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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

mercoledì 29 agosto 2018

FELICITA'


La felicità come diritto.
Il 4 luglio 1776, al Congresso di Filadelfia, venne approvata ufficialmente l’Indipendenza delle 13 colonie inglesi dalla Gran Bretagna, dando – così – origine agli Stati Uniti d’America.  Il documento (la Dichiarazione d’Indipendenza, appunto)  che rese possibile questo evento storico tanto importante fu redatto dalla cosiddetta commissione dei cinque, composta da Thomas Jefferson,  John Adams, Benjamin Franklin, Roger Sherman e Robert R. Livingston. La Dichiarazione contiene parole semplici, all’apparenza, ma dotate di una forza e di una potenza straordinarie; una di queste parole è: Felicità. Scritta con la F maiuscola.
“[…]all Men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty, and the pursuit of Happiness”.
“[…] tutti gli Uomini sono creati eguali; [che] essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili Diritti, [che] tra questi [Diritti] vi sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”.
Ogni individuo è  stato creato, è creato e sarà creato con un bagaglio innato di diritti composto dal diritto alla vita, da quello alla libertà e da quello alla ricerca della felicità. Tre valori posti sullo stesso piano e a cui viene attribuita pari importanza. Gli ingredienti del potere sono, dunque, questi e tutti li posseggono. Nessuno rimane escluso, nessuno dovrebbe rimanerne escluso. Perché, allora, la maggior parte degli esseri umani avverte costanti minacce alla propria Vita, ha barattato la propria Libertà con una promessa di sicurezza e ha rinunciato a cercare la Felicità individuale per accontentarsi di ciò che altri hanno deciso di concederle?
“Fu in quel momento che cominciai a pensare a Thomas Jefferson e alla Dichiarazione d’Indipendenza… quando parla del Diritto che abbiamo alla Vita, Libertà e Ricerca della Felicità. E ricordo di aver pensato: come sapeva di dover usare la parola “Ricerca”? Perché la Felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che forse non riusciremo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo… Come faceva a saperlo?” Cit. tratta dal film del 2006 “La Ricerca della Felicità” (“The Pursuit of Happyness”), diretto da Gabriele Muccino.
Il film, ispirato alla vita dell’imprenditore milionario Chris Gardner, è – invece - la dimostrazione che la Felicità non è solo rincorribile, ma anche raggiungibile! Tanti ce l’hanno fatta e molti, tra coloro che l’hanno raggiunta, si sono presi la briga di mettere a nostra disposizione la loro esperienza. Perché la Felicità non è UN argomento, ma L’argomento per eccellenza; è la cosa che ci accomuna tutti, e tutti ne hanno diritto. La sua Ricerca è il motore che manda avanti le nostre vite e poiché quello alla Vita è un altro inalienabile diritto, possiamo dedurre che ognuno di noi è autorizzato a cercare di vivere una vita felice. Ovviamente non si deve impedire od ostacolare la Ricerca altrui, in alcun modo.

Detto questo, auguro a tutti voi  Buona Ricerca!




Riflessioni personali su un argomento spinoso...


Morte.

Sul significato di questo termine (bello, tra l’altro vedere la parola “morte” accanto alla parola “termine”) il genere umano si divide in due macro-categorie: la prima è quella di coloro che vedono l’uomo come fosse una macchina, costituita da un corpo, tenuta in vita da un motore (il cuore) e guidata da un computer di bordo (il cervello). Spentosi  il motore, non c’è più nulla da fare, secondo il loro punto di vista. Vorrei che queste persone mi spiegassero l’origine della personalità, del carattere, dei sentimenti, dei ricordi (magari di vite precedenti), delle percezioni extrasensoriali e – perché no? – del pensiero, ma senza tirare in ballo ormoni, neuroni o sinapsi…
La seconda categoria, invece, crede che nel corpo ci sia un’anima che continuerà a vivere anche dopo la morte del suddetto corpo.
Per i primi avrei un suggerimento non tanto perché cambino idea, ma perché possano valutare anche un’altra prospettiva: perché non provate a vedere la morte come un naturale passaggio di stato anziché come la cessazione della vita? Il corpo potrebbe essere un vestito, in fin dei conti, un utilissimo “abito” che traduce all’esterno ciò che abbiamo all’interno.
La morte non è soltanto lo smettere di battere da parte del cuore; non avviene soltanto perché sangue e, di conseguenza, ossigeno non arrivano più al cervello; non è solo lo spegnersi dei sensi. La morte è anche il periodico ricambio cellulare (attenzione: delle cellule, non del telefonino);  morte vuol dire anche cambiamento: moriamo ogni volta che subiamo una sconfitta, otteniamo una vittoria o affrontiamo una perdita (che può essere anche di una parte di noi); morte significa anche cessazione della ricerca, del desiderio di scoperta, ovvero l’abbandono della volontà.
Pochi esempi, questi, che ci possono invitare a pensare che la morte si verifica ogni giorno nelle nostre vite, anche se spesso non ce ne accorgiamo perché è il frutto di passaggi graduali. Piccoli cambiamenti di stato che mutano il nostro essere. Prendendo per vero questo semplice presupposto per cui è naturale morire ogni giorno, va da sé che ognuno di noi è anche in grado di rinascere ogni giorno o, comunque, ogni volta che lo desidera.
Certo è che la morte fa paura. Abbiamo paura che sopraggiunga troppo presto e ci impedisca di realizzare i nostri sogni; abbiamo paura di soffrire o di creare sofferenza ai nostri cari; abbiamo paura di cosa ci attende dall’altra parte, se qualcosa dall’altra parte c’è… Allora mi piace pensare che si tratti davvero di un passaggio di stato, magari di un ritorno alla nostra vera natura, al nostro stato originario. E mi chiedo: “Se fossimo sempre noi?” Voglio dire: pensate se i sette miliardi di individui che abitano il pianeta Terra fossero, in realtà, sempre le stesse persone che si re-incarnano in corpi ogni volta differenti… Se così fosse, per quale motivo, ad ogni re-incarnazione, dimentichiamo tutto? Forse per avere la possibilità e l’opportunità di vivere ogni vita senza portarci dietro la zavorra di antichi retaggi, errori commessi, sensi di colpa, rimorsi o rimpianti di qualsivoglia natura? O forse, come nel mito di Er, al momento di “ritornare” beviamo l’acqua del fiume Amelete?
 Chissà… Forse tutti gli spermatozoi con i quali, quando sono stata concepita, ho gareggiato per venire al mondo erano tutti me e qualunque di loro avesse “vinto” la corsa per la vita sarebbe diventato me. E’ inquietante, ma  possibile.
Chissà se nasciamo liberi di fare davvero ciò che vogliamo o se abbiamo una missione da compiere, un Destino già segnato. E chissà se quel Destino lo abbiamo pianificato noi stessi, prima di venire “giù” o se lo ha fatto Qualcun altro per conto nostro.
Chissà…

martedì 14 agosto 2018

Riflessioni su "Robinson Crusoe" di Daniel Defoe, Giunti.


L’hanno cercata tutti, in ogni epoca. E’ una sorta di Terra Promessa, un’Isola del Tesoro, un’Isola che non c’è. La Felicità, quella con la “F” maiuscola, ha avuto molti nomi, soprattutto nella letteratura. Ma essa non è un luogo fisico, una realtà fuori di noi: essa è qualcosa dentro di noi. La Felicità non è un luogo che non c’è perché, altrimenti, non sarebbe raggiungibile, ma un “luogo-non-luogo”; non è un’ora, un minuto, un giorno, ma un “momento-senza-tempo”, un istante che esula dalle nostre misurazioni temporali: può durare un attimo oppure a lungo, ma è più probabile che in un solo attimo ci sembri di aver vissuto una vita intera e – viceversa – in una vita fatta di tanti momenti felici ci sembri di aver vissuto un solo istante. La Felicità è una percezione, un senso che – come tutti gli altri sensi – va sviluppato e, ancor prima di essere sviluppato, va coltivato con amore. Ognuno la trova in cose diverse: le persone felici sembrano tutte uguali – e forse lo sono davvero – ma quel che le distingue è il motivo della loro Felicità. Per trovarla, per provarla, occorre capire quali sono le cose a cui dare veramente importanza e quali quelle che ci illudono solamente.

“Alla vista del denaro sorrisi fra me e non potei trattenermi dall’esclamare ad alta voce: «Oh, illusione! A che cosa servi? Non vali niente, per me, niente: nemmeno la fatica di raccoglierti. Ha più valore uno di questi coltelli di tutto il gruzzolo che rappresenti: di te non saprei proprio che farmene. Rimani perciò lì dentro e finisci pure in fondo al mare: non sei cosa che meriti di essere salvata»”. (pag. 78)

“Ma che importanza aveva tutta questa roba? Per me aveva valore solo ciò che mi serviva”. (pag. 85)

“Insomma, riflettendo e meditando, avevo capito che la natura e l’esperienza mi davano questo insegnamento: che le buone cose di questo mondo sono tali solo se possono esserci utili, e che noi godiamo di tutto ciò che riusciamo ad accumulare, anche per farne parte agli altri, solo nella misura in cui possiamo usufruirne e non di più. Se si fosse trovato nella mia situazione, anche l’avaro più rapace e più avido del mondo sarebbe guarito dal suo male, perché avrebbe posseduto, come me, molto più del necessario. Non c’era nulla, infatti, che potessi desiderare se non quelle cose di cui sentivo la mancanza non per il loro valore intrinseco ma perché mi sarebbero state utili. Come ho detto prima, avevo un sacchetto di monete d’oro e d’argento, per circa trentasei sterline. Che cosa potevo mai farmene di quello sporco metallo che, ahimè, restava inutilmente chiuso nella sua custodia? Spesso pensavo che ne avrei dato volentieri una manciata per dodici dozzine di pipe o per un mulino a mano con cui macinare il grano. Che dico? L’avrei dato tutto per mezzo scellino di di semi di rapa e di carota inglesi o per un pugno di piselli e fagioli, e una boccetta d’inchiostro. Nella mia situazione attuale, quel denaro non mi procurava alcun vantaggio, non mi dava alcun sollievo; ammuffiva in una cassetta nell’umidità della grotta, durante la stagione delle piogge, e anche se la cassetta fosse stata piena di diamanti nulla sarebbe cambiato per me; neppure i diamanti avrebbero avuto qualche valore, perché non mi servivano a niente”. (pagine 185 e 186)

I desideri sono bisogni e di cosa può aver bisogno un uomo prigioniero di se stesso su un’isola deserta come Robinson Crusoe? Il denaro sicuramente non gli serve: per lui è un’illusione ed è, pertanto, inutile desiderare di possederlo. A Robinson mancano la compagnia, il contatto umano, alcuni cibi e bevande, attrezzi e utensili vari, il conforto nei momenti difficili. Scopre le sue più grandi paure, le guarda in faccia, le affronta e le vince. Con l’aiuto del tempo trasforma i rimpianti e i rimorsi in insegnanti e apprende, da loro, lezioni di vita essenziali. Trova la Fede, ne fa la propria principale fonte di conforto e si mette in discussione, continuamente. Comprende il vero significato del concetto di libertà e, insieme a lui, anche noi – leggendo la sua storia – arriviamo alla grande intuizione che spesso la prigionia è dentro di noi, nella nostra mente.
Con Robinson Crusoe si può intraprendere un cammino speciale che porta a trovare motivi di gioia autentica anche e soprattutto nelle piccole cose. E si arriva a constatare che quelle cose di cui gioiamo non sono poi tanto piccole, per noi… D’altronde la Felicità dipende in gran parte dall’appagamento di due diverse tipologie di bisogni: quelli del corpo e quelli della mente (o dell’anima, se preferite). Anche il filosofo greco Epicuro ne era fermamente convinto: la Felicità, quella vera, è data dal perfetto equilibrio di Benessere e Serenità. La buona salute fisica e la tranquillità mentale sono i mattoncini con cui costruire una vita felice. Ma questi due elementi contengono, a loro volta, numerosi consigli come quello – utilissimo – di seguire i sensi ogni volta che ci troviamo a dover prendere una decisione.
Quanti di noi sono ancora in grado di abbandonarsi alla meraviglia, allo stupore estatico e alla gratitudine? Quanti sanno ancora esprimere desideri autentici? E, di questi, quanti sanno fare dei desideri una “propulsione” per crescere e superare se stessi?
Una delle cose che possono colpire maggiormente il lettore è il “bilancio” che Robinson fa, ad un certo punto, della propria situazione: è una netta distinzione che vede i lati positivi da una parte e i lati negativi dall’altra; un modo per combattere lo scoraggiamento che inevitabilmente lo aveva colpito dopo l’approdo sull’isola. (pagine 89 e 90)

“[…] e vorrei che questo potesse servire come l’ammonimento, da parte di chi ha sperimentato la condizione più infelice del mondo, che anche in una congiuntura disagiata si può sempre scoprire, se ci mettiamo a cercare il bene e il male, qualcosa che ci conforta”. (pag. 91)

Robinson Crusoe è, dunque, una storia di ingegno, di coraggio, di speranza, ma anche di dolore, di solitudine, di sofferenza e di angoscia, nonché di bisogni e di soddisfazioni, di desideri e di paure, di gratitudine, di Fede e di Destino. E’ un libro in cui compare puntualmente la parola “Felicità” in tutte le sue declinazioni più “alte” (come la parola “Gioia”) e più “basse” (come la parola “Infelicità”). E’ un libro che narra il valore della vita e dei “segni” che Qualcosa o Qualcuno ci manda per condurci, giorno dopo giorno, proprio sulla strada della vita. Tutto dipende dall’uso che decidiamo di fare di quei “segni”: se li ascoltiamo e diamo loro retta andremo in una direzione, se non li ascoltiamo andremo in un’altra. Ogni cosa dipende dal punto di vista dell’osservatore e, che ci sia un Disegno Divino oppure no a guidare i nostri passi, poco importa: l’importante è vivere al meglio delle nostre possibilità e fare tesoro di ogni esperienza.



venerdì 15 giugno 2018

RIFLESSIONI PERSONALI SUL LIBRO "Parole O_Stili", a cura di Loredana Lipperini. Editori Laterza.



Su questo pianeta, così affollato, tante persone pensano di poter fare la differenza, tante sperano di poter fare la differenza, tante vogliono fare la differenza, mentre altrettante preferiscono rifugiarsi nell’indifferenza. La possibilità di raccontare e raccontarsi è, ormai, estesa a tutti (o a tanti), diffusa e accessibile, e ognuno sgomita per emergere, per far sentire la propria voce. Tanti (troppi, a dire il vero) non si curano delle conseguenze e adottano l’ormai vecchio e consolidato detto: “Non importa che se ne parli bene o che se ne parli male, perché l’importante è che se ne parli”. Presunzione, paura della solitudine, bisogno di attenzioni, desiderio di approvazione, senso di appartenenza, senso di giustizia, brama di potere/fama/gloria/notorietà… Sono svariate le motivazioni che spingono sempre più persone a dire la propria, soprattutto in rete. Le parole, d’altronde, stanno diventando i mezzi più potenti a nostra disposizione per comunicare. Le parole hanno surclassato perfino i silenzi e i gesti. Per questa ragione è - ora più che mai – necessaria un’“educazione” al linguaggio. E’ importantissimo prendersi cura delle parole, sceglierle e dosarle con attenzione, onestà e rispetto. Rispetto per le idee, per le persone e per le diversità. Nasce, così, il manifesto di Parole O_Stili.    [http://paroleostili.com/manifesto/]
1.    VIRTUALE E’ REALE.
Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.
“[…] basta un niente perché una parola diventi più dura di un sasso e un’invenzione qualcosa di più vero del bisogno di respirare”.  Tommaso Pincio, Il bianco e il nero.
Siamo costantemente pervasi dal bisogno (e dall’ansia) di postare in rete ogni istante della nostra vita. I Social sono inondati di immagini, slogan, pensieri, appelli, riflessioni e sfoghi. La maggior parte di noi vive più vite in contemporanea (una per ogni profilo) dedicando grande attenzione a ritoccare foto e a scegliere frasi ad effetto affinché ottengano visibilità e consensi. Invidiamo o facciamo il possibile per renderci oggetti d’invidia da parte degli altri. Puntiamo a far colpo, in ogni caso. Tanto c’è lo schermo pronto a proteggerci. Tanto siamo al sicuro dietro un cellulare, un computer o un tablet. Purtroppo non è così, non sempre, almeno. Ciò che definiamo “virtuale” ha, molto spesso, conseguenze reali. Ogni schermo dietro il quale ci rifugiamo è un’arma a doppio taglio: da una parte può conferire sicurezza, aiutare a farsi avanti, a lanciare idee, progetti, iniziative, pensieri, ma dall’altra può isolare, facendoci precipitare in una sorta di depressione da solitudine o – al contrario - donandoci l’illusione di essere intoccabili e facendoci cadere nel tranello dell’arroganza e della presunzione. Solo perché stiamo parlando ad una videocamera o solo perché stiamo scrivendo sulla bacheca di un Social non significa che siamo autorizzati ad esternare qualsiasi cosa ci passi per la mente e in qualsiasi modo ci venga voglia di farlo! Ogni operazione che decidiamo di svolgere (online o offline) ha delle conseguenze, più o meno grandi. Quando comunichiamo abbiamo sia diritti sia doveri: il diritto di dire la nostra opinione e il dovere di accollarci la responsabilità di ciò che comunichiamo e del modo in cui lo facciamo.
Tante persone covano grandi insicurezze, hanno paura o si vergognano a mostrarsi per quello che sono e si sforzano di mostrarsi come credono che gli altri li vogliano. I profili sui Social assomigliano sempre più a maschere pirandelliane: identità sempre meno genuine e sempre più costruite. Quel che dovremmo ricordarci è che non possiamo piacere a tutti e che – anche se viviamo nell’era dell’ “approvazione a tutti i costi” – ognuno ha il diritto e il dovere di mantenere la propria identità e la propria genuinità.
2.     SI E’ CIO’ CHE SI COMUNICA.
Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.
“La presunzione di essere decisivi, e finali, solo perché ci riteniamo così. Solo perché non troviamo noi, proprio noi: al centro costante delle nostre stesse vite, le parole giuste per raccontarci chi siamo”.
“Le parole; le parole che contano sono come proiettili d’argento sospesi a mezz’aria: rigorose soprattutto quando colpiscono il bersaglio, se sono nate per uccidere, o far uccidere: per morire loro stesse prima di raggiungere l’obiettivo, perché erano sfocate, sbagliate”. Giordano Meacci, Io sono il diavolo.
Scegliere le parole accuratamente non significa plasmare il nostro pensiero affinché si adegui a ciò che gli altri si aspettano da noi, ma dotare il nostro pensiero dell’ “abito” adatto (ovvero delle parole giuste) per mostrarlo in pubblico; vestirlo di chiarezza, semplicità, correttezza, autenticità, sincerità e buona educazione. Ciò che diciamo non può prescindere dal modo in cui lo esprimiamo, ma le idee devono mantenere/garantire l’autenticità del nostro pensiero. E’ necessario scegliere le parole giuste per rappresentare ciò che pensiamo e non plasmare il pensiero perché si adatti alle parole.  E’ facile cadere nelle contraddizioni e nell’incoerenza; è facile essere travisati, male interpretati, incompresi, equivocati, fraintesi, ed è proprio per questo che è indispensabile prestare la massima attenzione al modo in cui ci esprimiamo.

3.     LE PAROLE DANNO FORMA AL PENSIERO.
Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.
“[…] non riesce a scacciare via l’immagine della bambina che sorride schioccando la lingua e pronunciando parole prive di suono, tutte mentali, fatte del suono della mente. Lo scrittore si scuote a ogni sillaba: è impotente davanti alle parole, come qualunque scrittore. La mente è un web che preesisteva”. Giuseppe Genna, Gli ultimi giorni dell’umanità.
Quante volte ci è capitato di provare una sensazione o – addirittura – un sentimento e non trovare le parole per esprimerlo? Allora ci affanniamo a cercare il termine giusto, quello che più sia adatta al nostro sentire. In questo modo, senza che ce ne rendiamo conto, senza esserne consapevoli, mettiamo in ordine i pensieri. Come dicevo poc’anzi non si dovrebbe adattare il pensiero alle parole, bensì le parole al pensiero: questa pratica – però – è difficile da attuare in quanto, a volte, ci troviamo a fare i conti con una opprimente povertà di linguaggio che, inevitabilmente, ci fa scendere a compromessi. Come mai tanta penuria di termini? Le ragioni sono molteplici:
- Ogni lingua è dotata di un vocabolario che è in grado di esprimere molto bene alcuni concetti a discapito di altri;
- Ignoranza/insipienza e pigrizia;
- Il bisogno di sentirsi parte di un gruppo o di una comunità porta, a volte, le persone a usare solo alcuni vocaboli. Si vedono fiorire, in tali circostanze, espressioni gergali, dialettali o – addirittura – neologismi.

4.     PRIMA DI PARLARE BISOGNA ASCOLTARE.
Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.
“ - Senta, ho l’impressione che questa telefonata sia cominciata proprio male.
  - Se non le ho ancora detto perché l’ho chiamata.
  - Se le dicessi che non m’interessa saperlo?
  - Le risponderei che sta facendo un grandissimo errore, perché se mi ascolta capirà che quello che voglio dirle è prezioso”.
“Lei non regge il confronto dialettico, la disturba essere contrariato perché pensa di essere al di sopra del dibattito”. Diego De Silva, Lievitazione.
“Nessuno ha la verità in tasca”, come si suol dire. C’è sempre da imparare perché ognuno di noi è sia maestro sia allievo e se ci fermassimo alla prima risposta che riteniamo valida (di solito, la nostra) smetteremmo di crescere come individui e inizieremmo a morire dentro. E’ cruciale mantenere vivo l’intelletto per non farsi ingabbiare in schemi di pensiero limitanti e inamovibili. Per essere pronti al dialogo non basta mettere in discussione: bisognerebbe, innanzitutto, metterSI in discussione. Ci saranno occasioni in cui ci batteremo per difendere un’idea o un’ideale che riteniamo particolarmente valido e volte in cui ci sentiremo in disaccordo con i pareri degli altri: quando si esprime un pensiero ad un pubblico è naturale che quel pubblico si senta in diritto di dire la propria, di controbattere, di approvare o – al contrario – di confutare quel pensiero. L’importante è ascoltare. Prima e dopo. Pregiudizi e preconcetti sono come i paraocchi per i cavalli: ci impediscono di vedere più di quanto potremmo. Al contrario essere aperti e disponibili al confronto è un buon modo per accorgersi del mondo circostante, delle alternative, delle sfumature, delle opportunità e delle possibilità che abbiamo intorno. Arroccarsi sui propri principi, abbarbicarsi ai propri schemi di pensiero non permette di crescere mentalmente/intellettualmente e spiana il terreno all’ottusità; e quest’ultima è spesso foriera di cinismo, ipocrisia, arroganza e antipatia. Cambiare idea, al contrario, non è segno di debolezza mentale, bensì di apertura, elasticità e intelligenza. Condannare o etichettare qualcuno - o addirittura noi stessi – perché si è cambiata l’opinione su qualcosa è insensato. Resta il fatto che imparare a pensare – ognuno con la propria testa – è indispensabile. Anche prendere in considerazione le idee di qualcun altro o persino farle proprie va benissimo, purché lo si faccia scientemente e senza condizionamenti o forzature dovute ad una nostra incapacità di criticare. A questo proposito è bene spendere qualche parola sul significato del termine “criticare”. Letteralmente corrisponde a questa definizione: attività del pensiero impegnata nell'interpretazione e nella valutazione del fatto o del documento storico o estetico o delle stesse funzioni e contenuti dello spirito umano, dal punto di vista gnoseologico e morale. Nel linguaggio corrente, tutto questo si è contratto assumendo il significato di “biasimo” e “censura”. Dove sono finite le attività di pensiero e di discernimento?
5.     LE PAROLE SONO UN PONTE.
Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.
“Aspettavo che si addormentasse per affrontare l’i-Phone, il migliore amico mutato in serpente a sonagli”. Helena Janeczek, Castelli e ponti.
Le parole sono – unitamente al linguaggio corporeo (comunicazione non verbale) e ai silenzi – il nostro più potente mezzo di comunicazione, ma hanno un grande difetto: quando sono scritte, non sempre riescono ad esprimere il “tono”. Un’affermazione neutra può facilmente essere percepita come offensiva, l’ironia può essere avvertita come sarcasmo o una battuta che voleva essere amichevole può – in alcuni casi – essere scambiata per scherno o insulto. Per limitare le conseguenze di questo problema spesso facciamo uso delle emoticon, ma non possiamo affidarci sempre e soltanto ad esse. Sfidiamo la pigrizia e iniziamo a curare il nostro vocabolario, la nostra proprietà di linguaggio e sforziamoci di analizzare e scegliere con cura le parole: questa pratica richiederà tempo e impegno, ma solo in questo modo potremo davvero costruire e intrecciare relazioni solide basate sul dialogo sincero, sulla comprensione e sul rispetto.
6.     LE PAROLE HANNO CONSEGUENZE.
So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.
“Non c’è niente di sexy nell’ordine. […] Che idiozia scrivere un post del genere. Ma come le è venuto in mente?” Alessandra Sarchi, Estensioni.
Le parole sono una forma di contatto e hanno un peso specifico che si misura valutando l’impatto che esse– di volta in volta – potrebbero avere all’interno di una conversazione. Le parole ci mettono in collegamento coi pensieri degli altri e dobbiamo prendere coscienza del fatto che – a seconda di come vengono utilizzate – possono influenzare, ferire o, al contrario, lenire. Con le parole esprimiamo i pensieri che albergano nella nostra mente ed esterniamo i sentimenti che campeggiano nel nostro cuore. Palesiamo opinioni e giudizi che – per loro natura – sono estremamente pericolosi. Per noi e per gli altri. Esprimendo a parole ciò che sentiamo, ci esponiamo.
Sempre più spesso possiamo assistere o – Dio non voglia – essere vittime del cosiddetto cyber-bullismo, ovvero quella forma di violenza virtuale che ha le stesse conseguenze (se non conseguenze peggiori) della violenza fisica. Minare la psiche delle persone è molo semplice; fare leva sui punti deboli degli altri è crudele e abominevole. Siamo tutti vulnerabili - in rete e non solo - ancora una volta per quell’ambivalenza propria della tecnologia, la quale è in grado di conferire un grande potere a chi la sa sfruttare, ma che – allo stesso tempo – non è in grado di proteggere i più deboli. E’ assolutamente necessario educare al rispetto.
7.     CONDIVIDERE E’ UNA RESPONSABILITA’.
Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.
“Nessuno di loro immaginava che ciò che stavano facendo, diffondendo una notizia falsa, era inserire dei proiettili veri dentro un fucile vero che un uomo vero avrebbe imbracciato la mattina del 4 dicembre”. Fabio Geda, Pizzagate.
Ci sono tantissime persone che commentano i post in rete senza averli letti nella loro interezza; persone che mettono il “Mi piace”/”Non mi piace” prima di aver visto un video (o senza averlo visto) andando sulla fiducia o – al contrario – lasciandosi prendere la mano dal pregiudizio. Poi ci sono persone che condividono/divulgano informazioni senza averle minimamente comprese o senza essersi assicurati che corrispondessero alla realtà dei fatti. Spesso (non sempre, per fortuna) l’immediatezza, la brevità e l’impatto visivo “vincono” sull’approfondimento e sull’argomentazione. Le immagini ottengono maggior successo rispetto alle parole e le frasi brevi e concise fanno a pugni con gli articoli composti da più di due o tre righe. Tutto è studiato per attirare l’attenzione, per colpire. La fretta e la pigrizia si sposano con la superficialità e la conseguenza è il dilagare delle fake-news (= notizie false).
Il più delle volte non ci rendiamo conto delle responsabilità di cui siamo investiti nel momento in cui decidiamo di  condividere/divulgare una notizia o un’informazione di qualsiasi tipo: possiamo contribuire al successo o all’insuccesso di un evento, di una persona, di un’idea o di un’attività; possiamo difendere e scagionare  oppure screditare; favorire o sfavorire le vendite di determinati prodotti; diffondere panico e allarmismi o – al contrario – minimizzare o sminuire la gravità di certi accadimenti; possiamo calunniare e diffamare e – in casi estremi – istigare al suicidio  o all’omicidio. Sottovalutando le nostre potenzialità sottovalutiamo anche le nostre responsabilità e questo non è ammissibile!
8.     LE IDEE SI POSSONO DISCUTERE. LE PERSONE SI DEVONO RISPETTARE.
Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.
“[…] possiamo discutere senza litigare”. Nadia Terranova, La felicità sconosciuta.
“Il mondo è bello perché è vario”, si dice. Eppure vediamo nemici ovunque, temiamo la concorrenza, siamo terrorizzati che gli altri facciano crollare le nostre certezze come castelli di carte, ma dovremmo imparare che difendere le nostre opinioni non significa prevaricare le idee degli altri. E’ molto meglio considerare la diversità una ricchezza piuttosto che una minaccia!
9.     GLI INSULTI NON SONO ARGOMENTI.
Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.
“Solo se riconosciamo la violenza possiamo contrastarla”. Christian Raimo, Bifida.
Ormai è un must: attacchiamo prima di essere attaccati per paura di non avere modo di difenderci, ma l’attacco non è la miglior difesa!
La violenza verbale non è una prerogativa dei forti, semmai una corazza dei deboli, intendendo con “deboli” coloro che sono vittime dell’insicurezza e della paura. Queste ultime, infatti, possono manifestarsi in molti modi: c’è chi attua un attacco preventivo e chi s’immobilizza; c’è chi aggredisce verbalmente e chi si sente morire le parole in gola. Ricordiamoci che si possono avere tutte le ragioni di questo mondo e tutte le prove a proprio favore, ma usare queste cose nella maniera sbagliata conduce inevitabilmente dalla parte del torto. Quello che prevede la violenza come argomentazione non si può chiamare ragionamento!
E’ un’utopia estirpare la rabbia e l’indignazione dalle nostre vite, ma sfogarle attraverso gli insulti e l’aggressività (per difendere o per attaccare), difficilmente porta a lieti epiloghi… E’ meglio favorire il dialogo, la critica costruttiva, lo scambio di idee, piuttosto che ingaggiare attaglia a suon di insulti.
10.                        ANCHE IL SILENZIO COMUNICA.
Quando la scelta migliore è tacere, taccio.
“Ora c’è il tempo per trovare le parole, per fare quel silenzio, dentro, che occorre per far nascere immagini, pensieri, visioni nuove, soluzioni, la calma che ti serve per ricominciare a correre, insieme agli altri”. Simona Vinci, Dead End.
A volte la cosa più saggia che si possa fare è esprimere la propria opinione mantenendo il silenzio. Effettuare una “disintossicazione” dalle parole, all’occorrenza, è utile e sicuramente preferibile all’aprire la bocca a casaccio, soltanto per il gusto di dire qualcosa.

Un libro prezioso.

Lascio qui sotto il link, per tutti coloro che vorranno approfondire il progetto di Parole O_Stili:

 http://paroleostili.com/