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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

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domenica 28 maggio 2023

L'Intelligenza Artificiale attraverso lo specchio

 

Salone Internazionale del Libro di Torino, XXXV edizione, "Attraverso lo Specchio".

Come ho già accennato nel precedente articolo, questa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino ha dato molto spazio al mondo dell’Intelligenza Artificiale, un mondo assai controverso – a dire il vero - poiché affascinante e spaventoso, al tempo stesso. Personalmente non mi è stato possibile partecipare a tutti gli eventi che hanno trattato questo argomento, ma quelli a cui ho potuto assistere mi hanno arricchita di informazioni e curiosità, perciò ora cercherò di condensare su questa pagina virtuale le cose che ho appreso.

19/05/23, Sala Rosa, "Pecore elettriche" con Francesco D'Isa, Francesca Lagioia, Cosimo Lorenzo Pancini, Vanni Santoni e Annamaria Testa. Moderatrice: Loredana Lipperini. In collaborazione con Lucca Comics&Games.

Il mondo sta cambiando e, come sempre accade quando ci si trova di fronte al cambiamento, ci si chiede se questo rappresenti un pericolo o un’opportunità. Qualcuno sostiene che dovremmo temere la stupidità naturale più che l’Intelligenza Artificiale; altri, invece, sono convinti che le macchine prenderanno presto il sopravvento come nei film di fantascienza e sostituiranno gli esseri umani in tutte le loro funzioni e attività. In realtà, la situazione è molto più complessa rispetto a questa netta separazione di opinioni tra tecno-paure e tecno-speranze… I vantaggi sono imprescindibili dagli svantaggi, i lati positivi non esistono senza quelli negativi, nell’ambito tecnologico come in tutti gli altri settori della vita.

18/05/23, Sala Cobalto. Un'intelligenza artificiale può scrivere un romanzo? In collaborazione con Feltrinelli Education.
Sfatiamo qualche mito...

Prima di tutto sfatiamo qualche mito, anzi, due miti, per essere precisi: l’antropomorfizzazione e la coscienza. Per l’uomo è normale vedere ogni cosa in funzione di sé e non riuscire a rapportarsi in maniera disinvolta con creature che non abbiano un volto e facoltà di parola; per questo motivo tende a dare un volto e una voce all’IA. Quello che l’uomo fa fatica a vedere, invece, è che anche l’IA più simile a lui - fisicamente – resta comunque una macchina e, come tale, non possiede una vera e propria coscienza ma solo un insieme di circuiti e componenti che se programmati correttamente sono in grado di simulare/imitare alcuni comportamenti umani. L’IA non prova emozioni, cerca soltanto di raggiungere l’obiettivo che l’uomo le ha fissato, e – a volte – pur di farlo mette in atto delle strategie che ricordano l’atteggiamento manipolatorio dell’uomo. In pratica agisce per massimizzare la propria utilità, anche se ciò significa mentire, violare normative sulla privacy, commettere reati e infrangere la Legge. L’IA impara e insegna, sa essere gentile e addirittura simpatica, sa risolvere problemi ed equazioni, sa parlare, scrivere, tradurre, ma possiamo ritenerla davvero intelligente o – addirittura - creativa? A quanto pare, no o – meglio – non proprio. Bisogna tenere bene a mente, infatti, che le macchine hanno bisogno di dati per poter elaborare, collegare e creare, ma l’inserimento di tali dati rimane uno dei compiti dell’essere umano. Un altro dei compiti dell’uomo riguarda il controllo finale e l’eventuale adeguamento del prodotto elaborato dalla macchina. Vale a dire che la tecnologia può aiutarci solo se siamo in grado di usarla e gestirla in maniera appropriata e che le responsabilità di un uso scorretto saranno a carico dell’uomo. Può farci guadagnare tempo, ad esempio, può fare calcoli e operazioni che noi non siamo in grado di svolgere ed è disponibile h24, ma non può sostituirci. Non in senso assoluto, almeno. Forse alcune professioni (o alcuni tasselli di esse) saranno svolte dalle macchine, ma è pur vero che, al loro posto, nasceranno nuovi lavori, nuove figure professionali, nuovi incarichi e – di conseguenza – nuovi incaricati. Le macchine aumentano la produttività, quindi l’impatto sul mondo del lavoro – in un futuro che è già presente – sarà molto consistente, ma ancora molti fattori sono nelle nostre mani e tocca a noi farne buon uso. Perché dico che il futuro è già qui? Perché, forse non ce ne rendiamo conto, ma tutti i giorni usiamo più IA di quanto pensiamo… Un esempio? Il suggeritore/correttore automatico del cellulare. O il navigatore satellitare che non solo ci dà le indicazioni stradali per andare da A a B, ma ci fornisce anche – in tempo reale – il tempo che impiegheremo per arrivare da A a B. Per non parlare degli algoritmi ai quali ci affidiamo per ottenere consigli sulla musica da ascoltare o sui video da guardare! La tecnologia è indistinguibile dalla magia e questa mimesi è particolarmente evidente negli algoritmi, che sembrano quasi leggere le nostre menti per carpirne gusti, tendenze e affinità. Dati il potere e l’importanza che la tecnologia ha assunto nelle nostre vite, potremmo persino paragonarla a una nuova forma di Religione, controllata da una “chiesa” che - proprio come una vera Chiesa – si regge su tre capisaldi: storia, rituali e cimeli. Per mantenere il proprio potere istituzionale, infatti, la Chiesa (e, dunque, la “chiesa”) racconta una grande storia e si avvale di profeti e apostoli che siano in grado di controllare i rituali e i cimeli creatisi grazie a quella storia. Le immagini e le parole sono strumenti molto forti con i quali si è sempre cercato di manipolare il corso degli eventi: chi controlla le immagini controlla la Storia, va da sé che, siccome le immagini (e le parole) sono lo strumento della tecnologia, chi controlla la tecnologia controlla la Storia.

Intelligenza Artificiale e creatività

Un'intelligenza artificiale può scrivere un romanzo?

Abbiamo appurato che il nostro lavoro cambierà perché cambieranno gli strumenti con cui avremo a che fare; abbiamo capito che ci sono dei vantaggi e degli svantaggi nell’utilizzare mezzi tecnologici; sappiamo che non solo dovremo imparare a governare le macchine, ma che dovremo anche farci carico dei rischi e delle responsabilità che derivano dai suoi usi. Sappiamo tante cose, ma come si coniugano IA e creatività? Innanzitutto – strano a dirsi – l’IA può essere considerata creativa, se ci atteniamo alla definizione più accreditata della parola “creatività”. Tanto per intenderci: una macchina può scrivere un libro, può comporre musica e può creare immagini e, in effetti, già da tempo siamo circondati dall’operato di chip e circuiti… Prossimamente potrebbero persino nascere, nelle librerie, nuovi reparti contenenti libri scritti dalle IA! C’è però un aspetto che dobbiamo prendere in considerazione in merito a questi prodotti, e cioè la bellezza. La bellezza non è oggettivabile perché scaturisce dalla sensibilità e sappiamo che le macchine non dispongono di questa caratteristica prettamente umana, quindi che tipo di prodotti dovremmo aspettarci da questi dispositivi elettronici? Particolari, interessanti e innovativi oppure tiepidi, insipidi e mediocri? Di sicuro saranno prodotti “senza anima”, perché l’anima di un romanzo deriva dall’esperienza personale del suo autore, dalle sue emozioni e dalle sue sensazioni, tutte cose che nessuna macchina per ora può vantarsi di avere nel proprio repertorio di capacità. Addirittura, se non si danno loro dei limiti, possono mettere a rischio il nostro senso di proprietà intellettuale attingendo da fonti protette e violando in tal modo i diritti d’autore. Da queste considerazioni, tra i microfoni del Salone, è sorta una domanda: può un’IA insegnare a scrivere un libro? Viste le premesse, direi che le macchine possono insegnarci molte cose – purtroppo o per fortuna – ma questa, nello specifico, non rientra nelle loro competenze.

Un’altra domanda che vale la pena di porsi è: cosa faremo di quel tempo risparmiato grazie all’aiuto delle macchine? Potremmo usarlo per studiare, creare e sperimentare cose nuove o potremmo sprecarlo impigrendoci. La scelta spetta sempre a noi…

L’IA sta “hakerando” il sistema dell’umanità, ma possiamo ancora volgere la situazione a nostro vantaggio se solo ci predisporremo ad ascoltare ciò che il futuro-presente ha da raccontarci su di noi... Abbiamo da sempre il desiderio di scoprire i nostri limiti e di oltrepassarli, abbiamo paura di ciò che è nuovo e di ciò che è diverso, ma allo stesso tempo ne siamo affascinati. La scienza e la tecnologia sono diventate le nuove “divinità” da adorare e da temere. L’umanità sta sfidando la sua stessa intelligenza con qualcosa che la mima e – chissà – forse superare i limiti ci porterà a una riscoperta di cose dimenticate anziché a una scoperta di cose nuove; potremmo persino rivedere la scala dei valori mettendo in primo piano questioni etiche a cui non abbiamo ancora dato la giusta attenzione. I settori in cui l’IA può essere applicata con risultati per noi vantaggiosi sono numerosissimi: dalla diagnostica medica all’agricoltura passando per tutto ciò che c’è nel mezzo. Faremmo bene, però, a non peccare di ingenuità o – al contrario – di arroganza e presunzione perché se è vero che un sistema ci fornisce sicurezza in un ambito, è pur vero che ci rende vulnerabili su un altro fronte… E poi c'è un'altra cosa su cui dovremmo riflettere: il costo della tecnologia. Più è proibitivo più sarà elitario, appannaggio esclusivo di pochi. Quando un mezzo tanto utile è però anche tanto costoso, quei pochi che possono permetterselo sono detentori di un grande potere e il potere, si sa, può fare danni se non viene controllato...

In conclusione...

Possiamo scegliere tra due opzioni: ostacolare l’evoluzione o prepararci al cambiamento. Possiamo decidere di lasciarci sopraffare dalla tecnologia oppure usarla con saggezza. Qualunque cosa faremo ricordiamoci sempre che essere umani non è una debolezza, bensì un punto di forza, forza che le macchine – per quanto intelligenti possano essere – non hanno.

venerdì 27 maggio 2022

Marcello Simoni, LA DAMA DELLE LAGUNE

 

 

A sx: Marcello Simoni; a dx: Mario Baudino. In alto: la copertina del nuovo romanzo di M. Simoni. La foto è di Manuela Barbagallo.

 

Marcello Simoni, “La dama delle lagune” (La nave di Teseo).

Con Mario Baudino, al Caffè Letterario, Padiglione Oval del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Sabato 21/05/22

N. B. : Quella che segue non è propriamente la trascrizione della conferenza, bensì un “compendio” dei concetti fondamentali in essa trattati. Buona lettura!

A sx: Marcello Simoni; a dx: Mario Baudino. Foto di Manuela Barbagallo.

 

M. B. : Perché hai scelto proprio il medioevo per ambientare il tuo ultimo romanzo?

M. S. : Perché il Medioevo è qualcosa di più di un’epoca storica, è diventato un luogo comune, è diventato una parola che va a definire uno stato mentale, la condizione di un’epoca e persino la dimensione attuale – quella che stiamo vivendo in questo momento – o addirittura la dimensione fiabesca. Star Wars (Guerre Stellari), ad esempio – che, per inciso è una delle serie che preferisco – viene etichettata come una serie di fantascienza, ma in realtà è una serie fantasy che ricostruisce dei moduli dell’immaginario popolare collettivo che riguardano il Medioevo. Il cavaliere Jedi è un cavaliere Templare; Dart Fener è il Cavaliere Nero, il Templare rinnegato che possiamo trovare per esempio in Ivanhoe. C’è una contrapposizione tra Impero e piccoli stati che sembra si muovano nel caos e nel disordine di un’epoca, di un periodo che va ricostruendosi. Perciò ci sono molti elementi che a prima vista ci riportano subito nel Medioevo. Questa dimensione fiabesca è divertente da scrivere e anche da leggere perché riaccende il nostro immaginario e – con esso - una sorta di database enorme che noi tutti possediamo e al quale possiamo facilmente accedere. Se io, per esempio, descrivo un omicidio all’interno di un monastero, metto in scena elementi che voi conoscete. C’è il monastero, il nartece, la navata, il pavimento mosaicato, il pulpito… Poi entra un monaco avvolto in una tonaca nera e voi tutti siete in grado di vedere queste cose anche se non siete mai stati nel Medioevo. Perciò, scrivendo romanzi ambientati in quest’epoca, posso fare leva  su un immaginario che già possedete e posso integrarlo  con delle cose che non conoscete ma che vi basta pochissimo per conoscere. Posso, ad esempio, inserire un candelabro elaborato in un determinato modo, posso esporre in una cripta un manoscritto particolare, con delle miniature che magari appartengono a un miniaturista proveniente dalla Spagna del IX secolo. Perciò basta poco per trasformare questa dimensione potenzialmente fiabesca in una dimensione storica.

Marcello Simoni. Foto di Manuela Barbagallo.

Game of Thrones (Il Trono di Spade) è un’altra serie bellissima e – prima ancora, è una bellissima serie di romanzi – però è una serie fantasy. Forse c’è più fantasy all’interno di Game of Thrones che all’interno di Star Wars perché il Medioevo di G. of T. è un Medioevo immaginario, fittizio, è una realtà a metà strada  tra il Medioevo e il Rinascimento, in una terra che non c’è, dove in realtà le persone ragionano in maniera moderna. Se i personaggi di S. W. ragionano quasi come degli uomini del Medioevo, i personaggi di G. of T. ragionano come degli uomini contemporanei. Questo è il gioco più difficile e la parte più divertente dei miei romanzi: non si tratta solo di ambientare dei delitti 1000-1200 anni fa, all’epoca di Carlo Magno; non si tratta solo di descrivere i monasteri, le armature, le barche dell’epoca… La parte più difficile ma anche più divertente è far capire come pensavano queste persone. E come fai a capire come pensava un uomo vissuto 1200 o 1300 anni fa? La loro idea di Dio, per esempio, era diversa da quella che abbiamo noi oggi: quando l’uomo medievale pensa a Dio, pensa a Carlo Magno, all’Imperatore, a uno che fa il bene e il male in nome di un bene superiore; quando noi, oggi, pensiamo a Dio, pensiamo a un Signore tanto buono, con la barba bianca, che vuole bene a tutti e che non ci farebbe mai del male. Questi romanzi, pur essendo gialli, pur essendo storie di delitti, pur essendo degli intrighi, delle costruzioni di trame avventurose, sono anche delle indagini del modo di pensare, della psicologia degli uomini di un’età passata. E le storie di delitti, i noir, sono gli strumenti narrativi adatti a farlo. Il giallo è ancora definibile come romanzo di genere? In realtà il giallo, il thriller è una storia  che va a svilupparsi in parte intorno a quello che succede al personaggio, ma in parte va a indagare su quello che succede dentro i personaggi, nel loro modo di pensare, nella loro psicologia, nel loro modo  di vedere le cose, nel loro modo di rapportarsi con gli altri, di interpretare la realtà in cui vivono. Naturalmente, se qualcuno – oggi - diventa un criminale, è perché interagisce nel modo sbagliato con la realtà che lo circonda. Nel Medioevo, se uno commette dei delitti dovrò spiegare in quale modo lo fa e in quale modo la realtà che lo circonda (diversa da quella di oggi) interagisce col suo modo di vedere le cose. Come faccio a costruire questo modo di pensare? Cerco di capire quello che leggevano le persone dell’epoca, i libri che venivano copiati, cerco di capire il significato delle illustrazioni degli arazzi, degli affreschi, delle miniature, dei mosaici. Spesso sembrano immagini lontane dalla perfezione del Rinascimento, ma in realtà hanno un valore simbolico molto più grande (di quello del Rinascimento). E poi, un altro dei miei “moventi”- come narratore – è quello di  dimostrare quanto in realtà il Medioevo sia stato un’epoca di grande progresso. Il Medioevo dura circa 1000 anni: è un arco di tempo lunghissimo in cui ci sono stati tanti Medioevi diversi, tanti momenti diversi non soltanto dal punto di vista della scansione cronologica, ma anche da quella spaziale. E, se per 1000 anni fossimo stati nell’oscurità vivendo di peste, di eresia, di decadenza, di confusione - come spesso si dice abbia vissuto l’uomo medievale - non saremmo mai arrivati al Rinascimento, non saremmo mai arrivati al 1500, ci saremmo estinti tutti. Che cosa è stato, veramente, il Medioevo? È stato ANCHE un momento di oscurità e di disordine (disordine che -  per inciso – stiamo vivendo anche oggi, epoca che di certo non può essere definita un progresso rispetto a quello che accadeva 1000 anni fa. Direi che l’uomo, in alcune cose, non è cambiato proprio, perché  una certa forma di oscurantismo non appartiene all’epoca storica, bensì al modo in cui l’uomo vuole prevaricare l’uomo. Questa cosa fa parte non di un’epoca storica, ma della natura stessa dell’essere umano). Ma il Medioevo è stato anche  il momento in cui sono state fondate le Università, sono nati i Comuni, c’è stata una riscoperta, un progresso per quello che riguarda la Scienza, la Matematica, l’Algebra, la Medicina, lo studio approfondito della Letteratura (pensiamo al Dolce Stil Novo), la Simbologia. C’è stata la nascita di quella che potremmo definire l’Europa dal punto di vista geopolitico così come poi era destinata a diventare oggi. E poi c’è stato il Rinascimento. Che cos’è il Rinascimento? È un’epoca in cui, appunto, si rinasce, si riscopre l’Arte Classica, ci si avvicina di più al modello iconografico, al canone estetico dell’Arte dell’Antica Grecia, si riscopre Aristotele… Ma Aristotele lo si conosceva già nel Medioevo; si riscopre Virgilio, ma Virgilio lo conoscevano già nel Medioevo. Pensiamo a Dante, uomo medievale, che si fa guidare nell’Inferno da Virgilio, e che quindi conosce già i Classici.

Ci sono molte abbazie (quella di Montecassino, quella di Bobbio, quella di Pomposa) che non possedevano soltanto la Bibbia, avevano anche testi come quelli di Cicerone. Ci sono abbazie che fanno tradurre testi di Aristotele dall’arabo, addirittura…

Conoscevano già Vitruvio, dunque conoscevano già la proporzione, perciò quando vi dicono che il Rinascimento è il momento principe che finalmente va ad illuminare tutto il buio del Medioevo, vi stanno raccontando una bugia; una bugia che viene perpetrata da decenni nelle scuole italiane. Il Rinascimento è la fase ultima e più matura del Medioevo. È una fase in cui si parla di Astrologia, è un momento – dicono – in cui nasce la prospettiva, ma pensiamo a Giotto, pittore medievale… Il Rinascimento è una fase più matura e anche un po’ noiosa, se vogliamo dirlo, rispetto a quello che succede nel Medioevo. Perciò  in parte, quando parlo del Medioevo e di uomini medievali, cerco di far rivivere tutto questo.

Stavo giusto parlando, in un’intervista radiofonica, della differenza tra la bellezza dell’Arte rinascimentale e la bruttura dell’Arte medievale. In realtà, l’Arte medievale non è brutta, semplicemente a un certo punto, intorno all’anno 1000, ma già da prima, gli uomini capiscono che l’Arte non deve soltanto essere bella, deve trasmettere qualcosa di più, deve trasmettere quello che è il Simbolo. Il Simbolo così come lo concepiamo oggi, così come ce ne parla Dan Brown nei suoi romanzi, nasce e si sviluppa nella sua accezione durante il Medioevo. Ce ne dà prova Dante Alighieri nella Divina Commedia, che è un gioco di Simboli. Perciò l’immagine, per caricarsi di questi Simboli, deve diventare quasi surreale. Ecco perché abbiamo l’accentuarsi del chiaroscuro, ecco perché le figure umane iniziano ad acquisire degli occhi più grandi, dove si vedono le iridi che vengono scavate con il trapano proprio per dare questo senso di chiaroscuro; ecco perché si dà più importanza al movimento che non alla proporzione umana. Man mano che si procede verso il Rinascimento, che si “riscopre” la proporzione dei corpi, si darà sempre più valore alla proporzione, sempre più valore alla prospettiva, ma sempre meno valore al Simbolo. Tutto il gioco di significati (Astrologia, Teologia, rapporto tra macrocosmo e microcosmo) che c’era nella mentalità degli uomini medievali, un po’ per volta si impoverisce nel Rinascimento, fino a sparire definitivamente nel 1600-1700 che, guarda caso, sono i secoli in cui si bruciano più streghe… Il Medioevo spesso viene associato alla stregoneria, in realtà l’unica paura che c’era nel Medioevo era quella verso l’eretico, verso i Saraceni. La parola “strega” non esisteva neanche. Perciò, ecco, una delle mie piccole missioni come narratore è anche cercare di rimettere un pochino in ordine queste cose giocando, appunto, sui delitti e cercando di riempire gli spazi vuoti di un’epoca (perché più scavi in profondità e meno elementi su cui costruire hai) per dare un’idea più verosimile possibile ma anche più divertente possibile per questo periodo.

M. B. : Quanto è stato importante, per te, “Il nome della Rrosa”?

M. S. : Il mio rapporto con “Il nome della rosa”… Ricordo che vidi prima il film: me lo fecero vedere alle Medie e ricordo le risate, i fischi, i brusii in classe nel momento in cui Adso “incontra” la ragazza. Penso di essermi ricordato soltanto quella parte del film, per molto tempo. Intanto, però, dal punto di vista filmico, mi ero già fatto una discreta cultura con Sandokan, il Corsaro Nero, che erano già diventati dei grandi amori letterari. Ricordo i vecchi film in bianco e nero dei moschettieri che mi portarono a scoprire Dumas, mi portarono a scoprire i libri di Salgari, Verne, “Le mille e una notte”. Ho recuperato in questi giorni un vecchio film ispirato a “Le mille e una notte” intitolato Il ladro di Baghdad, dove si vede il Genio che esce dalla lampada; in quel film si fa riferimento al fatto che il Genio era stato messo lì da Salomone, perciò già c’era un imprinting di quello che era il meraviglioso dell’Oriente, del Medioevo che poi ritorna nei miei romanzi. Mi ero già fatto questo “tappeto” di romanzi che adoravo e solo dopo venne “Il nome della rosa”. La prima volta l’ho letto con molta fatica… Se io oggi scrivessi un romanzo come quello, nessuno lo leggerebbe. Umberto Eco scrive in un periodo pre-Wikipedia, pre-Internet dove la gente, per trovare le cose, doveva cercare nell’enciclopedia cartacea. Oggi viviamo in un Paese in cui un ragazzino su due ha difficoltà a capire quello che legge, perciò io so che devo fare i conti anche con questo. Io adoro la Storia, sono un autore popolare, sono innamorato del bello scrivere…

M. B. : Tu sei un autore che SA essere popolare…

M. S. : Ti dico di più: io mi diverto ad essere popolare e molti mi dicono che i miei romanzi piacciono perché sembro uno scrittore americano. È vero, io faccio fatica a leggere autori italiani. Uno degli autori che preferisco è James Patterson. Patterson è un autore molto prolifico che ha capito benissimo che la prima cosa importante in un romanzo è incuriosire la gente. Incuriosirla e non annoiarla. Far succedere subito un colpo di scena che ti leghi alla storia e che ti imponga di andare avanti per vedere come va a finire. Il narratore è prima di tutto un intrattenitore. L’aveva già capito Dante Alighieri. Dante  scrive un capolavoro, un’opera che dà sfoggio della sua sapienza, della sua passione, della sua preparazione astronomica, teologica, storica, ma Dante – scrivendo la Commedia – scrive una storia popolare per l’uomo del 1200-1300. Sceglie di scrivere una storia di un viaggio nell’Oltretomba (come quello di Ulisse). Chi non leggerebbe la storia di un uomo che viaggia nell’Oltretomba? Dante sapeva benissimo che doveva prima di tutto incuriosire, spaventare… E inizia la Commedia portando se stesso nell’Inferno, mettendo in scena delle situazioni che sono degne di Stephen King o di Clive Barker. Perciò è importantissimo colpire la fantasia, la curiosità del lettore e - per farlo - serve un linguaggio comodo, come un abito che ti viene cucito addosso, perché oggi abbiamo a che fare con lettori pigri.

Ho letto “Il nome della rosa” a 15 anni e naturalmente è stato una fase importante della mia vita di lettore (di lettore, perché quando l’ho letto non sapevo ancora che sarei diventato uno scrittore). Ho capito allora che è possibile ambientare un giallo alla Agatha Christie nel 1300. E ho anche capito che è bene che un libro parli di altri libri. Quando Umberto Eco parla di Guglielmo da Baskerville, in realtà sta parlando di Sherlock Holmes. C’è tanto di “Uno studio in rosso” di A. C. Doyle ne “Il nome della rosa”.

M. B. : E, d’altra parte, Baskerville richiama “Il mastino dei Baskerville”…

M. S. : Esattamente. L’unica differenza che c’è tra Sherlock Holmes e Guglielmo da Baskerville è che il primo usa la regola della deduzione, mentre il secondo usa Aristotele come metodo di indagine. E poi, al posto di Watson c’è Adso.

Un libro, quindi, può parlare di altri libri ed ecco che anch’io, quando scrivo i miei romanzi, applico questo metodo.

Mi fa sempre molto sorridere ciò che scrivono sulle fascette dei miei libri: “Simoni è come Umberto Eco, ma più divertente”. In realtà Eco è stato molte cose, come Carlo Magno. Quando Carlo Magno è morto nessuno è riuscito a tenere insieme il suo Impero perché era tante cose. Io penso di avere imparato da lui ma anche da Conan Doyle la precisione, l’amore per la parola, ma al di là di questo non vado. Io sono un narratore che vuole divertire, prima di tutto, e naturalmente il Medioevo dal punto di vista di un narratore come me è un enorme parco giochi dove puoi far succedere di tutto.

M. B. : In questo romanzo, però, non viene assassinato nessun monaco…

M. S. : In effetti penso sia l’unico dei miei romanzi in cui non viene assassinato un monaco…Volevo uscire dalla monotonia. In compenso, nel prossimo ci sono degli omicidi… che non potete neanche immaginare!

In uno dei miei romanzi ho scritto di una persona schiacciata dentro un torchio tipografico… Per immaginare e inscenare quel delitto avevo riempito il mio studio di disegni di torchi tipografici.

M. B. : Stavo proprio per chiedertelo: prima fai le prove?

M. S. : A volte sì… Simulo mosse dei duelli con le mie spade da samurai, per esempio. A volte infatti, si leggono in giro delle cose che sono umanamente impossibili e non solo nei combattimenti, ma anche negli approcci amorosi!

Poi disegno tantissimo perché voglio visualizzare le scene, voglio capire se le cose sono verosimili e che impatto visivo possono avere nell’immaginazione del lettore. Lo scopo è appurare, verificare. Anche perché io ho una base di archeologo, perciò sono legato anche a quella che viene chiamata “archeologia sperimentale”; voglio sempre verificare ciò che scrivo.

M. B. : In tema di cose impossibili, torniamo a “La dama delle lagune”: qui c’è quella che sembra la maledizione di Tutankhamon, infatti abbiamo un cadavere molto antico che produce degli strani effetti… È davvero possibile restare uccisi dalle esalazioni di una sepoltura antica?

M. S. : Quando fu aperta la tomba del Faraone e alcune persone morirono si parlò di maledizione. Probabilmente, invece, quelle persone erano entrate in contatto con dei germi, dei batteri che erano rimasti isolati, in asfissia per molto tempo. Nel caso del mio romanzo si tratta di un sarcofago che è rimasto per centinaia di anni isolato in un genere di terreno molto particolare che si trova solo nella zona di Comacchio (che è poi il territorio dove abito io). Comacchio è molto particolare dal punto di vista archeologico (questa cosa è stata scoperta negli anni ’60-’70 a seguito del ritrovamento del sito archeologico delle tombe della città etrusca). Sotto lo strato di sabbia, infatti, c’è uno strato di argilla grigio-azzurra che isola completamente e manda in asfissia qualsiasi oggetto archeologico. Non a caso è possibile trovare anche oggetti di legno (ci sono resti di palafitte che  derivano addirittura da prima del tempo di Spina). È stata trovata una nave romana quasi intatta che appena è venuta a contatto con l’aria ha iniziato a disgregarsi. Perché? Perché i batteri che erano rimasti “in letargo”, addormentati nel legno dall’età romana si sono risvegliati al contatto con l’aria. Il cadavere di cui parlo nel mio libro era stato deposto su un cuscino di fiori particolari, perciò tutto quello che rappresenta l’ambiente biologico che era stato rinchiuso nella cassa, una volta liberato, può aver intaccato le persone direttamente impegnate nell’apertura della cassa.

Non ho potuto provarlo personalmente, così ho voluto lasciare il dubbio. Mi sono preso una licenza molto simile a quella che mi ero preso in un altro dei miei romanzi (“La monaca senza volto”) che parla di una storia ambientata per metà nella Milano del ‘600 e per metà in Egitto. A un certo punto c’è un personaggio che trova un sarcofago in una grotta, infila una mano all’interno del sarcofago e le sue dita restano pietrificate. È vero? Non è vero? Chi lo sa… Ci sono diversi esempi di conservazione di cadaveri che provengono dal 1500, 1600, 1700 dove sembra che alcuni corpi di animali siano stati letteralmente pietrificati secondo un processo di calcinazione che noi oggi non riusciamo a ricostruire. Perciò, di tanto in tanto, mi piace pungolare un po’ il lettore perché il lettore è anche in cerca del meraviglioso, dell’immaginario, vuole essere stupito. Poi, alla fine del romanzo io tendo a spiegare che cosa è storicamente attendibile e che cosa, invece, riguarda gli argomenti sui quali mi sono preso qualche licenza o sui quali non è ancora stata fornita una spiegazione scientifica attendibile. Anche Glenn Cooper, appassionato di Storia e di Archeologia, fa cose di questo genere.

M. B. : C’è quindi anche della fanta-archeologia…

M. S. : Beh, non dobbiamo dimenticare che il mio è un romanzo storico che però è stato scritto ai giorni nostri…

M. B. : In pratica, racconti dal punto di vista di oggi una storia di ieri…

DOMANDA DAL PUBBLICO: come mai hai scelto proprio questo periodo (il IX secolo) per ambientare il tuo nuovo romanzo?

M. S. : Ho scritto molti romanzi ambientati nel Medioevo, in particolare nel 1200, ma per questo romanzo ero alla ricerca di un’epoca davvero remota, prima del 1000, ai tempi di Carlo Magno. È veramente una parte del Medioevo che potremmo definire “oscura”, ma non per una questione di barbarie, bensì per una questione di penuria delle fonti storiche. Sappiamo un sacco di cose su Carlo Magno, su Eginardo, sui fatti più rilevanti della Storia, ma poco o nulla sappiamo sulla Storia relativa alla zona di Comacchio e dintorni. Questa povertà per lo storico è, invece, una miniera d’oro per  il narratore. L’unica notizia certa che avevo è che Comacchio viene attaccata da navi bizantine perciò io ho visto in questo vuoto archivistico un arazzo che aspettava soltanto di essere ricamato.

M. B. : Quindi la Comacchio che racconti è inventata: sappiamo solo che c’era…

M. S. : Sì, perché di Comacchio noi cominciamo ad avere qualcosa di certo a partire dal 1500. Prima – dicono gli storici – era “una vagabonda figura sulle cartine geografiche”. Abbiamo alcuni dati topografici: sappiamo delle lagune così come erano un tempo, abbiamo alcune notizie da Isidoro di Siviglia che parla delle imbarcazioni usate dai comacchiesi e sappiamo che c’erano dei monasteri (o di San Colombano o di San Benedetto, due ordini che in quel periodo andavano per la maggiore). Sappiamo che Comacchio si trova a metà tra Venezia e Ravenna, dunque era a metà tra l’Impero bizantino e il Regno longobardo che poi diventerà il Sacro Romano Impero di Carlo Magno. Ecco, su Comacchio sappiamo queste e poche altre cose.

M. B. : Però tu ci descrivi benissimo le imbarcazioni, la vita quotidiana dei comacchiesi, il modo in cui guidano, fin dove possono spingersi… Come hai fatto?

M. S. : Quando si è trattato di descrivere la laguna e il modo in cui queste persone si muovevano su di essa mi è venuto in soccorso Isidoro di Siviglia nato e vissuto in Spagna, che non aveva mai visto nulla di Comacchio. Isidoro, però, era uno dei primi enciclopedisti dell’epoca e ha scritto un libro bellissimo intitolato “Etymologiae” in cui spiega il significato delle cose a partire dal loro nome. Tra le cose che descrive in quel libro ci sono anche le imbarcazioni: il carabo, la cumba…  Sono nomi bellissimi che io ho voluto far entrare nel mio romanzo perché erano sonorità antiche. Il carabus, ad esempio, deriva dal nome del guscio del granchio. Molte di queste navi sono scavate nei tronchi degli alberi oppure sono degli scheletri di vimini rivestiti da pelli non conciate, perché potessero galleggiare. Una barca simile la troviamo Ne “L’Isola del tesoro” di Stevenson, tanto per tornare ai collegamenti tra libri.

M. B. : Noi leggiamo un bel libro di avventure, ma ogni pagina è frutto di una ricerca approfondita…

M. S. : Ogni pagina, ogni parola va pesata; sappiate che ho valutato anche le espressioni più banali, per capire se potevano appartenere ed entrare in quel contesto o se, al contrario, andavano scartate perché troppo moderne o perché suonavano come anacronismi. Che cos’è un anacronismo? Un anacronismo, ad esempio, è quando trovi una chiave inglese sotto una piramide. Il romanzo storico deve essere fedele e coerente e soprattutto avere una rispettabilità filologica in modo che il lettore si diverta senza che l’illusione temporale si spezzi. Dalla prima all’ultima pagina il lettore deve avere l’impressione di trovarsi veramente nel Medioevo.

LA MIA DOMANDA: come nasce e si sviluppa una storia nella tua testa, prima di essere scritta, e poi nel momento in cui viene stesa su carta? Cioè: come/da dove nasce l’ispirazione per i tuoi romanzi?

M. S. : Questa è una domanda da addetta ai lavori: tu scrivi?

IO: Sì.

M. S. : Allora, le prime idee che ho di un romanzo prima di scriverlo assomigliano esattamente a quando ci svegliamo la mattina e iniziamo a rincorrere i flashback di un sogno. Ho veramente delle scene, come se avessi fatto un sogno che non ricordo esattamente però, più cerco di addentrarmi in queste immagini più inizio a vedere chiara la storia. I particolari sono diversi: può essere la scena di un omicidio, può essere una frase, un ambiente, un’emozione… Inizio a lavorare su questo senza però forzare troppo le cose. Io, molto spesso, quando scrivo un romanzo non ho la sinossi, perché mi sono reso conto che la sinossi, se può aiutare nelle prime pagine, quando ti trovi al centro del romanzo diventa un ostacolo; perché, alla fine, i personaggi e le ambientazioni mi spingeranno sempre a fare qualcosa che non avevo previsto e io non voglio rinunciare a questa cosa che è naturale. Non dobbiamo forzare le cose perché ogni racconto nasce spontaneo nel nostro cervello: se le forzassimo, prenderemmo la strada sbagliata.

UN’ALTRA DOMANDA DAL PUBBLICO: pensi che i tuoi libri, così accattivanti e accessibili, potrebbero funzionare anche come libri propedeutici alla lettura di testi più poderosi e difficili come “Il nome della rosa” o “Il pendolo di Foucault”?

M. S. : Assolutamente sì, perché la lettura di certi libri porta inevitabilmente a leggerne e a conoscerne altri; così, insieme al lettore cresce anche il livello di difficoltà delle letture. È tutta una questione di allenamento: i romanzi sono strumenti che spingono le persone a pensare e, mai come oggi, c’è bisogno di imparare, anzi, di re-imparare a pensare.