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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

sabato 10 luglio 2021

NATURA E VERITÀ (1861-1871) – Il paesaggio come scelta




 
9 luglio - 17 ottobre 2021


In parallelo alla mostra “Una infinita bellezza. Il paesaggio in Italia dalla pittura romantica all’arte contemporanea” a cura di Virginia Bertone, Guido Curto, Riccardo Passoni in corso alla Reggia di Venaria, la GAM ha allestito nello spazio Wunderkammer l’esposizione “Natura e Verità (1861-1871) – Il paesaggio come scelta”, che pone l’accento sulle ricerche più audaci condotte sul fronte del paesaggio tra Piemonte e Liguria, la cosiddetta “Scuola dell’Avvenire”, l’appellativo con cui la Critica bollò la cerchia degli estimatori e degli allievi di Antonio Fontanesi. Accanto al maestro reggiano, infatti, spiccano nomi quali Carlo Pittara, Federico Pastoris, Alfredo de Andrade, Ernesto Bertea ed Ernesto Rayper. La mostra-dossier allestita alla GAM mette a fuoco  la trama delle relazioni che legarono Fontanesi a quei più giovani artisti che fecero del paesaggio una scelta, il protagonista del loro lavoro, suscitando scandali e polemiche, ma rinnovando – infine - la scena artistica europea, in quanto mossi da un forte spirito realistico.

GAM - Via Magenta, 31 - Torino

Qui di seguito, trovate il riepilogo di una breve chiacchierata avvenuta tra me e la curatrice, Virginia Bertone.




Domanda: Il titolo della mostra è “Natura e Verità”: come si coniugano queste due parole in tale contesto e, soprattutto, che cosa s’intende esattamente per “Verità”?

Risposta:

Virginia Bertone
“Natura e verità” è il titolo che accompagna proprio quello che è stato l’intendimento di essere fedeli al vero, sinceri. Da questi dipinti emerge, infatti, la volontà degli artisti di rifiutare le convenzioni dell’Accademia, per la quale il paesaggio doveva sottostare a  una serie di regole e doveva fare da sfondo ai soggetti storici. Doveva essere nobile, doveva essere bello, secondo le convenzioni dell’epoca, mentre qui assistiamo a un’operazione di rottura di tali convenzioni e alla scelta  di essere il più possibile aderenti alla realtà del paesaggio, di ritrarlo esattamente così come appare. Partendo da questi presupposti, tutta la natura è degna di essere osservata, trascritta, descritta e, anzi, più i cespugli sono selvatici – come in questo caso ("Bosco con portatori di canapa")  – e più l’occhio vi si può addentrare perché ci sono tante gamme meravigliose di colori che la luce fa brillare. Questo è il tipo di verità, di sincerità pittorica cui aspiravano gli artisti le cui opere sono qui esposte. Il loro intento era, perciò, quello di sprovincializzare e di rifiutare i dettami della Tradizione. Possiamo considerare tutto questo come una vera lezione di coraggio perché la contropartita di questi atteggiamenti consisteva in un rifiuto da parte della Critica, in un’assoluta severità nei giudizi.
Alfredo de Andrade, "Bosco con portatori di canapa", 1869 circa, Olio su tela, 80 x 145 cm

Oltretutto, quasi tutti questi paesaggi sono ricerche che vennero fatte arrivare nel Canavese, per cui Rivara era stata soprannominata “la Babilonia della pittura di paese”, soprannome dal quale fu poi riscattata da Giovanni Camerana (magistrato e poeta, amico e sostenitore di Antonio Fontanesi, ndr) a partire da quello che era un atteggiamento di profonda onestà nei confronti della pittura (e delle tecniche pittoriche che stavano prendendo piede, ndr). Che poi era la stessa cosa che univa sottilmente i Macchiaioli, la Scuola di Castiglioncello, quella di Piagentina, la Scuola di Staggia… Tutte queste Scuole rinnovarono la pittura dell’Ottocento italiano nel decennio preso in esame proprio in questa mostra.

Alfredo de Andrade, "Temporale sulla palude di Castelfusano", 1867 circa, Olio su tela, 79,8 x 119 cm

Federico Pastoris, "Spiaggia presso Bordighera", 1868, Olio su tela, 90,5 x 146 cm



Domanda: Questa mostra fa riferimento ad un’altra esposizione, quella di Venaria, ma c’è – forse – un altro motivo da cui deriva la scelta di esporre opere legate alla natura? Intendo dire, c’è anche un collegamento al fatto che - dopo essere stati chiusi dentro casa per tanto tempo a causa della Pandemia, quando siamo usciti, per la prima volta - ci siamo accorti che la natura aveva continuato il proprio percorso senza di noi, addirittura in maniera migliore in quanto non disturbata dai nostri interventi? Si tratta di un richiamo a questo “risveglio” naturale?

Carlo Pittara, "La messe", 1866 circa, Olio su tela, 101 x 140 cm

Risposta: Sì, nel senso che queste immagini, nella maggior parte dei casi, ci restituiscono la natura che – per noi – è ormai compromessa e perduta. Secondo me rappresenta un grande monito a conservare e proteggere quello che abbiamo, per non continuare il processo di distruzione che abbiamo innescato. Per esempio, il luogo ritratto in questo dipinto ("Le cave di calce di Rivara") non è più così… Lì, attualmente, c’è un campo di calcio, per di più abbandonato… Quando vedi cose di questo genere, capisci che bisognerebbe trovare il coraggio di porre rimedio ai danni arrecati alla natura e al paesaggio.

Alfredo de Andrade, "Le cave di calce di Rivara", 1871 circa, Olio su tela, 147 x 210 cm
Alfredo de Andrade, Studio per "Le cave di calce di Rivara"


Alfredo de Andrade, Studio s carboncino su carta ocra per "Le cave di calce di Rivara"


 

L’intento è, dunque, quello di riconoscere la bellezza della natura, ma – secondo me – dovrebbe anche essere quello di invitare le persone ed essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni e dell’impatto che esse hanno nella vita di tutti i giorni.

Virginia Bertone racconta "Novembre" di Antonio Fontanesi

Domanda: Queste sono delle suggestioni, ma la motivazione principale di questa mostra è…?

Risposta: Lo scopo principale è di mettere in risalto e restituire al pubblico dipinti non visti da tempo delle collezioni del Museo, dar loro un senso attraverso il tema del paesaggio, quindi – in un gioco di rimandi tra la mostra più grande di Venaria e questo focus qui presente – offrire ai visitatori uno stimolo in più per visitare entrambe le esposizioni. Infine, grazie a un ritrovamento di lettere[1] (presenti anche nel catalogo “Natura e Verità, SilvanaEditoriale[2], ndr), un’occasione – per gli studiosi – di proseguire il percorso di ricerca, studio e approfondimento della corrente artistica di quel periodo. C’è da dire, a questo proposito, che tali lettere dimostrano i rapporti umani e interpersonali che ci sono stati tra gli artisti dell’epoca. Comunque, si può venire qui anche solo per ammirare la bellezza di questi paesaggi, e andrebbe benissimo anche così…

Antonio Fontanesi, "Novembre", 1864, Olio su tela, 103,1 x 153 cm

Infatti, non è obbligatorio cercare sempre significati nascosti o ragioni in ogni cosa. Specialmente quando si tratta di arte.

Un’ultima domanda: c’è qualcosa che si può aggiungere in merito ai materiali o alle tecniche pittoriche utilizzate da questi artisti?

Virginia Bertone, di fronte.
Risposta: Beh, ovviamente ogni artista ha cercato di mettere a punto il proprio linguaggio espressivo, ma per quanto riguarda i materiali ci troviamo di fronte a materiali relativamente tradizionali. Direi, piuttosto, che è interessante mettere a confronto la trattazione degli elementi compositivi del paesaggio da parte dei diversi artisti. Il cielo, ad esempio, può dare origine a campionature come quella che è stata realizzata per il manifesto della mostra. La stessa cosa vale per il terreno… Si tratta di un modo per comparare i dipinti e per rendersi conto di quante soluzioni e linguaggi diversi possono essere adottati a partire da quella sincerità di cui parlavamo all’inizio.

 

 

 

 

 

Vi sembrerà una follia, ma par che questi quadri respirino… Entrare in quella stanza è quasi come fare un tuffo nella natura viva e vitale; basta poco per addentrarsi nei campi, sentire l’odore rassicurante dell’erba o la frescura che c’è all’ombra degli alberi. “Il cielo in una stanza”, per citare Gino Paoli… Certo, si tratta di sensazioni, ma talmente vivide che ci si può trovare invasi dalla quiete in men che non si dica; oppure, come è accaduto a me, percepire una nota di leggera malinconia mista - però – a un senso di pace. È magnifico sentirsi circondati dalla bellezza di una natura che ha la propria perfezione anche e soprattutto nelle proprie imperfezioni. Il realismo col quale sono ritratti i paesaggi e i loro occupanti è davvero disarmante!

Fate un salto a visitare questi capolavori, non ve ne pentirete!



[1] Si tratta di nucleo di sedici trascrizioni di lettere di Antonio Fontanesi ad Alfredo de Andrade: quattordici lettere coprono un arco cronologico dal 1861 al 1866, mentre le ultime due recano la data 1873. Una documentazione inedita che conferma o svela trasferimenti e viaggi, aspirazioni, ambizioni e delusioni che accompagnarono i percorsi del maestro e del più giovane allievo, verso il quale Fontanesi esprime un costante e sincero apprezzamento.

[2] Il catalogo in questione , gli interventi di Alessandro Botta e Alice Guido cui spetta il merito della riscoperta e della riscoperta e della trascrizione delle lettere ritrovate (custodite all’Archivio dei Musei Civici di Torino).

«Sebbene allo stato attuale delle ricerche non sia stato ancora possibile rintracciare le lettere originali, la documentazione si rivela di considerevole interesse in quanto consente di cogliere, attraverso la confidenzialità della scrittura fontanesiana, il rapporto amichevole che legava i due artisti, nonché di percorrere la fitta trama di relazioni, personali e professionali, intessute nel corso degli anni sessanta dell’Ottocento dal maestro reggiano con alcuni esponenti della pittura piemontese e ligure, come Ernesto Bertea ed Ernesto Rayper. Attraverso il fil rouge delle lettere, si può provare a dipanare l’intreccio dei percorsi degli artisti in un tentativo, seppur parziale, di ricostruzione delle loro vicissitudini, lambendo ai loro albori le vicende dei pittori che, insieme a Carlo Pittara, in quegli anni avrebbero costituito il cenacolo della cosiddetta “Scuola di Rivara”».

mercoledì 30 giugno 2021

Grandi novità a Palazzo Madama!

 

Da sinistra: E. Rattalino, M. Cibrario, G. C. F. Villa, F. Leon, A. Anfossi
Il nuovo Direttore di Palazzo Madama è il Professor Giovanni Carlo Federico Villa. La cerimonia ufficiale per la nomina è avvenuta ieri (29 giugno 2021) a Palazzo Madama alla presenza di Elisabetta Rattalino (Segretario Generale della Fondazione Torino Musei), Maurizio Cibrario (Presidente della Fondazione Torino Musei), Francesca Leon (Assessora alla Cultura della Città di Torino) e Alberto Anfossi (Segretario Generale della Fondazione Compagnia di San Paolo).




Dopo aver elogiato la bellezza di Palazzo Madama e l’importanza storico-artistica del luogo, il Professor Villa ha  tenuto un discorso molto impegnativo su propositi da attuare e obiettivi da raggiungere, discorso di cui ho trascritto un estratto:

“Ciò che mi ha spinto a fare domanda è stato uno straordinario ed eccezionale insieme di professionalità. Sinceramente non conosco luogo d’Italia, nessun Museo Civico Italiano che abbia uno Staff come quello della Fondazione Torino Musei: uno Staff scientifico, uno Staff amministrativo e uno Staff operativo che hanno, appunto, eccezionali qualità  e straordinarie potenzialità.

Palazzo Madama ha una storia che – dal mio punto di vista – può restituire moltissimo. Noi, oggi, abbiamo un dovere fondamentale che è quello di tornare attraverso i nostri Musei – soprattutto dopo questa stagione pandemica – a preparare i cittadini del futuro. Come possiamo riuscirci? Attraverso una precisa conoscenza. Palazzo Madama è un insieme di oltre 70.000 opere: parte sono quelle esposte, parte sono quelle che nel corso degli anni hanno germinato non solo in Torino ma nel Piemonte; pensate a Venaria Reale e a quanto degli arredi di Palazzo Madama è lì depositato. Abbiamo opere iconiche: penso ad Antonello da Messina, […].

Ebbene, dobbiamo fare in modo che tutti questi oggetti tornino a parlare a un pubblico. E possono tornare a un pubblico, ai cittadini, solo ed esclusivamente attraverso l’aiuto dei cittadini stessi, così da far sì che questo Palazzo – che è al centro della città – torni ad essere al centro della vita di ciascun torinese, di ciascun piemontese e di ciascun visitatore che da noi arriva.

Torino è una città del tutto eccezionale ed è solo uscendone che te ne rendi conto. Io ho avuto la fortuna, nel corso della mia carriera – lavorando per oltre dieci anni nelle scuderie del Quirinale – di curare mostre di importanza significativa: da Bruxelles a Parigi, da Tokyo a Mosca e San Pietroburgo ho potuto fare esperienze di contesti e mondi differenti. Rapportando ognuna di quelle esperienze a quella che è Torino mi son reso conto che ciò che noi abbiamo è stato sempre preso ad esempio ed è germinato potenzialmente al di fuori della nostra città. […] La Consulta di Torino è qualche cosa che ho sentito spesso citare in giro per l’Italia come modello esemplare d’approccio culturale. Abbiamo, poi, il Centro Conservazione e Restauro di Venaria Reale che – come tutti sappiamo – è un’eccellenza assoluta, le Scuole Tecniche San Carlo, il Conservatorio, l’Accademia Albertina delle Belle Arti, i Teatri… Dal mio punto di vista un Museo è il luogo in cui tutto questo deve tornare a esprimersi perché noi stessi siamo la rappresentazione di tutto questo. Nasciamo, infatti, come Museo di Arti applicate, ma siamo l’insieme delle collezioni dei torinesi, siamo l’insieme delle pulsioni dei torinesi che qui hanno donato e che attraverso queste donazioni si sono raccontati. Ecco, il nostro compito è quello di riportare tutto ciò all’esterno; dobbiamo restituire un’aura ad alcuni capolavori attraverso un linguaggio che parli ai pubblici più differenti. Quindi, tutte le strutture che vi ho citato – ma pensiamo anche al nostro sistema di biblioteche, al nostro sistema di quartieri – devono interagire nel narrare e nel dare gli stimoli per farlo; dobbiamo ricostruire un rapporto tra il contenitore esterno e quello interno. Abbiamo professionalità di altissimo livello che possono ripartire dai nostri depositi e dalla loro conoscenza, dagli inventari, per raccontarli attraverso mostre che abbiano un taglio nuovo, immersivo, un taglio che possa essere tale da narrare qualcosa a ciascuno. Abbiamo la necessità di riprendere il nostro ruolo internazionale attraverso le nostre collezioni. Siamo perfettamente in grado di costruire dialoghi molto importanti e precisi per il nostro territorio. Oggi sappiamo che l’asse centrale che distingue le aziende italiane piccole, medie e grandi  rispetto alle aziende mondiali è la propria memoria. Le radici… E sappiamo anche che di un “prodotto” – come si suol dire – l’80% è narrazione. I nostri Musei sono questo; dentro i nostri Musei c’è esattamente l’esperienza che ci distingue dal resto del mondo e Palazzo Madama deve tornare ad essere non solo il collettore, ma anche lo specchio di tutta un’esperienza che vada al di fuori di Torino e che ci ricolleghi con i nostri territori in modo significativo. Quindi, c’è da fare un lavoro sull’interno che riparta inevitabilmente dalle scuole di ogni ordine e grado, comprese le Università; un lavoro che coinvolga anche le grandi Istituzioni torinesi che in noi possano trovare un interlocutore, e porci in un dialogo il più costruttivo possibile per far sì che il Museo torni veramente ad essere un Museo “diffuso”. Ciascuno dei dipinti che ci circondano, ma anche ciascun mobile, dovrà tornare ad avere un significato. Oggi, quando vediamo un mobile, come le panche che avete ai vostri lati, non abbiamo più la percezione di quello che è il lavoro artigianale alla base; non abbiamo più la capacità di “lettura” di un dipinto attraverso i suoi materiali…

Palazzo Madama è uno dei pochi Musei al mondo in grado di raccontare questa storia, ma è ovvio che dobbiamo decrittarla secondo quelli che sono gli strumenti della società attuale, suscitare lo stupore e – di conseguenza – l’attenzione. Proprio l’attenzione è ciò che permette di capire che questo straordinario Palazzo situato al centro di Torino non è qualcosa da osservare dall’esterno, ma è qualcosa da attraversare costantemente e continuamente. La Fondazione ha in animo, tra l’altro, l’eccezionale recupero della facciata di Palazzo Madama, un recupero che non sarà solo strutturale, ma che restituirà quello che è stato il pensiero di Juvarra. Ovviamente ci sono anche altri luoghi di Palazzo Madama – come ad esempio le cantine juvarriane - che possono tornare ad essere oggetto di sviluppo...

Il tema di base è sostanzialmente uno: Palazzo Madama è la nostra Storia e la Storia sono le storie dell’Italia e sono – in qualche modo – il nostro apporto a una Storia europea più ampia e più complessa. Questo edificio, al centro della città, deve ora tornare a essere il Palazzo al centro dei cittadini e in un dialogo coi cittadini trovare tutte le linee che ci consentiranno di riportarlo all’esterno.

Quello che ho imparato girando per il mondo è che ogni società ha i suoi schemi e i suoi approcci, e fare una mostra a Tokyo è radicalmente diverso dal farla a San Pietroburgo o a Londra, a Parigi o a Madrid. Ogni città ha la sua Storia e ogni Nazione ha un suo approccio espositivo, ma anche percettivo. Noi abbiamo tutti gli strumenti per riuscire, attraverso le nostre collezioni, a restituire tutto questo, ad aprirci nuovamente al mondo e a far sì che i 600mila visitatori di Palazzo Madama per le Olimpiadi non siano una eccezionalità legata a un evento; far sì che i torinesi tornino più volte durante l’anno a Palazzo Madama perché qui trovano un’emozione, un elemento di apprendimento, di crescita, ma anche e soprattutto perché possano recuperare l’aura della loro memoria”.

Colgo l’occasione del discorso del nuovo Direttore, dei suoi propositi di recuperare il passato e la memoria storica di Torino e di costruire il futuro di Palazzo Madama, per segnalare a tutt* coloro che leggeranno questo articolo che dal 25 giugno ’21 è disponibile la App di Palazzo Madama. FTM – acronimo dell’App in questione, nato da Fondazione Torino Musei – permette di immergersi nel meraviglioso mondo di Palazzo Madama, ma – tra non molto – darà possibilità di conoscere anche i mondi della GAM (Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino) e del MAO (Museo d’Arte Orientale di Torino). Il progetto è stato realizzato per rendere  maggiormente accessibile (e fruibile) una bella fetta del patrimonio artistico-culturale a grandi, piccini, persone curiose e anche a coloro che dispongono di poco tempo ma non vogliono rinunciare ai piaceri della Bellezza. Una volta scaricata, l’App consente di preparare i visitatori (grazie a una serie di informazioni consultabili anche da casa) alla visita vera e propria, quella dal vivo. Arrivati a Palazzo Madama, infatti, FTM potrà essere utilizzata come guida (e mappa) per proseguire il tour. Tutti i contenuti multimediali, dedicati all’area del museo in cui il visitatore si trova, sono attivati automaticamente da particolari dispositivi collocati all’interno delle sale, attraverso un segnale Bluetooth. I contenuti, realizzati come clip video, sono tutti accompagnati da sottotitoli con font ad alta leggibilità e voce guida. L’applicazione, quindi, non rappresenta un’alternativa all’audio-guida, bensì un’integrazione, un servizio complementare. Si potrà scegliere tra tre itinerari (a Palazzo Madama): 1. “Alla scoperta del Palazzo”; 2. “Avventure al Castello” (dedicato ai più piccoli); 3. Itinerario breve (della durata di circa 30 minuti).

E, già che ci sono, vi segnalo che l’esposizione de “La Madonna delle Partorienti” (o “degli Angeli”, come veniva chiamata nel 1500) sarà visitabile fino al 30 agosto 2021. Successivamente farà ritorno  alle Grotte Vaticane della Basilica di San Pietro, sua sede originaria. L’affresco – realizzato dal celebre pittore Antoniazzo Romano – è stato, infatti, restaurato e viene proposto in tutto il suo antico splendore grazie all’accurata ricostruzione delle parti mancanti (la mandorla e gli angeli sono infatti andati perduti), ad opera di Giorgio Capriotti e Lorenza D’Alessandro. Il suggestivo allestimento, curato dall’architetto Roberto Pulitani, prevede un’esposizione in quattro sezioni, all’interno delle quali è prevista la contestualizzazione dell’opera, una riproduzione tridimensionale della Cappella della “Madonna delle Partorienti”, una zona dedicata alla diagnostica, al restauro conservativo dell’opera e alle analisi comparative, un’immagine del dipinto prima del restauro dal vero dell’affresco inserito in una riproduzione di parte del vano della cappella.

Personalmente, ho avuto l’onore e il piacere di vedere in anteprima la mostra e – posso dirlo – è davvero commovente assistere al cambiamento da così (immaginate la mia mano col palmo verso il basso) a così (ora immaginatela col palmo rivolto verso l’alto). È come un piccolo miracolo che avviene proprio sotto i vostri occhi!