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Manifesto della mostra "Bizantini"
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Leggendo
il titolo della mostra non può
che sorgere una domanda: che cosa c’entra Torino con Bisanzio?
Già,
che cosa ha a che fare Palazzo Madama con l’Impero Bizantino?
Per
rispondere a questa domanda è necessario che rispolveriate tomi giganteschi di Storia,
che restiate chini per ore su imponenti tavoli di antiche biblioteche con
un’illuminazione derivante da sole lampade a olio e… No, dai, stavo scherzando!
Ora ve lo racconto io - come meglio posso, eh, ché a scuola ero una frana in
Storia – ma non preoccupatevi perché, durante la conferenza stampa in cui è
stata presentata la mostra, il Direttore di Palazzo Madama e tutti gli altri
oratori ci hanno fatto dono di preziose informazioni. Ciò che segue è un sunto
di tali dati…
Innanzitutto
bisogna tenere presente che “Bizantini” è la seconda tappa, delle cinque totali
previste, tese a raccontare una grande
parte della nostra Storia. Il percorso tematico, cominciato l’anno scorso con
la mostra su Pompei, proseguirà – negli anni a venire – con una fermata nel
Medioevo, una nel
Rinascimento e l’ultima nel Barocco. Perché – ricordiamolo – nei suoi 2000 anni
di vita Palazzo Madama ha avuto molte “anime”, tra le quali quella romana
(ricordata, appunto, grazie alla mostra su Pompei) e quella bizantina. Il Museo
Civico d’Arte Antica, prima di diventare tale, fu la sede del Principato
d’Acaia – fin dagli albori proiettato verso l’Oriente greco e bizantino –
origine della dinastia dei Savoia-Acaia. Quest’ultima nacque dal matrimonio nel
1301 tra Filippo di Savoia e Isabella di Villeharduin, principessa d’Acaia. Ma
le connessioni tra il Piemonte e Bisanzio non finiscono qui… il legame con la
dinastia dei Paleologi, ascesa nel 1261 con Michele Paleologo al trono
imperiale e durata fino al tramonto definitivo di Bisanzio nel 1453, è un altro
pezzo di fil rouge che sancisce il
diritto di Palazzo Madama di rivendicare una solida connessione con un passato
bizantino.
Tra
imprese militari e alleanze stipulate attraverso i matrimoni (come quello
celebrato tra Ranieri di Monferrato e Maria, figlia dell’Imperatore di
Costantinopoli, il basileus Michele
Comneno), molti sono i riferimenti a questo nostro passato bizantino…
Ricordiamo, in particolare, il legame instauratosi tra il territorio del
Monferrato e il regno di Tessalonica, ottenuto dal quarto figlio di Guglielmo,
Bonifacio, durante la crociata del 1204. Tessalonica, per chi non lo sapesse o
non lo ricordasse, è la città greca che oggi è nota con il nome di Salonicco ed
è proprio grazie a questo appunto che posso agganciarmi al tema delle
collaborazioni. Per allestire la mostra sui Bizantini, infatti, è stata creata
una fitta rete di collaborazioni che vedono protagonisti la Grecia (in
particolare Salonicco) e il Ministero Ellenico della Cultura e dello Sport, il
MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Villaggio Globale International
e i rispettivi rappresentanti di queste realtà culturali nelle persone di:
Giovanni Carlo Federico Villa (Direttore di Palazzo Madama), Fivos Valachis
(Console Generale della Grecia), Paolo Giulierini (Direttore del MANN), Rosanna
Purchia (Assessora alla Cultura del Comune di Torino), Maurizio Cecconi
(Amministratore Delegato di Villaggio Globale), Federico Marazzi (Curatore
della mostra) e Massimo Broccio (Presidente della Fondazione Torino Musei).
La collaborazione con la Grecia
In
primo luogo, ad accomunare Italia e Grecia, c’è la figura dell’Imperatore
Costantino. Perché è vero che Costantino ha molto di romano per ciò che
concerne le Istituzioni, ma ha anche molto di greco per quanto riguarda il
pensiero filosofico e la cultura.
A
Costantino è legato il Bosforo che, nel corso della Storia, ha sempre avuto una
notevole importanza commerciale e strategica. Nel V secolo a.C., la città-stato
di Atene, dipendente dal grano importato dalla Scizia, mantenne fitte alleanze
con le città che controllavano lo stretto, tra le quali, figurava proprio Bisanzio.
Ed è per questo che Costantino decise di fondare lì, nel 330 d. C., la nuova
capitale dell'Impero, Costantinopoli. Nel 1453 la città venne conquistata dai
turchi ottomani, ma il controllo del Bosforo continuò a essere al centro di
diversi conflitti nella storia moderna, in particolare la guerra russo-turca
(1877-1878) e l'attacco da parte delle potenze alleate ai Dardanelli nel 1915
durante la prima Guerra Mondiale. E non solo: la guerra di Troia fu mossa dai
greci proprio per il controllo dello stretto dei Dardanelli e del Bosforo.
Infine,
quando pensiamo a Costantino e all’Impero Bizantino, il pensiero non può che
collegarsi alla Religione (Cristiana, prima, e Ortodossa, poi).
La collaborazione con Napoli
Prima
di approdare a Torino, la mostra “Bizantini” è stata allestita – dal 21
dicembre 2022 al 10 aprile 2023 – al MANN, dove ha riscosso un grande successo.
Ma perché ora si è spostata proprio qui da noi? Come ho già detto, la mostra si
prefigge lo scopo di illustrare quanta parte del “millennio bizantino” si
inserisce all’interno dell’area
piemontese. Perché sarebbe stato riduttivo confinare la Storia bizantina
all’interno del solo territorio di Napoli; perché il mondo non è finito nel 79
d. C., dopo l’eruzione del Vesuvio … Certamente si è trattato di una cesura
importante, ma non definitiva. Infatti, c’è stato modo di esplorare anche altri
momenti bui della Storia di Napoli, come quello che ha visto l’arrivo dei
Longobardi, dei popoli dei Nord e – successivamente – dare conto di questa
importante tappa dei Bizantini, presagendo la possibilità, in un prossimo
futuro, di puntare i riflettori anche sui Normanni.
Tutto
ciò che è stato fatto e tutto ciò che verrà fatto, in definitiva, serve a farci
capire quale sia la nostra identità storico-culturale.
Cos’altro
non è la fine del mondo? La caduta di Costantinopoli perché, grazie alla fuga
dei Greci – quelli colti- che arrivarono nella Firenze dei Medici e diedero
origine all’Umanesimo, abbiamo
riscoperto l’Età Classica. Dobbiamo quindi ringraziare Costantinopoli se, oggi,
possiamo parlare dell’Arte Antica.
L’Impero
Romano costituito in Oriente ha rappresentato a lungo un modello di sviluppo
economico e culturale e di complessità politico-amministrative prima di
stabilire quella che oggi potremmo definire la cartina al tornasole del
riavvicinamento di tutto l’Occidente a quanto si riteneva fosse andato perduto
con il crollo della civiltà romana. Questa è la prima sfida che ci si è posti
allestendo “Bizantini”: restituire a questo attore il posto che meritava sul
palcoscenico della Storia italiana.
È
stata operata una scelta sulla base di una linea concettuale anziché temporale,
mettendo a fuoco gli aspetti che, mantenutisi costanti dal V secolo fino agli
inizi del XIII secolo, possono aiutare a definire cosa sia stata Bisanzio.
L’esistenza di un sistema statuario complesso, di cui la Chiesa era parte
integrante, il cemento ideologico, e di cui l’Imperatore è stato il vertice
indiscusso; la continuità nell’organizzazione
militare, efficiente e spietata, che ha costituito l’asse più solido
della sopravvivenza dell’Impero; l’onnipresenza dell’elemento cristiano nella
vita dei bizantini e la sua traduzione in spazi e opere d’arte; la raffinatezza
e la varietà delle tecniche volte alla produzione di oggetti ornamentali della
persona |
In alto: Accessorio d'abbigliamento formato da 17 gioielli; Salonicco, scavo della metropolitana, stazione Dimokratias; fine III-inizio IV secolo; oro, pietre preziose; Salonicco, Eforato delle Antichità. In basso: Collana con pendente. V-VI secolo; metallo, vetro, ametista. Atene, Museo Kanellopoulos.
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e i manufatti per le necessità della vita quotidiana. |
Stoviglie del periodo bizantino
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Con
“Bizantini” si è voluta narrare la realtà di un mondo che, per secoli, è stato
centro di un complesso produttivo, nonché un crocevia commerciale di primaria
importanza.
Son
tutti questi gli aspetti introdotti da una porta d’ingresso d’eccezione – cioè
Napoli – città italiana che, più a lungo delle altre, è rimasta nell’orbita dell’Impero Bizantino.
Ecco cos’è “Bizantini”
“Bizantini”
è un modo di rispolverare la Storia, saldarne le crepe formatesi nella nostra
memoria, ma anche riportare alla luce il ruolo significativo del Museo Civico
d’Arte Antica che rappresenta proprio il nostro passato, ma ci proietta anche
nel futuro, nella progettazione di ciò che intendiamo essere. Come dicevo
alcune righe fa, infatti, Palazzo Madama non
è sempre stato un Museo e quest’anno (il 4 giugno, per la precisione)
ricorrono i 160 anni dalla sua trasformazione e dalla
nascita del suo Statuto il cui primo articolo si prefigge di raccontare la
Storia a partire dal periodo bizantino (eccolo che torna) sino al principio del
corrente secolo. Con questa mostra si intende pertanto sottolineare il ruolo
che Palazzo Madama ha ricoperto negli ultimi 160 anni attraverso le sue
collezioni, che contano oltre 80.000 opere (di cui solo una minima parte è
attualmente esposta). |
| Davanti
a una riproduzione del mosaico contenuto a Ravenna, nella Basilica di
San Vitale, che raffigura l'Imperatore Giustiniano (consorte di Teodora,
della quale parlo nella didascalia dell'ultima foto) e il suo seguito, è
esposta una figura di Imperatore. Calco da rilievo; XII-XIII secolo;
gesso; Venezia, Museo Correr. |
Questa
mostra è un faro la cui luce è puntata sulla cultura e sulla vita dell’Impero,
un faro che illumina opere d’arte e manufatti tanto significativi da
permetterci di studiare con curiosità e attenzione la vita quotidiana, le
comunità, la cultura e i simboli di quei popoli che hanno attraversato il
periodo bizantino. Questo Impero ha lasciato un’impronta indelebile nella
Storia – non solo con la sua arte e la sua architettura, ma anche con la sua
filosofia, la sua letteratura e i suoi fondamenti religiosi - e la mostra
“Bizantini” è un tributo a tutto ciò che esso ha rappresentato per la società
occidentale; inoltre, ci permette di valorizzare il nostro patrimonio
numismatico. |
Vaso con tesoretto; Salonicco, scavo della metropolitana, stazione Santa Sofia; XII secolo; argilla, lega di rame; Salonicco, Eforato delle Antichità.
| Stoviglie del periodo bizantino
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Palazzo Madama, infatti, possiede un tesoro dal valore
inestimabile: oltre 1200 monete! Al momento ne sono esposte un centinaio, che
vanno ad arricchire ulteriormente l’esperienza dei visitatori. La numismatica –
forse non tutti lo sanno o se ne rendono conto – ha un’importanza cruciale per
il lavoro degli archeologi, i quali, proprio grazie a quei piccoli dischetti di
metallo,  |
Missorium di Ardabur Aspar; 434 d.C.; argento; Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Si tratta di un grande disco onorario concesso dall'Imperatrice Galla Placidia al potente generale Flavius Ardabur Aspar, diventato console nel 434 d.C. per i suoi meriti militari. Dal peso di quasi due kg, in argento lavorato a bulino e niellato, raffigura Ardabur con il figlio, affiancati da due gigure simboliche, forse Roma e Costantinopoli. Gli scudi ai piedi di Ardabur alludono alle sue vittorie contro i Vandali per la difesa di Cartagine.
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dispongono di elementi
preziosissimi per datare e studiare la Storia. Le monete che, in questo
momento, sono esposte nelle teche della mostra, testimoniano il passaggio –
nelle valli e nelle pianure piemontesi - dall’inizio dell’epoca bizantina fino
al 1530. |
Tesoretto di 14 monete; Salonicco, Olympiou Diamanti; 1005-1045; Oro; Salonicco, Museo della Cultura Bizantina.
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Nel
nostro immaginario collettivo, Bisanzio non è mai riuscita ad essere ciò che
sono state la Grecia antica e Roma o –
addirittura – altre civiltà come quella dei Longobardi, la quale è sempre stata
vista nel ruolo di demolitrice di quella romana. Bisanzio è rimasta su un
binario morto della Storia, è stata sempre considerata un’estensione della
cultura romana, immersa in un’atmosfera d’Oriente tanto affascinante quanto
però sostanzialmente percepita come “aliena” e incomprensibile.
“Bisanzio è un mito che non mi è
consueto.
Bisanzio è un sogno che si fa
incompleto.
Bisanzio forse non è mai esistita”.
Francesco Guccini, “Bisanzio”,
1981
“Bizantini”
rappresenta quindi, a tutti gli effetti, un tentativo di rendere meno “aliena”
e più comprensibile questa civiltà e il relativo periodo storico di
appartenenza, mantenendo nel contempo quell’aura leggendaria che
contraddistingue entrambi.
Questa
mostra porta sulle proprie spalle tre anni di collaborazioni tra Istituzioni,
curatori scientifici, Paesi, ma soprattutto persone. Perché ogni mostra è
un’occasione per stare insieme, per aprire canali di comunicazione e creare
sinergie. Perché le mostre devono riuscire ad aprire spazi, ad allargare menti
e orizzonti; devono far scoprire cose perdute o dimenticate, devono restituire
il passato e costruire le basi per un futuro migliore.
“O saggi che state nel fuoco sacro di
Dio
come nel mosaico dorato di una parete
scendete dal sacro fuoco,
discendete in una spirale,
e siate i maestri di un canto
della mia anima”.
W. B. Yeats, “Navigando verso
Bisanzio”, 1927
“BIZANTINI – Luoghi, simboli,
comunità di un Impero millenario”
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Busto di uomo. Tardo IV secolo e seguenti; marmo. Salonicco, Museo Archeologico.
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Secondo
la tradizione Bisanzio fu fondata dai Greci nel 667 a. C. in posizione
strategica a dominare gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Ampliata da
Costantino e scelta come luogo per la sua residenza, mutò nome in
Costantinopoli e con la divisione dell’Impero romano avvenuta nel 395 d. C. divenne capitale dell’Impero Romano
d’Oriente. Di questo Impero, sopravvissuto quasi 1000 anni a quello Occidentale
crollato sotto le pressioni dei popoli “barbari”, la mostra racconta la lunga
storia, dalle origini fino alla caduta di Costantinopoli ad opera degli
Ottomani nel 1453.
Erede
dell’antica Roma ma fondato sulla fede cristiana, l’Impero bizantino, che nella
sua massima estensione andava dalla Tunisia al Caucaso, viene narrato
attraverso gli oggetti che testimoniano la sua organizzazione e il suo
funzionamento, dalla figura dell’Imperatore (il basileus) all’esercito,
dalla
corte al clero, dalla monetazione ai commerci, dalla vita quotidiana alle
pratiche del culto.
“Un corpo romano.
Una mente greca.
Un’anima orientale e mistica”.
Liberamente
tratto da Robert Byron, 1929
Le attività commerciali
Per
secoli Bisanzio esportò in tutto il Mediterraneo le molte merci prodotte entro
i propri confini, specialmente olio, vino, salse e unguenti, trasportati
all’interno di anfore, |
Anforisco, scaldavivande e piatti del periodo bizantino provenienti da Salonicco.
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ma anche prodotti di lusso come oreficerie e tessuti.
L’alta qualità dell’artigianato bizantino ereditava le competenze dell’età
antica e beneficiava dei contatti che l’Impero aveva con il mondo arabo,
persiano e con l’Estremo Oriente.
L’uso
diffuso della moneta, coniata in tre tipi di metallo (oro, argento e rame) era
anch’esso in continuità con il mondo antico.
L’esistenza
di anfore prodotte nei secoli successivi alla caduta dell’Impero romano
dimostra che i traffici commerciali nel bacino del Mediterraneo tipici del
periodo antico (soprattutto di derrate alimentari), sebbene ridotti,
proseguirono nel Medioevo grazie alla spinta propulsiva di Bisanzio.
La vita quotidiana
In
mostra sono riuniti gli oggetti che caratterizzavano la casa e la vita privata
all’interno dei territori bizantini, lungo un periodo cronologico che va dal IV
secolo al XII secolo.
Si tratta di opere emerse in scavi
archeologici e provenienti in massima parte dalla Grecia, ma anche da siti
bizantini a Napoli, Ravenna e in Sardegna.
Vi
sono le stoviglie da mensa, in vetro e in ceramica, accompagnate da lucerne in
bronzo: tutti pezzi ancora realizzati nel solco della tradizione romana. Assai
ricco il nucleo delle arti preziose: fibule, fibbie da cintura, amuleti, anelli
– spesso con iscrizioni e monogrammi -, bracciali,  |
Bracciale a fascia. Salonicco, IX-X secolo
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collane, fasce per il capo,
orecchini.
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Orecchini in argento del V secolo. Kikis, Eforato.
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Qui, accanto agli influssi dell’arte romana, si leggono anche
apporti del mondo germanico, slavo e iranico.
La
ceramica denominata “Terra Sigillata Chiara” costituì uno dei prodotti più
versatili e diffusamente scambiati di tutta l’età pre-industriale. I vasi di
questo tipo erano caratterizzati da un impasto molto tenace e leggero,
ricoperto da una patina liscia di colore
arancione.
La Religione
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"BIZANTINI", a Palazzo Madama dal 10 maggio al 28 agosto 2023.
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La
profonda compenetrazione della fede cristiana nella struttura dello Stato e in
tutte le articolazioni della società ha fatto sì che molto di ciò che ci resta
dell’eredità culturale bizantina sia rappresentato da edifici ecclesiastici e
dal loro arredo. Caratteristica delle chiese bizantine è la differenza fra un
esterno molto sobrio e un interno sfarzoso grazie alle decorazioni scultoree,
pittoriche, a mosaico e agli elementi di arredo.  |
Mosaico pavimentale
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Fino al VII-VIII secolo questi
manufatti sono legati a un forte rigore geometrico e presentano decorazioni
essenziali, tra cui croci e monogrammi cristologici. Successivamente si
arricchiscono spesso con raffigurazioni di animali dal significato simbolico.
Entro
i confini dell’Impero bizantino sorgevano numerosi monasteri: essi non erano
solo centri di vita spirituale, ma depositari di ingenti patrimoni terrieri e
quindi caratterizzati da un notevole
potere economico e politico, come nel caso della comunità del Monte Athos. |
Rotolo contenente la divina liturgia di san Giovanni Crisostomo. XII-XIII secolo; pergamena, donazione del monastero di Dousikou, (Tessaglia); Atene, Museo Cristiano e Bizantino.
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A
livello architettonico essi comprendevano gli edifici abitati dai monaci e
aperti esclusivamente alla comunità religiosa – solitamente raccolti intorno a
una corte interna; e una zona esterna, dedicata alle attività produttive e
all’accoglienza dei pellegrini, con una cappella per le funzioni religiose
dirette a questi ultimi. Molti monasteri erano anche importanti centri
culturali, impegnati nella trascrizione, in lingua greca, dei manoscritti
destinati al culto, dei principali testi della letteratura greca dell’Antichità
e di trattati scientifici e filosofici. |
Lezionario. Seconda metà dell'XI secolo; pigmenti, foglia d'oro, legatura in legno rivestita in pelle, carta, pergamena; Isola di Amorgos (Isole Cicladi), Monastero di Chozoviotissa; Delo, Eforato delle Antichità delle Isole Cicladi. Il Lezionario è un libro liturgico contenente alcune lectiones tratte dalla Bibbia da leggersi durante determinate funzioni religiose. Questo esemplare, realizzato in uno scriptorium di Costantinopoli, presenta numerose iniziali decorate e sei miniature a piena pagina raffiguranti rispettivamente la Deesis (Cristo tra la Madonna e san Giovanni Battista), tre evangelisti (Luca, Marco e Giovanni), e Gregorio Magno con san Nicola.
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All’interno
di una chiesa, la luce, naturale o artificiale, era un elemento importantissimo
per creare un’atmosfera di mistico raccoglimento. La luce artificiale era
prodotta per mezzo di lucerne e candelabri alimentati in genere con olio
d’oliva. Tra gli oggetti liturgici principali vi erano i contenitori per le
sostanze (il pane e il vino) utilizzate per la celebrazione eucaristica.  |
Capitello bizonale, con motivi a intreccio e a spina di pesce. VI secolo; marmo lavorato a traforo. Cagliari, Museo Archeologico Nazionale.
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Presso
le chiese, infine, si trovavano le aree cimiteriali, da cui provengono le
iscrizioni funerarie esposte in mostra, che corredavano le tombe. |
Tavola d'altare a sigma polilobata; VI secolo; marmo; Corinto, Museo Archeologico. Sul fondo: un reliquiario in marmo con iscrizione, proveniente dal Museo Nazionale di Ravenna e, sulla parete, un frammento di dipinto murale raffiguranti i santi Giorgio e Nicola (proveniente dall'Isola di Naxos e datato 1260-1280).
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Riferimenti temporali
476
L’Impero
Romano d’Occidente ha cessato di esistere con la deposizione dell’ultimo
Imperatore, Romolo Augustolo, ma la sua parte orientale, con la capitale
Costantinopoli, resta saldamente integra e si avvia anzi a conoscere una lunga
stagione di prosperità.
565
Alla
morte dell’Imperatore Giustiniano (527-565), l’Impero Romano d’Oriente, dopo
decenni di guerre, raggiunge la sua massima estensione, riconquistando
l’Italia, il Maghreb e la Spagna meridionale. Il Mediterraneo torna a essere un
“lago romano”. Sarà però uno splendore di breve durata, interrotto
dall’espansione islamica del VII secolo.
730
All’inizio
dell’VIII secolo, l’espansione araba a est, la calata degli Slavi nei Balcani e
l’ingresso dei Longobardi in Italia lasciano l’Impero a brandelli, abbarbicato
a pochi presidi lungo le coste, tranne che nell’Anatolia, che costituirà per
secoli il cuore profondo di uno Stato che ormai possiamo definire pienamente
“bizantino”.
1025
Alla
morte dell’Imperatore Basilio II (976-1025), l’Impero Bizantino è tornato a
essere una potenza egemone nel Mediterraneo orientale e nei Balcani, e mantiene
una significativa presenza anche in Italia meridionale. Questo è anche il
periodo in cui si stringono i contatti con il mondo russo, che di Bisanzio sarà
per molti aspetti l’erede.
1170
Nel
1071, con la sconfitta di Manzikert, l’Anatolia cade nelle mani dei Turchi, che
non l’abbandoneranno più. Nello stesso anno andrà perduto anche l’ultimo
presidio italiano, Bari. Nel corso del XII secolo, gli Imperatori della
famiglia dei Comneni riusciranno a riconquistare le coste anatoliche ma le
regioni interne saranno perse per sempre. Nel 1024 Costantinopoli sarà presa
dai Crociati e dai Veneziani.
1400
All’inizio
del suo ultimo secolo di vita, l’Impero è ormai ridotto a pochi e sparsi
territori. L’espansione turca in Anatolia, quella serba nei Balcani e quella
veneziana e genovese nel Mar Egeo hanno sottratto gran parte dei suoi
possedimenti e la conquista finale di Costantinopoli (1453) è ormai vicina.
Una chicca…
Se
la lunghezza e le informazioni contenute in questo articolo non vi hanno
scoraggiati/e, allora meritate un “premio”. Ad aprire la conferenza stampa,
Palazzo Madama ha deciso di invitare un coro bizantino, un gruppo composto da
cinque talentuose giovani donne che hanno eseguito un canto interamente “a
cappella”. Quattro coriste hanno accompagnato la loro maestra di canto, Irene
Rotondale, proponendoci un brano di Pasqua intitolato “Pace a tutti” (il titolo
è tradotto, dato che il brano viene eseguito solitamente in Greco, Latino e
Aramaico, oltre che in Italiano).
L’impressione,
ascoltando questo tipo di musica, è quella di trovarsi in Medio Oriente, grazie
alle marcate sfumature arabeggianti, persiane, indiane, ma anche italiane…
Proprio così, perché anche l’Italia, durante il suo periodo bizantino,
produceva questo tipo di canti e di tonalità. Da allora, quella tradizione è
stata mantenuta, seppur con un drastico “sfoltimento”. Oggi, per ascoltare
questo antico genere musicale, potete recarvi nella Chiesa Greco-Ortodossa di
Torino gestita da Padre Iosif. Se lo farete, assisterete a una specie di
miracolo artistico composto da – udite udite – ben 72 note!  |
Coro bizantino. Nel mezzo: la Maestra di canto bizantino, Irene Rotondale.
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Credendo
– erroneamente – che gli spartiti fossero stati ritrovati in seguito a degli
scavi o durante qualche spedizione archeologica - mi incuriosiva sapere come
avessero fatto a “decodificare” le partiture, data la loro innegabile
complessità (e antichità) e così, chiacchierando sia con Padre Iosif sia con la
Maestra Rotondale, sono venuta a conoscenza del fatto che – come vi dicevo –
non si è mai persa la tradizione del canto bizantino, non c’è mai stata una
vera e propria interruzione, ma, nei secoli, la scrittura è stata sensibilmente
semplificata. Nel VII secolo iniziarono a fissarla in maniera stabile, per poi affinarla
ulteriormente nel 1700. Perciò, trasposte da paleografia bizantina a
neo-bizantina, le partiture sono diventate maggiormente accessibili
(soprattutto negli ambienti scolastici, nei Conservatori) e, così, sia
l’insegnamento sia l’apprendimento ne hanno tratto beneficio… La “limatura” ha
infatti “snellito” la quantità di simboli musicali che, uniti ai 72 intervalli,
avrebbero creato difficoltà pressoché insormontabili in materia di studio e di
applicazione canora pratica. |
Padre Iosif con il coro bizantino. Posano davanti a una riproduzione del mosaico contenuto nella Basilica di San Vitale, a Ravenna. Il mosaico raffigura Teodora e la sua corte. Datato ca.547 d.C. Teodora e il suo consorte, l'Imperatore Giustiniano (presente di cui ho parlato in una delle didascalie precedenti), sembrano non appartenere al tempo, grazie alla bidimensionalità, il preziosismo delle vesti e dei colori, la ripetitività dei gesti, la ieraticità dei personaggii imperiali, la solennità di tutti gli altri, il fondo d'oro e la mancanza di un piano d'appoggio. Sembra tutto irreale e infinito e i sei soggetti in carne e ossa (Padre Iosif e il coro) sembrano emergere da quello spazio fuori dallo spazio e dal tempo...
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Cos’altro
aggiungere? Niente, se non – ovviamente - un invito a visitare la mostra
“Bizantini” e ad andare ad ascoltare le splendide voci del coro bizantino.