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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

venerdì 6 ottobre 2023

TRAD U/I ZIONI D'EURASIA

 

TRAD U/I ZIONI D'EURASIA

 

Ma tenete d’occhio le mostre: a loro piace cambiare![1]

Chi va a visitare il MAO, non ha solo l’occasione di vedere degli oggetti esposti, ha l’occasione di fare un’esperienza. Un’esperienza ogni volta diversa, pur nell’ambito di una stessa mostra. Perché? Perché le mostre del MAO mutano, cioè propongono performances e allestimenti sempre diversi, cambiano in corso d’opera. In tal modo è come se ogni mostra racchiudesse in sé tante mostre, dove si avvicendano opere e artisti sempre nuovi. Può darsi che andiate oggi e assistiate a un qualcosa che vi fa dono di una determinata esperienza, ma, tornando domani, vediate cose diverse e facciate un’esperienza di tutt’altro tipo.  D’altronde chi ha detto che i Musei debbano essere luoghi statici e noiosi? Il MAO, dunque, è un “dispositivo” (come lo definisce il Direttore Davide Quadrio) in continua trasformazione, un ambiente di cura e di confronto in cui non sono soltanto le opere a “dialogare” tra loro, ma anche chi le studia e se ne prende cura. Nel caso di “TRAD U/I ZIONI D’EURASIA”[2] sono addirittura quattro le Curatrici[3] e innumerevoli le collaborazioni, le partnership e gli/le artisti/e che hanno contribuito a rendere speciale il progetto.

TRAD U/I ZIONI D’EURASIA

Già il titolo è un condensato di informazioni, ma anche di misteri…

La parola “TRADUZIONE” può essere intesa sia come veicolazione di messaggi da una lingua a un’altra, sia come trasporto di oggetti, simboli e cultura da un luogo a un altro. “TRADIZIONI”, invece, è intesa per ciò che è: l’esposizione dei valori, dei costumi e delle usanze all’interno delle società eurasiatiche.

“Terza e ultima presentazione della serie espositiva FRONTIERE LIQUIDE E MONDI IN CONNESSIONE, TRAD U/I ZIONI D’EURASIA volge lo sguardo sulla storia profondamente complessa dell’interazione culturale tra Asia ed Europa, esponendo oggetti che evidenziano contatti, traduzioni e migrazioni di simboli, forme, materiali e colori, avvenuti grazie  a scambi commerciali e politici nel corso di duemila anni di storia, dedicandosi in particolare al periodo che va dal VI al XVI secolo.

Gli oggetti parlano anche del desiderio dell’esotico nato da tali contatti. La loro storia, a più livelli e frammentaria, evidenzia come la relazione tra gli esseri umani e le ‘cose’ non sia mai stata lineare e semplice; al contrario, spesso complessa e diseguale. Ci mostrano come l’esotismo abbia plasmato idee di lusso e raffinatezza attraverso il tempo e lo spazio; idee che sono state condivise, variamente tradotte e ampiamente diffuse tra i due continenti.

I colori e il loro potere saranno anche al centro dell’intervento dell’artista contemporanea Yto Barrada (marocchina, francese, nata nel 1971 a Parigi). Nel corso della sua collaborazione di un anno con il MAO e la Fondazione Merz, l’artista svilupperà un progetto all’interno della sua ricerca sui colori e in particolare sullo studio e formazione di pigmenti naturali nonché sulla loro origine, materialità e funzionalità, sulle cariche simboliche, politiche e metaforiche. Il progetto di Yto Barrada trae ispirazione dal libro, recentemente ripubblicato, COLOR PROBLEMS: A PRACTICAL MANUAL FOR THE LAY STUDENT OF COLOR, dell’artista e studentessa Emily Noyes Vanderpoel (1842-1939)”.

Ed è proprio dai colori che vorrei partire per raccontarvi questa nuova mostra…

Indossati i copri-scarpe che vi saranno forniti all’ingresso della sala e che vi conferiranno un’aria da chirurghi, potrete finalmente immergervi nello spazio senza tempo e senza… spazio di un ambiente interamente bianco. Il morbido candore della moquette sotti i vostri piedi, il bianco delle pareti e l’allestimento minimalista contribuiscono, infatti, a creare una sorta di “altrove” dove non ci sono distrazioni, bensì “astrazioni” perciò è comunque possibile – se non addirittura auspicabile – il viaggio nell’immaginazione. In quel bianco – della neutralità e della rinascita - spiccano gli oggetti esposti, pochi in ogni sala, ma selezionati con attenzione e disposti con cura come pennellate di colore su una tela… Quale colore? Il blu, tanto per cominciare.

Il blu

Una selezione di reperti blu. Questi oggetti sono attualmente esposti al MAO di Torino in occasione della mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

Indaco, oltremare, blu di Prussia, ceruleo, celeste, turchese, azzurro, cobalto, zaffiro, ciano, sono solo alcune delle innumerevoli sfumature di questo colore, colore che non è sempre stato in vetta alle classifiche dei colori più “nobili”, ma che – una volta compreso e accettato – ha saputo farsi strada nel mondo dell’Arte. “Il blu ha svolto un ruolo socio-culturale fondamentale lungo le rotte terrestri e marittime che collegavano l’Eurasia in epoca pre-moderna, stimolando numerosi scambi culturali. Minerali come il lapislazzuli dell’Afghanistan, l’ossido di cobalto dell’Iran e le foglie di Indigofera Tinctoria dell’Asia meridionale non solo erano materiali essenziali per la produzione di pigmenti pittorici, invetriature ceramiche e tinture tessili, ma avevano soprattutto un valore simbolico universale. Espressione di lusso e opulenza, il fascino suscitato dal colore blu contribuì a molteplici trad u/i zioni artistiche e culturali tra Iran, Cina e Mediterraneo orientale”.

Se poi uniamo il colore blu all’arte calligrafica otteniamo una combinazione vincente e… avvincente!

Una selezione di reperti calligrafici esposti attualmente al MAO di Torino in occasione della mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

“Una goccia di blu su una superficie immacolata e le parole prendono forma.  A prescindere da chi abbia inventato la ceramica bianca e blu, i ceramisti iracheni hanno sicuramente contribuito alla popolarità ben oltre i confini delle terre islamiche. Molti di questi manufatti sono decorati con iscrizioni in arabo che menzionano eccezionalmente i loro creatori, quasi un marchio della loro presenza nell’opera. La combinazione di blu e bianco si ritrova nello stesso periodo su tessuti con iscrizioni particolarmente ermetiche: molte lettere sono state modificate per creare un ritmo dinamico. I testi sono solitamente di carattere religioso (invocazioni e benedizioni) o politico (nome e titoli onorifici di un califfo), ma possono essere eseguiti in maniera così artificiosa da risultare illeggibili o contenere errori ortografici. Ciò suggerisce che la presenza stessa della scrittura fosse talvolta più importante del suo significato, a riprova dell’importanza simbolica del segno scritto in molte culture eurasiatiche”.

E tante sono le culture che tenevano in grande considerazione la scrittura…

La scrittura degli antichi Egizi, per esempio, era altamente simbolica e direttamente associata agli dei che si credeva avessero donato all’uomo il linguaggio.

Nella cultura ebraica ogni parola scritta racchiude in sé molti mondi: il significato (concreto e simbolico) della parola nella sua interezza e il significato (concreto e simbolico) di ogni lettera che compone quella parola…

“Che si sappia o meno leggere, non si potrà non godere della bellezza della calligrafia”. (Qadi Ahmad, XVI secolo)

Ma torniamo al blu…

Facendo alcune ricerche per la stesura di questo articolo, ho trovato - sul mio vecchio testo di Storia dell’Arte – un brano tratto da Cennino Cennini[4], “Il Libro dell’Arte” o “Trattato della pittura”. Il brano parla dell’immenso lavoro che un pittore doveva compiere per ottenere il colore blu. Ve lo riporto qui:

“Se vuoi fare un mantello di Nostra Donna d’azzurro della Magna, o altro vestire che voglia fare solo d’azzurro, prima in fresco campeggia il mantello, o ver vestire, di sinopia e di nero; ma le due parti sinopia, e il terzo nero. Ma prima gratta la perfezione delle pieghe con qualche puntaruolo di ferro, o agugiella; poi in secco togli azzurro della Magna lavato bene, o vuoi con lisciva, o vuoi con acqua chiara, e rimenato un poco poco in su la pria da triare. Poi, se l’azzurro è di buon colore e pieno, mettivi dentro un poco di colla stemperata, né troppo forte, né troppo lena, che più innanzi te ne parlerò. Ancora metti nel detto azzurro un rossume d’uovo; ma se l’azzurro fosse chiaretto, vuole essere il rossume di questi uovi della villa, che sono bene rossi. Rimescola bene insieme, con pennello di setole morbido: ne da’ tre o quattro volte sopra il detto vestire. Quando l’hai ben campeggiato, e che sia asciutto, togli un poco d’indaco e di nero, e va’ aombrando le pieghe per lo mantello, il più che puoi; pur di punta ritornando più e più fiate in su le ombre. Se vuoi in su’ dossi delle ginocchia, o altri rilievi, biancheggiare un poco, gratta l’azzurro puro con la punta dell’asta del pennello. Se vuoi mettere in campo, o in vestire, azzurro oltramarino, temperalo all’usato modo detto di quello della Magna, e sopra quello danne due o tre volte. Se vuoi aombrare le pieghe, togli un poco di lacca fina, e un poco di nero temperato con rossume d’uovo. E aombralo gentile quanto puoi, e più nettamente; prima con poca di quella, e poi di punta, e fa’ men pieghe che puoi, perché l’azzurro oltramarino vuol poca vicinanza d’altro miscuglio”.

Lo stralcio che avete appena letto (o avete saltato a piè pari?) mi permette di introdurre in questo articolo luuuuunghiiiiiiissimo (io vi ho avvertit*, eh!) una delle opere che – grazie alla collaborazione con i Musei Reali di Torino – è esposta al MAO in questo momento. 

Barnaba da Modena, "Madonna con il Bambino", 1370, tempera e oro su supporto ligneo. Musei Reali di Torino, Galleria Sabauda. Attualmente esposta al MAO in occasione della mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

L’opera in questione è la “Madonna con il Bambino” di Barnaba da Modena (Barnaba Agocchiari). Il dipinto risale al 1370 ed è stato inserito all’interno di TRAD U/I ZIONI D’EURASIA in quanto l’artista lo ha realizzato raffigurando “stoffe preziose provenienti dall’Asia, molto ricercate tra le aristocrazie europee poiché conferivano lustro e prestigio a chi le possedeva. Nella veste del Bambino la sfarzosità del tessuto a piccoli motivi rimanda a un panno tartarico così come le pseudo-iscrizioni in lingua araba sugli orli delle vesti di entrambe le figure. Queste imitavano la scrittura cufica, uno stile calligrafico che, insieme ad altri, adornava le khil’a, le vesti di gala tra i principali doni nelle corti del mondo islamico”.

 

 

E se lo stile di Barnaba da Modena vi piace, vi consiglio di andare ad ammirare un altro dei suoi dipinti, che si trova a Palazzo Madama, il Museo Civico d’Arte Antica di Torino: anch’esso ritrae una Madonna col Bambino. Il mantello di Lei è, ancora una volta, blu con venature dorate.

Barnaba da Modena, "Madonna con Bambino", metà XIV secolo, tempera su tavola. Palazzo Madama, Torino.

 

 Oro e tessuti

“Tessere l’oro in epoca mongola era operazione complessa: l’ampio uso del filo aureo rimanda all’agemina, al niello e all’incastonatura, tecniche proprie della metallurgia islamica persiana e turca fin dall’XI e XII secolo. Il filo in metallo prezioso, spesso realizzato in strisce piatte rivestito di lamine auree, copre quasi interamente il dritto della stoffa creando un effetto prospettico di profondità del disegno”. In mostra potrete ammirare “un rarissimo nasij (tessuto d’oro) di altissima qualità” sul quale campeggiano due leoni alati inscritti in medaglioni. I motivi “sono tratti dalla tradizione persiana di origine sasanide e si alternano a figure di grifoni, animali fantastici di un repertorio iconografico condiviso dalla Cina alle sponde del Mediterraneo”.

Poi ci sono i tiraz (parola persiana che significa “ricamo”), le cui iscrizioni sono per l’appunto ricamate con filo blu indaco su un fondo di lino naturale. L’unico elemento decorativo che possiedono i tiraz consiste in una serie di iscrizioni in cufico, particolarmente elaborate; si tratta di invocazioni a Dio che hanno il pregio di conferire un’aura di solennità a tessuti altrimenti molto semplici.

Oro e potere

Una selezione di tessuti esposti al MAO per la mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

 

 

 

 

 

 

 

 

“I Mongoli non possedevano una tradizione di tessitura della seta e fecero ampio uso delle competenze e delle tradizioni maturate nel corso dei secoli dalle civiltà che sottomisero. Diverse manifatture sorsero in Cina, Asia centrale e Iran. La seta lavorata con l’oro divenne un importante simbolo di potere. I tessitori godevano di uno status particolare e dovevano essere pronti a soddisfare la richiesta di tessuti lussuosi dell’alta società mongola. Più il filo d’oro era impiegato nei tessuti, più questi esprimevano il potere del suo possessore. In Europa questo stile prese il nome  di ‘tartarico’, cioè dei Tartari, come venivano chiamati i Mongoli”. I sovrani mongoli, a quanto pare, amavano i tessuti scintillanti, perciò le vesti destinate ai membri dell’aristocrazia erano interamente intessute in filo d’oro… E l’oro non veniva solo filato, ma anche stampato su seta, con metodi di tintura che purtroppo sono andati perduti.

Tessuti e simboli

Alcuni degli elementi decorativi dei tessuti esposti al MAO sono: le coppie di segmenti ondulati (che fanno riferimento alla pelle di tigre e ricordano i motivi del cintamani tradizionalmente associato alla regalità), le nuvole in cumuli (antico motivo divinatorio cinese simboleggiante il collegamento tra Cielo e Terra, dimora dei draghi protettori), gli animali alati (come il mitico cervo, detto qilin), i caratteri cinesi di buon auspicio (ritenuti appropriati per commemorare i defunti e garantire buona fortuna nell’aldilà) e le tre sfere disposte a triangolo (che, invece, fanno riferimento alla pelle di leopardo). Rifacendosi a Rostam (eroe di un antico mito persiano, ovvero iranico, che indossava le pelli dei suddetti felini e, con il loro magico potere, riusciva a sconfiggere i propri avversari) i sultani ottomani prediligevano indossare stoffe preziose recanti tali motivi, così da legittimare il proprio potere e sentirsi, in qualche modo, invincibili.

E poi c’è la carpa… Simbolo di prosperità e buona salute in Cina e in Giappone, questo pesce dalle squame luminescenti è legato alla leggendaria porta del Dragone (anch’esso dotato di squame). Il “motivo a squame” si è diffuso in particolar modo durante il XVI secolo, grazie agli intensi scambi diplomatici tra la dinastia dei Ming e l’Impero Ottomano. Per questo lo ritroviamo nel mondo islamico (in generale), nelle ceramiche turche (in particolare) e nella produzione di oggetti in metallo.

Molti altri sono i simboli identificabili in quel periodo e in quei luoghi… Due esempi fra tutti? La luna e il gallo.

La seta

“La seta cinese svolse un ruolo cruciale sia per i mercanti sogdiani[5] sia per i suoi acquirenti, utilizzata per secoli come moneta alternativa ed emblema tangibile di lusso esotico in Asia. Alla fine del V secolo, tuttavia, il segreto della sericoltura trapelò dalla Cina, consentendo agli artigiani iraniani e dell’Asia centrale di produrre i propri tessuti, in seguito ampiamente esportati”.

E, d’altra parte, i mercanti della Sogdiana furono grandi trad U ttori, cioè conduttori/trasportatori di idee, testi, simboli e merci. Percorrendo quella che oggi è nota come “Via della Seta” (lunga ben 4.800 km), attraversando montagne, oasi e deserti, essi veicolarono prodotti e culture e, di queste, divennero i mediatori principali.

Una curiosità che… calza a pennello

Aggirandovi silenziosamente – ché la moquette assorbe i rumori dei vostri passi – a un certo punto vi imbatterete in una scarpetta… Si tratta di un calzare, appartenuto – udite, udite - al pontefice Benedetto XI!

 Altri oggetti in mostra

Una selezione di oggetti attualmente esposti al MAO di Torino per la mostra "Trad u/i zioni d'Eurasia".

Che odore ha una civiltà? Di cosa sanno i luoghi? E i tempi? Se fossimo vissuti nel Medioevo, ad esempio, quali odori avremmo sentito? Tra gli oggetti esposti ci sono bruciaprofumi che servivano a spargere nell’aria aromi di muschio, ambra grigia, legno di aloe e canfora…

 La ciliegina sulla torta

Quando arriverete alla fine del percorso, ci sarà un’ultima stanza ad attendervi: la più suggestiva, a mio parere. Ora ve la racconto…

C’era una volta una stanza immersa nel bianco, ma non era – come si potrebbe pensare – una stanza vuota… Infatti, proprio nel mezzo, tra quattro colonne, torreggiava un bellissimo oggetto: un enorme cubo nero sospeso nel vuoto! E la caratteristica di tale cubo era il fatto d’esser come intagliato, così che da quelle “ferite” con motivi floreali potesse uscire non sangue, bensì luce. Proprio così, il cuore del gigante d’acciaio era fatto di luce, una luce che giocava a dipingere se stessa in forma di fiori su quel candore niveo. E, poiché la bellezza – per esser tale – ha bisogno di qualcuno che l’ammiri, il fondo della sala era fatto di specchi.

Anila Quayyum Agha, "Shimmering Mirage (Black)", 2018, acciaio.

 

 

 

 

 

 

Poi qualcosa cambiò: era entrata una spettatrice e il cubo, d’un tratto, non fu più solo a rimirar se stesso.  Come so tutto questo? Perché vidi il mio riflesso negli specchi e capii che la spettatrice ero io. E mi sentii una diva sul red carpet, anzi, sul white carpet, perché mentre giravo intorno al grande cubo la luce del suo cuore pulsava, veloce come i flash dei fotografi, di tanti fotografi. E più mi muovevo velocemente io, più la luce pulsava a un ritmo frenetico. Poi mi resi conto che il pulsare di quel cuore luminoso aveva il ritmo del mio cuore, così mi calmai e anche la luce rallentò la sua corsa intermittente. Come quando sfrecci su una strada, di notte, costeggiando lampioni disposti a intervalli regolari. Come quando il sole prova a sbirciare tra i rami degli alberi. E tu giochi a nascondino con lui. E lui con te.

Quello che avete appena letto è il racconto della mia esperienza davanti (e intorno) all’installazione di Anila Quayyum Agha intitolata “Shimmering Mirage (Black)”.

Un breve video dell'opera di Anila Quayyum Agha, "Shimmering Mirage".


“L’utilizzo di motivi islamici che diventano reinterpretazioni dei disegni originali, mi permette di infondere nell’opera un focus contemplativo che evoca l’ordine soggiacente del cosmo attraverso le simmetrie presenti in natura. Questi motivi geometrici, in qualche modo familiari, mi permettono di approfondire e reinterpretare gli elementi del quotidiano per rivelare le complessità della simbiosi tra generi, culture e civiltà e le frontiere liquide che esistono tra loro”.

E dato che ho fatto trenta, faccio trentuno… Ho aperto questo articolo dicendo che alle mostre piace cambiare, perciò ora vi riassumo quello che accadrà da adesso fino alla primavera del 2024.

Nell’ambito di Evolving soundscapes[6] (a cura di Chiara Lee & freddie Murphy), ovvero il music public program della mostra Trad u/i zioni d’Eurasia, si avvicenderanno numerosi artisti provenienti dall’Asia, dal Mediterraneo e dal nord Africa. Il programma include anche Distilled, un’installazione sonora site specific composta da alfabeti sonori, che si svilupperà e si arricchirà gradualmente di nuovi elementi nel corso dei mesi di mostra.

Venerdì 3 novembre (alle ore 22), nelle Antiche Ghiacciaie del Mercato Centrale di Torino, in occasione di Artissima, ci sarà una performance di Raja Kirik con Silir Pujiwati e Ari Dwiyanto intitolata The Phantasmagoria of Jathilan. Si tratta di un’esplorazione artistica della tradizione Jathilan che ne reinterpreta musica, voci e movimenti. Frutto di un’ampia ricerca sulla storia dell’isola, con la loro pratica artistica i Raja Kirik riflettono sulla violenza, l’oppressione e la resistenza che hanno plasmato Java. Rappresenta il rifiuto del dominio coloniale e il conseguente desiderio di libertà attraverso un punto di vista contemporaneo sulla trance dance javanese.

Mercoledì 6 dicembre (ore 18.30) si potrà assistere a El Khat un mix retro-futuristico di canzoni tradizionali yemenite, groove contemporanei e strumenti auto-costruiti utilizzando oggetti di scarto. Lo scopo, anche in questo caso, è dare vita a un’espressione di libertà attraverso la costruzione di un “ponte” tra la musica tradizionale yemenita e la musica del futuro.

Giovedì 25 gennaio 2024 (ore 18.30), Ya Tosiba. Nato dalla collaborazione tra la musicista e cantante azera Zuzu Zakaria e il produttore finlandese Tatu Metsätähti, Ya Tosiba unisce elettronica, strumenti suonati dal vivo e la tradizione poetica  orale del Caucaso in un suono moderno e accattivante.

Febbraio 2024, Širom. I Širom sono un trio sloveno che suona musica folk che sembra provenire da un universo parallelo. La loro musica unisce approcci, stili e influenze diverse. Contaminazioni per creare un folk pan-globale alternativo e innovativo.

Mercoledì 27 marzo 2024 (ore 18.30), Maya Al Khaldi + Sarouna. Voci e musica dal passato e dal presente palestinese.

Il Museo del bonsai

Nasce al MAO il Museo del bonsai! A partire da ottobre 2023 e fino alla primavera 2024, il terrazzo del Museo d’Arte Orientale si trasformerà in un museo a cielo aperto, un giardino di pace, scoperta e studio che ospiterà otto esemplari di bonsai selezionati da Massimo Bandera, fra i maggiori bonsaisti italiani e internazionali. In qualità di curatore del progetto, Bandera proporrà una periodica sostituzione degli esemplari esposti, che saranno scelti in base al naturale ciclo delle stagioni e agli archetipi di simbologia sino-giapponese.

I laboratori

E, per chiudere, vi annuncio che al MAO saranno messe a disposizione anche delle attività di laboratorio[7].

Trame e orditi tra mondi in connessione (da 8 anni in su).

Il percorso prevede la visita della mostra contemporanea con una particolare attenzione alle opere in tessuto, fili di seta che tracciano intricate e preziose trame. In laboratorio verranno utilizzati piccoli telai per comprendere l’antica tecnica di tessitura manuale e realizzare uno scampolo di seta.

Diamo forma all’argilla (per tutte le età).

L’attività prevede la visita della mostra concentrandosi in modo particolare sulle preziose opere in terracotta, ceramica e porcellana. L’osservazione delle brocche, dei piatti, delle fiasche e dei brucia-incensi fornirà ispirazione e spunto per la realizzazione in laboratorio di un manufatto di argilla.

 



[1] È una semi-citazione: nell’originale (“Harry Potter e la Pietra Filosofale”) è detto “Ma tenete d’occhio le scale: a loro piace cambiare!”

[2] TRAD U/I ZIONI D'EURASIA - Frontiere liquide e mondi in connessione. Duemila anni di cultura visiva e materiale tra Mediterraneo e Asia Orientale.

5 ottobre 2023 – 1 settembre 2024

Da sx: Vigo, Prestini, Fazio, Raffo
[3] Laura Vigo, Nicoletta Fazio, Elisabetta Raffo e Veronica Prestini.

[4] Cennino Cennini. Nato a Colle di Valdelsa (Siena) sul finire del XIV secolo, fu allievo a Firenze di Agnolo Gaddi (attivo nella seconda metà del Trecento), presso la cui bottega lavorò per più di dieci anni. Dal 1398 è pittore di corte a Padova, dove muore, molto verosimilmente agli inizi del XV secolo. La grande fama di Cennini è soprattutto dovuta a “Il Libro dell’Arte”, o “Trattato della pittura”, il primo trattato artistico in lingua volgare. In esso vengono illustrate le varie tecniche pittoriche e, per la prima volta, la figura dell’artista non è più assimilata a quella dell’artigiano, ma a quella di un intellettuale colto, conoscitore della storia e dei grandi esempi del passato.

[5] Sogdiana: regione situata tra gli odierni Uzbekistan e Tagikistan.

[6] Dal 4 ottobre 2023 a marzo 2024 al MAO – Museo d’Arte Orientale, via san Domenico, 11 a Torino.

[7] Per le scuole si propongono percorsi di visita alla mostra con laboratori. Per prenotazioni: maodidattica@fondazionetorinomusei.it

giovedì 13 luglio 2023

IN CAMMINO...

IN CAMMINO

 

Ci sono in Piemonte cento Sindoni murali, affrescate sulle pareti esterne di edifici diversi – case, palazzi e castelli, ma anche baite e cascine – che costituiscono un capitolo, tutto piemontese, della  storia della Sindone e delle sue ostensioni, poco conosciuto anche da molti piemontesi, nonostante costituisca un caso singolare di devozione popolare, un ciclo d’arte unico lungo tre secoli.

L’ostensione è la conseguenza logica del valore eccezionale attribuito al Lenzuolo in quanto considerato la reliquia più importante in assoluto, e questo spiega perché l’ostensione sia una pratica antica: la prima ostensione di cui si ha notizia certa risale al 1147: essa si tenne a Costantinopoli, davanti al re di Francia e ai cavalieri impegnati nella seconda Crociata. Un’altra ostensione viene ricordata agli inizi del 1200, ma questa pratica fu sospesa dopo il saccheggio della città da parte dei Crociati, episodio a seguito del quale si persero le tracce del Lenzuolo Sacro.

La Sindone di Torino – precisazione necessaria perché negli stessi anni si parla di una Sindone di Besançon, bruciata nel 1349 nell’incendio della Cattedrale che la ospitava – comparve in Europa, come proprietà del duca di Charny, e dal 1353 ripresero le ostensioni – a Lirey, a cura dei canonici che reggevano la chiesa fatta costruire dal duca. Queste proseguirono, inframezzate da varie vicende, finché nel 1453, Margherita di Charny, proprietaria della Sindone in quanto unica erede, rimasta vedova e costretta a portarsela dietro nelle sue peregrinazioni da una corte all’altra in Europa, la cedette al duca Ludovico I di Savoia.

Le ostensioni ripresero nei possedimenti del duca, dalla Savoia al Piemonte – dove la Sindone venne portata per la prima volta nel 1478 – fino a quando, nel 1506, si fermò nella cappella del castello, a Chambery, dove le ostensioni ripresero in modo regolare – a data fissa, il 4 maggio, una volta all’anno, affidate a tre vescovi – e infine, nel 1578, con il pretesto di alleviare la fatica del pellegrinaggio devozionale sindonico al Cardinale di Milano, Carlo Borromeo, Emanuele Filiberto la riportò a Torino per un’ostensione eccezionale di tre giorni, e lì la lasciò definitivamente. Da quella data le ostensioni ripresero, distinte in ordinarie – a data fissa, una volta all’anno – e straordinarie – che per due secoli accompagneranno gli eventi – pubblici e privati – più importanti dei Savoia.

Nell’Ottocento si ridusse la frequenza delle ostensioni straordinarie, le quali si ridurranno ancora nel Novecento, secolo che fu testimone di due importanti “prime volte” per quanto riguarda l’“immagine” della Sindone: venne infatti fotografata per la prima volta (scoprendo così la sua natura di “negativo fotografico”) e, per la prima volta (nel 1973), venne filmata e trasmessa in televisione.

La mostra “IN CAMMINO. LA PORTA DI TORINO: ITINERARI SINDONICI SULLA VIA FRANCIGENA[1]”, promossa dalla Fondazione Carlo Acutis e realizzata dalla stessa con Palazzo Madama, in collaborazione con la Regione Piemonte, si propone di offrire al pubblico un’esperienza coinvolgente e interattiva, permettendo di scoprire la bellezza e la ricchezza dei luoghi attraversati dalla Via Francigena, con particolare attenzione ai cammini sindonici del Piemonte, sensibilizzandolo sui temi del pellegrinaggio, della spiritualità e della natura e mettendo in risalto la centralità storica e contemporanea di Torino e del Piemonte, dimora della Sacra Sindone e accesso principale alla Penisola lungo il pellegrinaggio francigeno.

Alla mostra è stato affiancato un bellissimo progetto chiamato “VIA FRANCIGENA FOR ALL - PERCORSI DI TURISMO ACCESIBILE E INCLUSIVO”, frutto di un fondo ministeriale da 1,6 milioni di Euro[2], nato con l’obiettivo di rendere maggiormente accessibile e inclusivo per le persone con disabilità uno dei più antichi[3] cammini piemontesi, in particolare sui tratti dell’itinerario Canavesano e Valle Susa e territori limitrofi.

“Avventurato se colui che visse

pellegrinando, eppur così v’agogna,

o vecchie stanze, aulenti di cotogna,

o tetto dalle glicini prolisse, […]”.

Guido Gozzano

IN CAMMINO…

“Il cammino, la meta. Il pellegrino, colui che passa per-ager, attraverso i campi, la terra madre coltivata. Anche l’estraneo, in transito per devozione e per pentimento. Esule dal suo mondo, anche in cerca di se stesso”.

Giovanni C. F. Villa

Nel corso della Storia si è sempre fatto un largo uso delle immagini per veicolare informazioni e concetti, spesso anche articolati e complessi. Oggi, come ieri, l’uomo impiega le immagini in maniera massiccia, ne produce in grandi quantità e ne “assorbe” altrettante, preferendole di gran lunga alle parole, forse più prolisse e meno immediate. È soprattutto per questo motivo che la mostra allestita tra le mura della Corte Medievale di Palazzo Madama (a Torino) ha il proprio incipit in una serie di illustrazioni – 16, per l’esattezza – realizzate da giovani artisti italiani ormai riconosciuti a livello internazionale.

Alcune delle opere esposte alla mostra "In cammino"

“Sedici illustratori[4] hanno percorso e declinato il cammino, il viaggio personale. È letteralmente la più sentita fra le metafore del vivere. L’hanno immaginato come un cammino dal monte al piano; una discesa dai monti, un andare nella piana circondata e protetta dai monti. Che sempre, nel paesaggio, stabiliscono l’orizzonte. I passi, i colli, i transiti”.

G. C. F. Villa

Il pellegrinaggio come metafora del percorso dentro di sé per arrivare ad un livello spirituale più profondo, attraverso il rapporto con la natura e le sue forze.

Procedendo sul pavimento trasparente che lascia intravedere i resti delle strutture romane, tra le colonne e gli archi medievali, ci si imbatte nell’evoluzione tecnologica dell’immagine: due grandi schermi interattivi vi proietteranno lungo la “Via Francigena for all” e le altre Sindoni, grazie a video e foto davvero mozzafiato.

Torino, Palazzo Madama, Corte Medievale

Nell’angolo a sinistra della sala campeggia una installazione meravigliosa, opera dell’artista torinese Carlo Gloria. “Vado e vengo” – questo il titolo dell’opera – è una struttura in ferro, perfettamente immobile che, però, esprime e imita il movimento attraverso la proiezione della propria ombra. Illuminata da lampade che si accendono in progressione, infatti, le sagome umane sembrano avanzare lungo la parete, richiamando così il concetto di movimento, di cammino, di pellegrinaggio.

Carlo Gloria, "Vado e vengo", 2020, ferro taglio laser verniciato, 180 x 150 cm, Torino, courtesy Zanfirico.

Più avanti, un altro grande schermo mostra le mappe degli itinerari sindonici e le Vie Francigene.

Costeggiando poi l’ultima parete, è possibile ammirare la Storia e l’evoluzione di Palazzo Madama.

Infine, quasi al centro della sala, è esposto uno splendido modellino che rappresenta il reliquiario del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Il reperto (realizzato nientemeno che con il legno del Getsemani) è opera di ebanisti di Gerusalemme della metà del XVII secolo.

Modellino reliquiario del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Ebanisti di Gerusalemme, metà XVII secolo.

PERCHÉ IL PROGETTO È ACCESSIBILE E INCLUSIVO

Formazione per gli operatori turistici, mappatura degli itinerari per valutarne l’accessibilità (anche per persone affette da disabilità motorie), realizzazione di pannelli multisensoriali (in mostra, tra l’altro, sono presenti anche didascalie in Braille), acquisto di ausili per le attività di accompagnamento e montagna-terapia, attivazione di tirocini extracurricolari per disabili, sono solo alcune delle attività in corso di realizzazione.

Nei prossimi mesi il Centro Regionale Autismo Piemonte dell’ASL Città di Torino si occuperà di sviluppare l’iniziativa “Francigena in blu”, che prevede la valutazione della fruibilità dei percorsi della Via Francigena e dei loro contesti turistici da parte di persone affette da autismo.

Partirà anche la collaborazione tra “Via Francigena for all” con il progetto “Chiese a Porte Aperte”, il sistema unico in Italia di prenotazione, apertura e narrazione automatizzata di luoghi culturali tramite smartphone e QR Code, ideato dalla Consulta per i Beni Culturali Ecclesiastici del Piemonte e della Valle d’Aosta, con il sostegno della Fondazione CRT. Grazie a questa collaborazione, verranno resi fruibili 20 luoghi culturali lungo il cammino, 365 giorni l’anno, ponendo l’accento sul miglioramento dell’accessibilità per tutti, fisica – dove sarà possibile – e cognitiva[5].

D’altronde in Piemonte ci sono ben 650 chilometri di itinerari percorribili!

Si è già conclusa la mappatura dell’accessibilità della Via Francigena nei tratti Ivrea-Viverone e Villar Focchiardo-Avigliana per disabilità motorie e sensoriali, mentre la valutazione e mappatura di altre tappe, delle strutture e degli uffici turistici è in fase di avvio, così come la realizzazione di pannelli multisensoriali[6].

Rilanciare la pratica del pellegrinaggio attrezzando il territorio affinché chiunque possa godere delle sue meraviglie è un progetto ambizioso, ma lo è maggiormente se pensiamo che non si tratta più di qualcosa che ha a che fare soltanto con la Fede e/o la Spiritualità (come accadeva in passato), bensì di un qualcosa che coinvolge anche Storia, Cultura, Arte, Natura e Bellezza.

L’unione di tutte le realtà e i progetti che ho citato permetterà di riscoprire l’antico attraverso il contemporaneo… Mica male, eh?

 

 



[1] Torino, Palazzo Madama, Corte Medievale. Dal 13.07.23 al 10.10.23

[2] Capofila del progetto è la Regione Piemonte, attraverso la Direzione Regionale Coordinamento Politiche e Fondi Europei – Turismo e Sport, con i partner di progetto Agenzia di Promozione e di accoglienza turistica locale Turismo Torino e Provincia  e Regione Ecclesiastica Piemonte con la Consulta Regionale per i beni ecclesiastici di Piemonte e Valle d’Aosta e il supporto di Visit Piemonte. Sono coinvolti nella realizzazione progettuale enti ed associazioni che fanno parte del tavolo regionale per il Turismo accessibile, in particolare Unione Italiana Ciechi e Unione Italiana Sordi e Strutture regionali degli Assessorati con deleghe alle politiche sociali e lavoro; a cui si aggiungono Agenzia Piemonte Lavoro, Club Aplino Italiano – Montagna Terapia, Amministrazioni Locali.

[3] Ci è pervenuta una testimonianza di un pellegrino (ignoto) attraverso il suo diario. Il pellegrinaggio è datato 333 d.C..

[4] Elenco degli artisti e delle loro opere:

1.       Davide Bonazzi, “Il Piemonte dei pellegrinaggi”

2.       Ilaria Urbinati, “Il Piemonte della Via Francigena”

3.       Elisa Seitzinger, “Il Piemonte della Via Michelita”

4.       Elisa Talentino, “Il Piemonte della spiritualità”

5.       Jacopo Rosati, “Il Piemonte del welfare sociale”

6.       Massimo Di Lauro, “Il Piemonte della Pianura”

7.       Andrea De Luca, “Il Piemonte delle Abbazie”

8.       Roberto Hikimi Blefari, “Il Piemonte dell’acqua”

9.       Giovanna Giuliano, “Il Piemonte dei cammini”

10.    Cinzia Zenocchini, “Il Piemonte della montagna”

11.    Riccardo Guasco, “In cammino”

12.    Massimiliano Aurelio, “Il Piemonte del cibo”

13.    Giacomo Bettiol, “Il Piemonte dei Sacri Monti”

14.    Jacopo Jeugov Riva, “Il Piemonte della Sindone”

15.    Sergio Ponchione, “Il Piemonte dei Santi di Carità”

16.    Gabriele Pino, “Il Piemonte del rapporto uomo e natura”

[5] Il progetto prevede che all’interno di ciascuna chiesa venga installato un sistema di guida composto da musica, luci direzionali e narrazione in italiano, inglese, francese e LIS, grafica visivo-tattile e schede tradotte in CAA (comunicazione alternativa aumentativa). A completamento delle installazioni in situ, sarà realizzata un’attività di storytelling inclusivo, anche attraverso la raccolta delle esperienze di visita con le cosiddette “storie sociali”.

“Via Francigena for all” vuole così contribuire alla modernizzazione del Paese, attraverso l’applicazione del digitale per garantire la fruizione del patrimonio culturale e assicurare un’esperienza di visita inclusiva per tutti.

[6] Tempi di realizzazione previsti per i progetti: entro settembre 2024.