli rituali buddhisti, infatti, anche i kimono sono tradizionalmente realizzati assemblando rettangoli di seta. La loro forma non è destinata ad assecondare le curve del corpo, ma ad avvolgerle, nascondendole. Velare e svelare, dunque, è questo il gioco creato dal MAO nell’area dedicata al Giappone.

 La sala scorpora  le due realtà, mostrandone significato e significante attraverso la stoffa e la sua struttura portante, come uno scheletro fa con la pelle che “indossa”. Entrambe le realtà sono bidimensionali, ma incredibilmente colme di potere simbolico. Nel centro della sala, a fare da spartiacque, troneggiano le sorprendenti armature dei samurai[4].

Le armature dei samurai

 Ed ecco l’antico – con le sue forme piene e tridimensionali – che ricorda le fondamenta su cui poggia il moderno, l’impalcatura che ci ricorda il passato e getta le basi per il presente.

Aggirato il “muro” trasparente che contiene le armature (tre, come il numero di kesa esposti e come quello delle strutture “cordate” appese) si arriva a una parete ricca di fotografie di fine ‘800 che raffigurano attori di teatro kabuki, beltà femminili (bijin) immerse in colorati giardini e fanciulle intente a comporre ikebana. E, proprio per riprendere questa immersione nelle bellezze naturali, accanto alla parete in questione è stato posto un altro schermo: “In the garden” è il titolo – già di per sé esplicativo – del video proiettato.

Kazuko Miyamoto, "Ladder and Branches", 2010
 “Ladder and Branches” – un’effimera struttura a forma di scala realizzata con corde fatte di carta arrotolata e pioli in legno – “chiude” la sala e, contemporaneamente, introduce il visitatore in un corridoio tappezzato di stampe[5]

Corridoio delle stampe giapponesi
Idealmente, è un mezzo per “ascendere”, per cambiare “stato”, per salire a un livello di coscienza superiore. È un chiaro riferimento alle shimenawa, le corde utilizzate nei rituali di purificazione shintoisti, ma rappresenta anche l’attitudine dell’artista a connettere, collegare, fornire passaggi tra l’arte e la vita e punti di unione tra il passato e il presente.


Utagawa Kunisada, "L'attore Onoe Kikugoro III nel ruolo di onnagata". Periodo Edo, 1828-1829. Xilografia su carta.

 

 

  Al termine del corridoio troverete la ricostruzione di una sala da tè con all’interno un altro kimono fatto di corda e un quadro raffigurante un ombrello rosso e nero.

Utagawa Kunisada, "Camminando sotto la neve". Periodo Edo (1828-1830)

Pieno/vuoto, apertura/chiusura, interno/esterno, punti/linee/masse, andata/ritorno, opulenza/minimalismo, semplicità/complessità, passato/presente… Una mostra che fa incontrare gli opposti, li fa dialogare tra loro e ci fa scoprire che – come nel Tao – dalla contrapposizione può nascere un amalgama anziché un conflitto, se solo si riesce a raggiungere  e ad instaurare la vera comunicazione tra le parti coinvolte… Ed ecco che anche questo articolo si chiude così come è iniziato, cioè con la menzione del linguaggio...

 

Il MAO ringrazia Eva Fabbris e il Museo Madre di Napoli.

Si ringraziano, inoltre, l’Estate dell’artista, la Cuomo Collection, la collezione Marilena Bonomo, la Galleria Alessandra Bonomo, EXILE Gallery e tutti i collezionisti coinvolti.



[1] La mostra prevede l’accostamento delle opere provenienti dalle collezioni permanenti del MAO e di quelle in prestito dal Museo Madre di Napoli.

[2] Kazuko Miyamoto è nata in Giappone (a Tokyo, nel 1942) ma vive e lavora a New York. Il suo nome  (insieme a quello di Yōko Ono), è noto soprattutto nell’ambito del movimento artistico “Fluxus” costituitosi nel 1962, ma già operante sul finire degli anni 1950, i cui aderenti, di varie nazionalità, si riconoscono nelle posizioni intellettuali di G. Maciunas (1931-1978), promotore della rivista ccV TRE pubblicata a New York tra il 1955 e il 1970.

[3] Il Kesa (dal sanscrito kashaya) è un mantello indossato dai monaci buddhisti come paramento rituale ed è comparabile a un mandala, simbolo dell’universo. La sua superficie èdivisa in un numero dispari di fasce verticali (da 5 a 25), talvolta intercalate da ritagli orizzontali: la fascia centrale rappresenta l’axis mundi e il Buddha; i quadrati di tessuto applicati agli angoli evocano i quattro Re Guardiani dello spazio (shi-tenno). Il kesa viene drappeggiato sulla spalla, oppure è posato sulle spalle. La confezione di un kesa è un atto di devozione e il dono della stoffa per la sua realizzazione è fonte di merito per i praticanti: essa può consistere in un tessuto nuovo o in un kimono prezioso appartenuto a un defunto, offerto in suffragio. Da questi manufatti pregiati i monaci ritagliano delle pezze che poi cuciono insieme, in modo da evocare l’uso di stracci e rispettare così, almeno idealmente, il precetto di povertà della Dottrina.

[4] La storia dell’armatura giapponese ha inizio nel IV secolo, ma la sua struttura e la sua forma vengono definite nella seconda metà del periodo Heian (794-1185). Nel XVI secolo, con la comparsa dell’archibugio, compare l’armatura tosei-gusoku (equipaggiamento moderno) e la corazza viene rinforzata con piastre forgiate da più strati di acciaio di diversa durezza, come le spade. Alla corazza vengono aggiunte le spalliere, al casco un copri-nuca. Il casco stesso assume forme nuove e spettacolari che lo rendono adatto a essere identificato da lontano e a consentire di dirigere le truppe a distanza. Ben presto assumerà forme esuberanti, diventando occasione di vera crescita artistica. Come uno dei beni più preziosi del samurai, l’armatura rappresenta un’insegna di rango e di potere. Nella vetrina all’interno della sala sono collocate tre armature che risalgono rispettivamente alla fine del XVII secolo (armatura firmata Munemitsu della scuola Myochin; n. 1), al XVIII secolo (n. 2) e alla prima metà del XIX secolo (n. 3). L’armatura dei samurai venne usata per l’ultima volta in battaglia durante la ribellione di Satsuma, nel 1877, che pose fine per sempre alla storia di quella classe di guerrieri.

[5] STAMPA e STAMPE. La tecnica della xilografia era stata introdotta in Giappone dalla Cina nel periodo Heian (794-1185), ma il suo impiego era inizialmente limitato alla riproduzione di testi e immagini religiose. Alla fine del XVI secolo comparvero le prime stampe a carattere profano in bianco e nero, mentre le stampe a due colori (rosa e verde) risalgono al 1740 circa. La ricerca degli artigiani era stimolata dalla crescente domanda di opere che potessero essere nel contempo divulgative e raffinate – nonché economicamente accessibili – da parte della nuova borghesia urbana. Si aggiunsero in seguito altri colori, finché verso il 1765 Suzuki Harunobu perfezionò la stampa policroma. Cominciò così l’epoca d’oro delle ukiyo – e, le “immagini del mondo fluttuante” che diedero alla xilografia una dignità artistica senza  eguali in Asia orientale. Il termine fa riferimento alla transitorietà delle cose terrene e riflette l’atteggiamento di raffinato edonismo affermatosi tra i circoli di intellettuali, mercanti e artigiani delle grandi città. Le stampe raffigurano i loro soggetti più amati, quali le beltà femminili, il mondo del teatro kabuki, scene erotiche, paesaggi famosi e immagini della tradizione popolare. In questo clima fiorirono anche i surimono, letteralmente “cose impresse”, eleganti stampe utilizzate come biglietti augurali che circolavano in una cerchia limitata di persone. Peculiare dei surimono è la compresenza di immagini e di testi poetici, frutto della collaborazione tra pittori e scrittori, mediata dall’arte di esperti calligrafi e dall’abilità di intagliatori e stampatori.

venerdì 6 ottobre 2023

TRAD U/I ZIONI D'EURASIA

 

TRAD U/I ZIONI D'EURASIA

 

Ma tenete d’occhio le mostre: a loro piace cambiare![1]

Chi va a visitare il MAO, non ha solo l’occasione di vedere degli oggetti esposti, ha l’occasione di fare un’esperienza. Un’esperienza ogni volta diversa, pur nell’ambito di una stessa mostra. Perché? Perché le mostre del MAO mutano, cioè propongono performances e allestimenti sempre diversi, cambiano in corso d’opera. In tal modo è come se ogni mostra racchiudesse in sé tante mostre, dove si avvicendano opere e artisti sempre nuovi. Può darsi che andiate oggi e assistiate a un qualcosa che vi fa dono di una determinata esperienza, ma, tornando domani, vediate cose diverse e facciate un’esperienza di tutt’altro tipo.  D’altronde chi ha detto che i Musei debbano essere luoghi statici e noiosi? Il MAO, dunque, è un “dispositivo” (come lo definisce il Direttore Davide Quadrio) in continua trasformazione, un ambiente di cura e di confronto in cui non sono soltanto le opere a “dialogare” tra loro, ma anche chi le studia e se ne prende cura. Nel caso di “TRAD U/I ZIONI D’EURASIA”[2] sono addirittura quattro le Curatrici[3] e innumerevoli le collaborazioni, le partnership e gli/le artisti/e che hanno contribuito a rendere speciale il progetto.

TRAD U/I ZIONI D’EURASIA

Già il titolo è un condensato di informazioni, ma anche di misteri…

La parola “TRADUZIONE” può essere intesa sia come veicolazione di messaggi da una lingua a un’altra, sia come trasporto di oggetti, simboli e cultura da un luogo a un altro. “TRADIZIONI”, invece, è intesa per ciò che è: l’esposizione dei valori, dei costumi e delle usanze all’interno delle società eurasiatiche.

“Terza e ultima presentazione della serie espositiva FRONTIERE LIQUIDE E MONDI IN CONNESSIONE, TRAD U/I ZIONI D’EURASIA volge lo sguardo sulla storia profondamente complessa dell’interazione culturale tra Asia ed Europa, esponendo oggetti che evidenziano contatti, traduzioni e migrazioni di simboli, forme, materiali e colori, avvenuti grazie  a scambi commerciali e politici nel corso di duemila anni di storia, dedicandosi in particolare al periodo che va dal VI al XVI secolo.

Gli oggetti parlano anche del desiderio dell’esotico nato da tali contatti. La loro storia, a più livelli e frammentaria, evidenzia come la relazione tra gli esseri umani e le ‘cose’ non sia mai stata lineare e semplice; al contrario, spesso complessa e diseguale. Ci mostrano come l’esotismo abbia plasmato idee di lusso e raffinatezza attraverso il tempo e lo spazio; idee che sono state condivise, variamente tradotte e ampiamente diffuse tra i due continenti.

I colori e il loro potere saranno anche al centro dell’intervento dell’artista contemporanea Yto Barrada (marocchina, francese, nata nel 1971 a Parigi). Nel corso della sua collaborazione di un anno con il MAO e la Fondazione Merz, l’artista svilupperà un progetto all’interno della sua ricerca sui colori e in particolare sullo studio e formazione di pigmenti naturali nonché sulla loro origine, materialità e funzionalità, sulle cariche simboliche, politiche e metaforiche. Il progetto di Yto Barrada trae ispirazione dal libro, recentemente ripubblicato, COLOR PROBLEMS: A PRACTICAL MANUAL FOR THE LAY STUDENT OF COLOR, dell’artista e studentessa Emily Noyes Vanderpoel (1842-1939)”.

Ed è proprio dai colori che vorrei partire per raccontarvi questa nuova mostra…

Indossati i copri-scarpe che vi saranno forniti all’ingresso della sala e che vi conferiranno un’aria da chirurghi, potrete finalmente immergervi nello spazio senza tempo e senza… spazio di un ambiente interamente bianco. Il morbido candore della moquette sotti i vostri piedi, il bianco delle pareti e l’allestimento minimalista contribuiscono, infatti, a creare una sorta di “altrove” dove non ci sono distrazioni, bensì “astrazioni” perciò è comunque possibile – se non addirittura auspicabile – il viaggio nell’immaginazione. In quel bianco – della neutralità e della rinascita - spiccano gli oggetti esposti, pochi in ogni sala, ma selezionati con attenzione e disposti con cura come pennellate di colore su una tela… Quale colore? Il blu, tanto per cominciare.

Il blu

Una selezione di reperti blu. Questi oggetti sono attualmente esposti al MAO di Torino in occasione della mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

Indaco, oltremare, blu di Prussia, ceruleo, celeste, turchese, azzurro, cobalto, zaffiro, ciano, sono solo alcune delle innumerevoli sfumature di questo colore, colore che non è sempre stato in vetta alle classifiche dei colori più “nobili”, ma che – una volta compreso e accettato – ha saputo farsi strada nel mondo dell’Arte. “Il blu ha svolto un ruolo socio-culturale fondamentale lungo le rotte terrestri e marittime che collegavano l’Eurasia in epoca pre-moderna, stimolando numerosi scambi culturali. Minerali come il lapislazzuli dell’Afghanistan, l’ossido di cobalto dell’Iran e le foglie di Indigofera Tinctoria dell’Asia meridionale non solo erano materiali essenziali per la produzione di pigmenti pittorici, invetriature ceramiche e tinture tessili, ma avevano soprattutto un valore simbolico universale. Espressione di lusso e opulenza, il fascino suscitato dal colore blu contribuì a molteplici trad u/i zioni artistiche e culturali tra Iran, Cina e Mediterraneo orientale”.

Se poi uniamo il colore blu all’arte calligrafica otteniamo una combinazione vincente e… avvincente!

Una selezione di reperti calligrafici esposti attualmente al MAO di Torino in occasione della mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

“Una goccia di blu su una superficie immacolata e le parole prendono forma.  A prescindere da chi abbia inventato la ceramica bianca e blu, i ceramisti iracheni hanno sicuramente contribuito alla popolarità ben oltre i confini delle terre islamiche. Molti di questi manufatti sono decorati con iscrizioni in arabo che menzionano eccezionalmente i loro creatori, quasi un marchio della loro presenza nell’opera. La combinazione di blu e bianco si ritrova nello stesso periodo su tessuti con iscrizioni particolarmente ermetiche: molte lettere sono state modificate per creare un ritmo dinamico. I testi sono solitamente di carattere religioso (invocazioni e benedizioni) o politico (nome e titoli onorifici di un califfo), ma possono essere eseguiti in maniera così artificiosa da risultare illeggibili o contenere errori ortografici. Ciò suggerisce che la presenza stessa della scrittura fosse talvolta più importante del suo significato, a riprova dell’importanza simbolica del segno scritto in molte culture eurasiatiche”.

E tante sono le culture che tenevano in grande considerazione la scrittura…

La scrittura degli antichi Egizi, per esempio, era altamente simbolica e direttamente associata agli dei che si credeva avessero donato all’uomo il linguaggio.

Nella cultura ebraica ogni parola scritta racchiude in sé molti mondi: il significato (concreto e simbolico) della parola nella sua interezza e il significato (concreto e simbolico) di ogni lettera che compone quella parola…

“Che si sappia o meno leggere, non si potrà non godere della bellezza della calligrafia”. (Qadi Ahmad, XVI secolo)

Ma torniamo al blu…

Facendo alcune ricerche per la stesura di questo articolo, ho trovato - sul mio vecchio testo di Storia dell’Arte – un brano tratto da Cennino Cennini[4], “Il Libro dell’Arte” o “Trattato della pittura”. Il brano parla dell’immenso lavoro che un pittore doveva compiere per ottenere il colore blu. Ve lo riporto qui:

“Se vuoi fare un mantello di Nostra Donna d’azzurro della Magna, o altro vestire che voglia fare solo d’azzurro, prima in fresco campeggia il mantello, o ver vestire, di sinopia e di nero; ma le due parti sinopia, e il terzo nero. Ma prima gratta la perfezione delle pieghe con qualche puntaruolo di ferro, o agugiella; poi in secco togli azzurro della Magna lavato bene, o vuoi con lisciva, o vuoi con acqua chiara, e rimenato un poco poco in su la pria da triare. Poi, se l’azzurro è di buon colore e pieno, mettivi dentro un poco di colla stemperata, né troppo forte, né troppo lena, che più innanzi te ne parlerò. Ancora metti nel detto azzurro un rossume d’uovo; ma se l’azzurro fosse chiaretto, vuole essere il rossume di questi uovi della villa, che sono bene rossi. Rimescola bene insieme, con pennello di setole morbido: ne da’ tre o quattro volte sopra il detto vestire. Quando l’hai ben campeggiato, e che sia asciutto, togli un poco d’indaco e di nero, e va’ aombrando le pieghe per lo mantello, il più che puoi; pur di punta ritornando più e più fiate in su le ombre. Se vuoi in su’ dossi delle ginocchia, o altri rilievi, biancheggiare un poco, gratta l’azzurro puro con la punta dell’asta del pennello. Se vuoi mettere in campo, o in vestire, azzurro oltramarino, temperalo all’usato modo detto di quello della Magna, e sopra quello danne due o tre volte. Se vuoi aombrare le pieghe, togli un poco di lacca fina, e un poco di nero temperato con rossume d’uovo. E aombralo gentile quanto puoi, e più nettamente; prima con poca di quella, e poi di punta, e fa’ men pieghe che puoi, perché l’azzurro oltramarino vuol poca vicinanza d’altro miscuglio”.

Lo stralcio che avete appena letto (o avete saltato a piè pari?) mi permette di introdurre in questo articolo luuuuunghiiiiiiissimo (io vi ho avvertit*, eh!) una delle opere che – grazie alla collaborazione con i Musei Reali di Torino – è esposta al MAO in questo momento. 

Barnaba da Modena, "Madonna con il Bambino", 1370, tempera e oro su supporto ligneo. Musei Reali di Torino, Galleria Sabauda. Attualmente esposta al MAO in occasione della mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

L’opera in questione è la “Madonna con il Bambino” di Barnaba da Modena (Barnaba Agocchiari). Il dipinto risale al 1370 ed è stato inserito all’interno di TRAD U/I ZIONI D’EURASIA in quanto l’artista lo ha realizzato raffigurando “stoffe preziose provenienti dall’Asia, molto ricercate tra le aristocrazie europee poiché conferivano lustro e prestigio a chi le possedeva. Nella veste del Bambino la sfarzosità del tessuto a piccoli motivi rimanda a un panno tartarico così come le pseudo-iscrizioni in lingua araba sugli orli delle vesti di entrambe le figure. Queste imitavano la scrittura cufica, uno stile calligrafico che, insieme ad altri, adornava le khil’a, le vesti di gala tra i principali doni nelle corti del mondo islamico”.

 

 

E se lo stile di Barnaba da Modena vi piace, vi consiglio di andare ad ammirare un altro dei suoi dipinti, che si trova a Palazzo Madama, il Museo Civico d’Arte Antica di Torino: anch’esso ritrae una Madonna col Bambino. Il mantello di Lei è, ancora una volta, blu con venature dorate.

Barnaba da Modena, "Madonna con Bambino", metà XIV secolo, tempera su tavola. Palazzo Madama, Torino.

 

 Oro e tessuti

“Tessere l’oro in epoca mongola era operazione complessa: l’ampio uso del filo aureo rimanda all’agemina, al niello e all’incastonatura, tecniche proprie della metallurgia islamica persiana e turca fin dall’XI e XII secolo. Il filo in metallo prezioso, spesso realizzato in strisce piatte rivestito di lamine auree, copre quasi interamente il dritto della stoffa creando un effetto prospettico di profondità del disegno”. In mostra potrete ammirare “un rarissimo nasij (tessuto d’oro) di altissima qualità” sul quale campeggiano due leoni alati inscritti in medaglioni. I motivi “sono tratti dalla tradizione persiana di origine sasanide e si alternano a figure di grifoni, animali fantastici di un repertorio iconografico condiviso dalla Cina alle sponde del Mediterraneo”.

Poi ci sono i tiraz (parola persiana che significa “ricamo”), le cui iscrizioni sono per l’appunto ricamate con filo blu indaco su un fondo di lino naturale. L’unico elemento decorativo che possiedono i tiraz consiste in una serie di iscrizioni in cufico, particolarmente elaborate; si tratta di invocazioni a Dio che hanno il pregio di conferire un’aura di solennità a tessuti altrimenti molto semplici.

Oro e potere

Una selezione di tessuti esposti al MAO per la mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

 

 

 

 

 

 

 

 

“I Mongoli non possedevano una tradizione di tessitura della seta e fecero ampio uso delle competenze e delle tradizioni maturate nel corso dei secoli dalle civiltà che sottomisero. Diverse manifatture sorsero in Cina, Asia centrale e Iran. La seta lavorata con l’oro divenne un importante simbolo di potere. I tessitori godevano di uno status particolare e dovevano essere pronti a soddisfare la richiesta di tessuti lussuosi dell’alta società mongola. Più il filo d’oro era impiegato nei tessuti, più questi esprimevano il potere del suo possessore. In Europa questo stile prese il nome  di ‘tartarico’, cioè dei Tartari, come venivano chiamati i Mongoli”. I sovrani mongoli, a quanto pare, amavano i tessuti scintillanti, perciò le vesti destinate ai membri dell’aristocrazia erano interamente intessute in filo d’oro… E l’oro non veniva solo filato, ma anche stampato su seta, con metodi di tintura che purtroppo sono andati perduti.

Tessuti e simboli

Alcuni degli elementi decorativi dei tessuti esposti al MAO sono: le coppie di segmenti ondulati (che fanno riferimento alla pelle di tigre e ricordano i motivi del cintamani tradizionalmente associato alla regalità), le nuvole in cumuli (antico motivo divinatorio cinese simboleggiante il collegamento tra Cielo e Terra, dimora dei draghi protettori), gli animali alati (come il mitico cervo, detto qilin), i caratteri cinesi di buon auspicio (ritenuti appropriati per commemorare i defunti e garantire buona fortuna nell’aldilà) e le tre sfere disposte a triangolo (che, invece, fanno riferimento alla pelle di leopardo). Rifacendosi a Rostam (eroe di un antico mito persiano, ovvero iranico, che indossava le pelli dei suddetti felini e, con il loro magico potere, riusciva a sconfiggere i propri avversari) i sultani ottomani prediligevano indossare stoffe preziose recanti tali motivi, così da legittimare il proprio potere e sentirsi, in qualche modo, invincibili.

E poi c’è la carpa… Simbolo di prosperità e buona salute in Cina e in Giappone, questo pesce dalle squame luminescenti è legato alla leggendaria porta del Dragone (anch’esso dotato di squame). Il “motivo a squame” si è diffuso in particolar modo durante il XVI secolo, grazie agli intensi scambi diplomatici tra la dinastia dei Ming e l’Impero Ottomano. Per questo lo ritroviamo nel mondo islamico (in generale), nelle ceramiche turche (in particolare) e nella produzione di oggetti in metallo.

Molti altri sono i simboli identificabili in quel periodo e in quei luoghi… Due esempi fra tutti? La luna e il gallo.

La seta

“La seta cinese svolse un ruolo cruciale sia per i mercanti sogdiani[5] sia per i suoi acquirenti, utilizzata per secoli come moneta alternativa ed emblema tangibile di lusso esotico in Asia. Alla fine del V secolo, tuttavia, il segreto della sericoltura trapelò dalla Cina, consentendo agli artigiani iraniani e dell’Asia centrale di produrre i propri tessuti, in seguito ampiamente esportati”.

E, d’altra parte, i mercanti della Sogdiana furono grandi trad U ttori, cioè conduttori/trasportatori di idee, testi, simboli e merci. Percorrendo quella che oggi è nota come “Via della Seta” (lunga ben 4.800 km), attraversando montagne, oasi e deserti, essi veicolarono prodotti e culture e, di queste, divennero i mediatori principali.

Una curiosità che… calza a pennello

Aggirandovi silenziosamente – ché la moquette assorbe i rumori dei vostri passi – a un certo punto vi imbatterete in una scarpetta… Si tratta di un calzare, appartenuto – udite, udite - al pontefice Benedetto XI!

 Altri oggetti in mostra

Una selezione di oggetti attualmente esposti al MAO di Torino per la mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

Che odore ha una civiltà? Di cosa sanno i luoghi? E i tempi? Se fossimo vissuti nel Medioevo, ad esempio, quali odori avremmo sentito? Tra gli oggetti esposti ci sono bruciaprofumi che servivano a spargere nell’aria aromi di muschio, ambra grigia, legno di aloe e canfora…

 La ciliegina sulla torta

Quando arriverete alla fine del percorso, ci sarà un’ultima stanza ad attendervi: la più suggestiva, a mio parere. Ora ve la racconto…

C’era una volta una stanza immersa nel bianco, ma non era – come si potrebbe pensare – una stanza vuota… Infatti, proprio nel mezzo, tra quattro colonne, torreggiava un bellissimo oggetto: un enorme cubo nero sospeso nel vuoto! E la caratteristica di tale cubo era il fatto d’esser come intagliato, così che da quelle “ferite” con motivi floreali potesse uscire non sangue, bensì luce. Proprio così, il cuore del gigante d’acciaio era fatto di luce, una luce che giocava a dipingere se stessa in forma di fiori su quel candore niveo. E, poiché la bellezza – per esser tale – ha bisogno di qualcuno che l’ammiri, il fondo della sala era fatto di specchi.

Anila Quayyum Agha, "Shimmering Mirage (Black)", 2018, acciaio.

 

 

 

 

 

 

Poi qualcosa cambiò: era entrata una spettatrice e il cubo, d’un tratto, non fu più solo a rimirar se stesso.  Come so tutto questo? Perché vidi il mio riflesso negli specchi e capii che la spettatrice ero io. E mi sentii una diva sul red carpet, anzi, sul white carpet, perché mentre giravo intorno al grande cubo la luce del suo cuore pulsava, veloce come i flash dei fotografi, di tanti fotografi. E più mi muovevo velocemente io, più la luce pulsava a un ritmo frenetico. Poi mi resi conto che il pulsare di quel cuore luminoso aveva il ritmo del mio cuore, così mi calmai e anche la luce rallentò la sua corsa intermittente. Come quando sfrecci su una strada, di notte, costeggiando lampioni disposti a intervalli regolari. Come quando il sole prova a sbirciare tra i rami degli alberi. E tu giochi a nascondino con lui. E lui con te.

Quello che avete appena letto è il racconto della mia esperienza davanti (e intorno) all’installazione di Anila Quayyum Agha intitolata “Shimmering Mirage (Black)”.

Un breve video dell'opera di Anila Quayyum Agha, "Shimmering Mirage".


“L’utilizzo di motivi islamici che diventano reinterpretazioni dei disegni originali, mi permette di infondere nell’opera un focus contemplativo che evoca l’ordine soggiacente del cosmo attraverso le simmetrie presenti in natura. Questi motivi geometrici, in qualche modo familiari, mi permettono di approfondire e reinterpretare gli elementi del quotidiano per rivelare le complessità della simbiosi tra generi, culture e civiltà e le frontiere liquide che esistono tra loro”.

E dato che ho fatto trenta, faccio trentuno… Ho aperto questo articolo dicendo che alle mostre piace cambiare, perciò ora vi riassumo quello che accadrà da adesso fino alla primavera del 2024.

Nell’ambito di Evolving soundscapes[6] (a cura di Chiara Lee & freddie Murphy), ovvero il music public program della mostra Trad u/i zioni d’Eurasia, si avvicenderanno numerosi artisti provenienti dall’Asia, dal Mediterraneo e dal nord Africa. Il programma include anche Distilled, un’installazione sonora site specific composta da alfabeti sonori, che si svilupperà e si arricchirà gradualmente di nuovi elementi nel corso dei mesi di mostra.

Venerdì 3 novembre (alle ore 22), nelle Antiche Ghiacciaie del Mercato Centrale di Torino, in occasione di Artissima, ci sarà una performance di Raja Kirik con Silir Pujiwati e Ari Dwiyanto intitolata The Phantasmagoria of Jathilan. Si tratta di un’esplorazione artistica della tradizione Jathilan che ne reinterpreta musica, voci e movimenti. Frutto di un’ampia ricerca sulla storia dell’isola, con la loro pratica artistica i Raja Kirik riflettono sulla violenza, l’oppressione e la resistenza che hanno plasmato Java. Rappresenta il rifiuto del dominio coloniale e il conseguente desiderio di libertà attraverso un punto di vista contemporaneo sulla trance dance javanese.

Mercoledì 6 dicembre (ore 18.30) si potrà assistere a El Khat un mix retro-futuristico di canzoni tradizionali yemenite, groove contemporanei e strumenti auto-costruiti utilizzando oggetti di scarto. Lo scopo, anche in questo caso, è dare vita a un’espressione di libertà attraverso la costruzione di un “ponte” tra la musica tradizionale yemenita e la musica del futuro.

Giovedì 25 gennaio 2024 (ore 18.30), Ya Tosiba. Nato dalla collaborazione tra la musicista e cantante azera Zuzu Zakaria e il produttore finlandese Tatu Metsätähti, Ya Tosiba unisce elettronica, strumenti suonati dal vivo e la tradizione poetica  orale del Caucaso in un suono moderno e accattivante.

Febbraio 2024, Širom. I Širom sono un trio sloveno che suona musica folk che sembra provenire da un universo parallelo. La loro musica unisce approcci, stili e influenze diverse. Contaminazioni per creare un folk pan-globale alternativo e innovativo.

Mercoledì 27 marzo 2024 (ore 18.30), Maya Al Khaldi + Sarouna. Voci e musica dal passato e dal presente palestinese.

Il Museo del bonsai

Nasce al MAO il Museo del bonsai! A partire da ottobre 2023 e fino alla primavera 2024, il terrazzo del Museo d’Arte Orientale si trasformerà in un museo a cielo aperto, un giardino di pace, scoperta e studio che ospiterà otto esemplari di bonsai selezionati da Massimo Bandera, fra i maggiori bonsaisti italiani e internazionali. In qualità di curatore del progetto, Bandera proporrà una periodica sostituzione degli esemplari esposti, che saranno scelti in base al naturale ciclo delle stagioni e agli archetipi di simbologia sino-giapponese.

I laboratori

E, per chiudere, vi annuncio che al MAO saranno messe a disposizione anche delle attività di laboratorio[7].

Trame e orditi tra mondi in connessione (da 8 anni in su).

Il percorso prevede la visita della mostra contemporanea con una particolare attenzione alle opere in tessuto, fili di seta che tracciano intricate e preziose trame. In laboratorio verranno utilizzati piccoli telai per comprendere l’antica tecnica di tessitura manuale e realizzare uno scampolo di seta.

Diamo forma all’argilla (per tutte le età).

L’attività prevede la visita della mostra concentrandosi in modo particolare sulle preziose opere in terracotta, ceramica e porcellana. L’osservazione delle brocche, dei piatti, delle fiasche e dei brucia-incensi fornirà ispirazione e spunto per la realizzazione in laboratorio di un manufatto di argilla.

 



[1] È una semi-citazione: nell’originale (“Harry Potter e la Pietra Filosofale”) è detto “Ma tenete d’occhio le scale: a loro piace cambiare!”

[2] TRAD U/I ZIONI D'EURASIA - Frontiere liquide e mondi in connessione. Duemila anni di cultura visiva e materiale tra Mediterraneo e Asia Orientale.

5 ottobre 2023 – 1 settembre 2024

Da sx: Vigo, Prestini, Fazio, Raffo
[3] Laura Vigo, Nicoletta Fazio, Elisabetta Raffo e Veronica Prestini.

[4] Cennino Cennini. Nato a Colle di Valdelsa (Siena) sul finire del XIV secolo, fu allievo a Firenze di Agnolo Gaddi (attivo nella seconda metà del Trecento), presso la cui bottega lavorò per più di dieci anni. Dal 1398 è pittore di corte a Padova, dove muore, molto verosimilmente agli inizi del XV secolo. La grande fama di Cennini è soprattutto dovuta a “Il Libro dell’Arte”, o “Trattato della pittura”, il primo trattato artistico in lingua volgare. In esso vengono illustrate le varie tecniche pittoriche e, per la prima volta, la figura dell’artista non è più assimilata a quella dell’artigiano, ma a quella di un intellettuale colto, conoscitore della storia e dei grandi esempi del passato.

[5] Sogdiana: regione situata tra gli odierni Uzbekistan e Tagikistan.

[6] Dal 4 ottobre 2023 a marzo 2024 al MAO – Museo d’Arte Orientale, via san Domenico, 11 a Torino.

[7] Per le scuole si propongono percorsi di visita alla mostra con laboratori. Per prenotazioni: maodidattica@fondazionetorinomusei.it