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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

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domenica 29 ottobre 2023

GIANNI CARAVAGGIO, Per analogiam

 


Andando spesso alla GAM ho capito che ogni esposizione non va mai considerata soltanto singolarmente, ma va anche inserita in un contesto più ampio. E la nuova mostra – che ha come protagoniste le opere di Gianni Caravaggio – non fa eccezione: va infatti considerata sia la mostra in sé sia il ciclo in cui è inserita, anzi, amalgamata. Un ciclo iniziato con “Sul Principio di Contraddizione”[1] (2021) e proseguito con “Hic sunt dracones” (2022).

“Contraddizione, metamorfosi e analogia sono tre territori dell’indefinito che la filosofia, sin dalla sua nascita, ha cercato di espungere come forme aberranti contrarie alla logica, alla razionalità e al pensiero scientifico deduttivo. Le ha relegate allo spazio del mito, dell’immaginazione simbolica e prescientifica. Rappresentano però, non solo alcuni dei processi più naturali con cui la mente umana dà senso all’esperienza del mondo, ma sono il terreno stesso di nascita dell’espressione poetica e artistica”.                   Elena Volpato

Se durante la prima mostra ci si è trovati alle prese con il tema della contraddizione e durante la seconda è stata esplorata la metamorfosi, in questa terza esposizione si avrà a che fare con l’analogia. Non a caso il titolo di questa esperienza artistico-poetica è “Per analogiam”[2].

Come è in cielo, così è in terra; ciò che si può vedere nel grande, si può riscontrare anche nel piccolo; ciò che sembra tanto lontano da noi, è – in realtà – dentro di noi. Su questo principio di corresponsione tra gli elementi che compongono l’universo si regge la mostra. Mostra in cui nulla è lasciato al caso: dalle forme scelte per le opere

Gianni Caravaggio, "Giovane Universo"

 

 

ai materiali che le compongono, dal luogo in cui sono collocate al modo in cui sono state posizionate. Mostra che rientra nell’ambito dell’arte performativa, ma nello stesso tempo ne crea un’espansione, trasformando l’osservatore – che può essere anche l’artista stesso – nel soggetto che compie la performance.

Gianni Caravaggio, "Via dalla luce mia (la verità)"

 

Nel silenzio quasi sacrale delle sale immerse in una cornice atemporale e a-spaziale (ottenuta grazie all’accostamento di tonalità cromatiche neutre che sfumano dal bianco al grigio) il visitatore dà inizio al proprio viaggio tra le opere. Sarà un viaggio strano, il suo, perché si troverà a camminare sul confine tra i mondi, contemporaneamente presente in un macrocosmo che lo inizia ai misteri dell’Universo e in un microcosmo che è quello del suo stesso Io.

“Come una risonanza interiore e un mistero che attraversa il tutto e svela la corresponsione del dettaglio con l’assoluto. Quella risonanza è l’analogia, […]”.

E le opere rivelano allo spettatore le loro infinite sfaccettature, i loro punti luminosi e le loro ombre – che mutano al mutare della posizione o dell’angolazione dello sguardo – e le innumerevoli interpretazioni a cui sanno prestarsi. Ma non è semplice arte concettuale, è – piuttosto – arte universale, dove scopriamo che l’infinità – dell’universo, per l’appunto – corrisponde all’infinità della mente; dove le stelle che dimorano in cielo possono stare tranquillamente anche su uno scampolo di stoffa adagiato qui, sulla Terra, per terra.

Gianni Caravaggio, "La coperta dell'eremita"

 È una mostra in cui il ragionamento, tipica modalità di pensiero dell’essere umano, lascia finalmente il campo all’intuizione, cioè a quel guizzo che ci illumina e che in quel lampo, tanto breve quanto intenso, ci svela ogni cosa. Ci svela l’immensità contenuta in un piccolo seme, ci svela il passato, il presente e il futuro riunendoli nella sola dimensione del “sempre”.

“Lo stupore è nuovo ogni giorno”, questo ci dice Caravaggio variando un frammento di Eraclito che recita: “Il sole è nuovo ogni giorno”. Con questo assunto, l’artista “evoca la forza creativa di ogni moto di stupore in cui contemplazione, formazione e rispecchiamento si fondono in un unico impulso: l’indefinito riaccadere dell’incipit nel permanente divenire che è continua nascita del tutto”.

Questa continua rinascita è particolarmente evidente in una delle opere di Caravaggio in cui l’artista ha ricostruito il cielo della propria nascita su una lastra metallica forata in corrispondenza della posizione delle stelle e sollevata da terra in modo tale da rispecchiare se stessa sul pavimento. Ne risulta così una molteplice corresponsione; tra la nascita dell’artista e il cielo inclinato sul pavimento; tra il cielo inclinato e il suo riflesso; tra lo spettatore e la propria nascita.

Gianni Caravaggio, "Lo stupore è nuovo ogni giorno"

Nascita e rinascita, luce e ombra, contrazione ed espansione, creazione e distruzione, materia densa e sostanza effimera… Lo spazio e il tempo sarebbero invisibili se non ci fosse il cambiamento a tradirli! Noi percepiamo questi due grandi concetti proprio quando le cose cambiano: la rotazione della Terra dà vita alle stagioni, al giorno e alla notte, alla luce e al buio, al caldo e al freddo… Anche la Creazione si dice sia avvenuta perché Dio è cambiato, perché ha contratto se stesso per far spazio al mondo. Nella cultura ebraica questo fenomeno prende il nome di Tzimtzum e, col nostro movimento (cioè attraverso il cambiamento di posizione) attorno alle opere, anche noi possiamo creare e ricreare, ma anche modificare o persino distruggere la nostra percezione delle cose e l’interpretazione ad essa abbinata.

Ogni oggetto proietta un’ombra diversa a seconda della posizione della luce che lo colpisce: noi, con la nostra sola presenza, possiamo influire su quelle proiezioni.

Gianni Caravaggio, "Testimoni di uno spazio invisibile", dettagli.

Ogni oggetto, se guardato da un punto di vista diverso, rivela facce, dettagli, caratteristiche differenti: noi, col nostro movimento, siamo in grado di vedere l’ “oltre” guardando oltre. E  non è solo un gioco di parole, è il frutto di una sensazione che mi ha portata a un’intuizione, e viceversa.

Gianni Caravaggio, "L'ignoto"

“Né il soggetto che conosce né l’oggetto conosciuto ma il conoscere: è tale relazione miracolosa come puro divenire, pura sensibilità, che la forma è in grado di testimoniare. Tale relazione, quando accade, si manifesta in noi con una sensazione emotiva e al contempo con una sensazione di incertezza, che in sostanza definiscono la circostanza psichica dell’apertura poetica. È per via di questa ‘fragilità’ che l’apertura poetica va difesa”.

 È capitato tutto in un “Attimo”[3],

Gianni Caravaggio, "Attimo"

 

 

 

nell’istante esatto in cui mi sono trovata (o ritrovata?) di fronte a una delle opere di Caravaggio, una foto appesa a un filo da pesca, 

Gianni Caravaggio,"Melancolia"

che proiettava la propria ombra sul pavimento. Non era un effetto voluto o cercato dall’artista (gliel’ho chiesto), ma in quell’ombra involontariamente ottenuta c’è – a mio parere – tutta l’essenza della mostra. L’immagine si specchia sul pavimento proiettandosi nei panni di un’ombra,

L'ombra proiettata da "Melancolia" di Gianni Caravaggio

 come un negativo fotografico, come l’altra faccia della medaglia, come il lato oscuro e impenetrabile di ognuno di noi che scaturisce da quello in luce, come un’anima che si rapporta al corpo… E non è un caso, probabilmente, che una sia in alto e l’altra in basso, anzi, in questa dislocazione contrapposta c’è la grande simbologia dell’intero universo. 

In alto: "Melancolia" di Gianni Caravaggio. A dx: "Attimo" di Gianni Caravaggio. In basso: l'ombra proiettata da "Melancolia".

 

Attraverso le opere-simbolo di Gianni Caravaggio ci rendiamo conto che ognuno di noi vede le cose a modo proprio, si accorge di determinate cose e non di altre e si sofferma su determinate cose e non su altre. E scopriamo che le cose, spesso, si rendono manifeste solo attraverso le loro conseguenze. E poi intuiamo che c’è un filo (visibile) che lega le sostanze e uno (invisibile) che, invece, collega le essenze.

Gianni Caravaggio, "Agire come la falce di Cronos".

Dire “Per analogiam”[4] è come dire “per corrispondenza”, ed è così, per corrispondenza, che una foglia può divenire l’immagine di se stessa perché l’immagine di una foglia non è che la foglia stessa. Ed è così che il passato di quella foglia si intreccia al suo futuro dando vita a una proiezione del suo presente, in forma d’ombra, perché il presente – essendo un continuo ed eterno divenire – è etereo ed effimero. Foglie che somigliano a mani con le dita intrecciate perché, in fondo, siamo tutti specchi gli uni degli altri…

Gianni Caravaggio, "Il tempo mi scorre tra le dita"

L’artista è come un poeta e la sua opera d’arte diventa poesia, cioè quella formula magica che ci mette in connessione con il mondo delle sensazioni e delle intuizioni. Perché la poesia è quella forma letteraria che nasconde l’infinito dietro alla finitezza delle parole, le quali – probabilmente non a caso – vengono anche chiamate “termini”. Perché dietro un illusorio confine fatto di lettere o corpi o materia, si spalanca l’indicibile, l’inafferrabile, l’imponderabile.

 Se andrete a vedere la mostra, vi suggerisco di portarvi a casa anche il libro (che è veramente bellissimo!) perché possiate confrontare le vostre impressioni con i messaggi che l’artista ha voluto lanciare. Sappiate, infatti, che l’esposizione non ha didascalie sui muri, per non distrarre il visitatore durante le sue epifanie. 

Gianni Caravaggio, "Orione prima di Giza"

Ma non preoccupatevi, perché è disponibile una mappa orientativa che vi darà le indicazioni necessarie! Tra l’altro – non a caso, di nuovo – ho usato la parola “mappa”: l’artista ha voluto giocare con il suo pubblico “sfidandolo” anche a una caccia al tesoro, dove il “tesoro” – un’opera che si rispecchia  nella “gemella” presente in Galleria – è collocata in giardino.

 Ve lo avevo detto: i performers siete voi!



[1] Trovate il mio articolo qui, sul blog.

[2] Gianni Caravaggio, “Per analogiam”, 1 novembre 2023 – 17 marzo 2024.

[3] “Attimo” è il titolo dell’opera di Gianni Caravaggio posta dietro alla fotografia di cui parlo poco dopo. I titoli stessi sintetizzano concetti complessi, tanto è vero che Caravaggio usa il termine "proposizione" al posto di "titolo".

[4] Dal Lat.: ănălŏgĭa, ae, f., analogia, conformità, VARR.; term. gramm. analogia, regolarità (contr. anomalia), VARR. e a. [gr.].

mercoledì 3 maggio 2023

GIUSEPPE GABELLONE

Giuseppe Gabellone, "Km 2,6", in mostra nella videoteca della GAM di Torino dal 3 maggio all'1 ottobre 2023. Mostra a cura di Elena Volpato. Con la collaborazione della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT.

 

Chi fa arte sa che l’arte si può fare con ogni materiale e con ogni mezzo.

Chi fa arte sa che tutti possono farla, sa che ognuno di noi è creativo e può trovare ispirazione ovunque.

Chi fa arte sa che l’arte rispecchia, poco o tanto, chi la fa; sa che l’opera è una parte dell’artista, a volte è persino un’estensione di quest’ultimo.

Chi fa arte sa che ogni opera è un racconto che parla non soltanto dell’artista, ma anche dello spettatore, perché tutti coloro che vanno a vedere una mostra sono sì degli osservatori, ma osservatori attivi. So che suona come contro-intuitivo, ma è inevitabile: chi osserva l’arte, contemporaneamente fa arte, interpretando ciò che vede, mettendo se stesso nell’opera, proiettandosi in ciò che osserva fino a diventare osservato. Non sempre, però, gli artisti si identificano con le loro opere, anzi, a volte tendono a prendere le distanze da ciò che hanno prodotto, soprattutto se – come è accaduto a Giuseppe Gabellone – si tratta di prodotti dell’età giovanile. Il video    “Km 2,6”, infatti, è un prodotto del 1993, un prodotto che rispecchia un Giuseppe Gabellone appena ventenne, anche se già maturo dal punto di vista artistico. Trent’anni dopo, Gabellone si sente più vicino alla fotografia che non al mezzo filmico e ce lo dimostra attraverso gli 8 scatti appesi nella videoteca della GAM; 8 fotografie “Untitled” disposte tutto attorno al vecchio monitor Hantarex che riproduce “Km 2,6”.

Giuseppe Gabellone, "Untitled", 2009, 8 stampe digitali, 52 x 35 cm, courtesy l'artista e ZERO..., Milano

 Le foto non hanno didascalie, ma quella che può sembrare una mancanza è, in realtà, una forma di libertà: ogni spettatore immaginerà una storia priva di vincoli per raccontarsi ciò che sta osservando, mentre l’artista potrà dirsi libero di tenere per sé le origini, i dettagli e le storie che accompagnano ogni foto e – nello stesso tempo – sarà libero di aggirarsi nelle intuizioni del suo pubblico. In tutto questo, la cosa più importante è il tempo: il dislivello temporale tra il 1993 (l’anno del video), il 2009 (l’anno delle fotografie) e l’oggi; lo svolgersi del nastro adesivo (lungo 2,6 Km) ricorda lo svolgersi del nastro magnetico sul quale è impresso il video; e, infine, la contrapposizione tra i 30 minuti (durata del video), immutabili (anche dal punto di vista del percorso che l’artista compie per “nastrare” tutti gli elementi), e il tempo - senza limiti di tempo - che lo spettatore deciderà di concedere all’osservazione di ogni fotografia. Già, il tempo è tutto, a sentire l’artista, ma un ruolo altrettanto importante lo ha il sonoro. “Km 2,6”, infatti, è dotato di una componente audio da non sottovalutare: si tratta del rumore, fastidioso ma essenziale, dello scotch che viene srotolato. Ripeto: fastidioso ma essenziale. Perché essenziale? Perché la vita ha sempre una colonna sonora; perché se non ci fosse, proveremmo un senso di incompletezza; e non importa se inizialmente ne siamo infastiditi, perché dopo un po’ lo ingloberemo e lo adageremo sullo sfondo della nostra visita e cominceremo a percepirlo come una guida alla mostra; perché questo rumore strascicato e stracciato ci risucchia all’interno del video e ci fa diventare parte integrante della narrazione artistica.

Giuseppe Gabellone, "Km 2,6", 1993, video, colore, sonoro, 30' Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT

Sotto molti aspetti le opere di Giuseppe Gabellone mi hanno ricordato quelle di Michael Snow e, a quanto è emerso confrontandomi con la Curatrice Elena Volpato, non è un caso.  Effettivamente c’è un filo conduttore… Dal 2014, infatti, la GAM propone video di artisti inseriti soprattutto nel periodo storico compreso tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta e, anche se questa è la prima volta che si esce un po’ dal seminato di quel periodo, il collegamento tra i due artisti è molto forte. L’importanza della fotografia e l’impostazione fortemente concettuale della scultura sono due elementi che sicuramente accomunano Gabellone e Snow, ma non sono gli unici: anche il coinvolgimento dello spettatore è un tratto distintivo che collega un artista all’altro; il saper creare l’immobilità attraverso il movimento e il movimento attraverso l’immobilità; e non dimentichiamo l’uso di un sonoro quasi ipnotico, una scelta di suoni che infastidiscono e cullano, contemporaneamente, fino a bilanciarsi, a equilibrare le sensazioni e a calmare l’anima.

L'artista Giuseppe Gabellone (a sn) e la Curatrice  Elena Volpato (a dx)

Una personalità davvero originale, quella di Gabellone: introspettiva e sensazionalista, legata al quotidiano ma fuori dagli schemi, apparentemente fasciata nella bidimensionalità ma in realtà votata a tutte le dimensioni. Ha destato la mia curiosità soprattutto per il suo bizzarro approccio artistico: creare sculture, fotografarle e poi distruggerle così da salvare soltanto le immagini immortalate in foto. Un approccio che colpisce, che lascia il segno, che trasforma l’opera d’arte in immagine pura e l’immagine in opera d’arte.

In breve, cosa troverete nella videoteca della GAM dal 3 maggio all’1 ottobre 2023? Troverete un video che accorpa tante modalità espressive differenti (tra cui scultura, fotografia e pittura); un nuovo modo di giocare con le tre dimensioni (unendo tanti elementi bidimensionali a formarne di tridimensionali e viceversa, cioè tornare alle due dimensioni partendo dalle tre); una serie di livelli temporali; stimoli per ravvivare l’immaginazione; elementi per narrare la vostra storia interpretando quella dell’artista…

Voglio chiudere con uno spunto di riflessione che forse troverete stimolante: Carl Gustav Jung disse che l’intuizione è qualcosa che assomiglia alla macchina del tempo di H. G. Wells, un apparecchio con quattro colonne di cui tre (rappresentanti le tre dimensioni spaziali) sempre ben visibili e una (rappresentante il tempo) indistinta. Quest’ultima, stando al ragionamento di Jung, è paragonabile all’intuizione. Il modo in cui Giuseppe Gabellone ha usato le varie forme espressive per giocare con spazio e tempo potrebbe essere interpretato, secondo il mio punto di vista, come una chiave per dare allo spettatore la possibilità di esplorare le opere (e, con esse, se stesso) a 360°…