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A sx: Marcello Simoni; a dx: Mario Baudino. In alto: la copertina del nuovo romanzo di M. Simoni. La foto è di Manuela Barbagallo.
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Marcello Simoni, “La
dama delle lagune” (La nave di Teseo).
Con Mario Baudino,
al Caffè Letterario, Padiglione Oval del Salone Internazionale del Libro di
Torino.
Sabato 21/05/22
N. B. : Quella che
segue non è propriamente la trascrizione della conferenza, bensì un “compendio”
dei concetti fondamentali in essa trattati. Buona lettura!
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A sx: Marcello Simoni; a dx: Mario Baudino. Foto di Manuela Barbagallo.
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M. B.
: Perché hai scelto proprio il medioevo per ambientare il tuo ultimo romanzo?
M. S. : Perché il
Medioevo è qualcosa di più di un’epoca storica, è diventato un luogo comune, è
diventato una parola che va a definire uno stato mentale, la condizione di
un’epoca e persino la dimensione attuale – quella che stiamo vivendo in questo
momento – o addirittura la dimensione fiabesca. Star Wars (Guerre Stellari), ad esempio – che, per inciso è una
delle serie che preferisco – viene etichettata come una serie di fantascienza,
ma in realtà è una serie fantasy che
ricostruisce dei moduli dell’immaginario popolare collettivo che riguardano il
Medioevo. Il cavaliere Jedi è un
cavaliere Templare; Dart Fener è il
Cavaliere Nero, il Templare rinnegato che possiamo trovare per esempio in Ivanhoe. C’è una contrapposizione tra
Impero e piccoli stati che sembra si muovano nel caos e nel disordine di
un’epoca, di un periodo che va ricostruendosi. Perciò ci sono molti elementi
che a prima vista ci riportano subito nel Medioevo. Questa dimensione fiabesca
è divertente da scrivere e anche da leggere perché riaccende il nostro
immaginario e – con esso - una sorta di database
enorme che noi tutti possediamo e al quale possiamo facilmente accedere. Se io,
per esempio, descrivo un omicidio all’interno di un monastero, metto in scena
elementi che voi conoscete. C’è il monastero, il nartece, la navata, il
pavimento mosaicato, il pulpito… Poi entra un monaco avvolto in una tonaca nera
e voi tutti siete in grado di vedere queste cose anche se non siete mai stati
nel Medioevo. Perciò, scrivendo romanzi ambientati in quest’epoca, posso fare
leva su un immaginario che già possedete
e posso integrarlo con delle cose che
non conoscete ma che vi basta pochissimo per conoscere. Posso, ad esempio,
inserire un candelabro elaborato in un determinato modo, posso esporre in una
cripta un manoscritto particolare, con delle miniature che magari appartengono
a un miniaturista proveniente dalla Spagna del IX secolo. Perciò basta poco per
trasformare questa dimensione potenzialmente fiabesca in una dimensione
storica. |
Marcello Simoni. Foto di Manuela Barbagallo.
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Game
of Thrones (Il Trono di Spade) è un’altra serie bellissima
e – prima ancora, è una bellissima serie di romanzi – però è una serie fantasy. Forse c’è più fantasy all’interno di Game of Thrones che all’interno di Star Wars perché il Medioevo di G. of T. è un Medioevo immaginario,
fittizio, è una realtà a metà strada tra
il Medioevo e il Rinascimento, in una terra che non c’è, dove in realtà le
persone ragionano in maniera moderna. Se i personaggi di S. W. ragionano quasi come degli uomini del Medioevo, i personaggi
di G. of T. ragionano come degli
uomini contemporanei. Questo è il gioco più difficile e la parte più divertente
dei miei romanzi: non si tratta solo di ambientare dei delitti 1000-1200 anni
fa, all’epoca di Carlo Magno; non si tratta solo di descrivere i monasteri, le
armature, le barche dell’epoca… La parte più difficile ma anche più divertente
è far capire come pensavano queste persone. E come fai a capire come pensava un
uomo vissuto 1200 o 1300 anni fa? La loro idea di Dio, per esempio, era diversa
da quella che abbiamo noi oggi: quando l’uomo medievale pensa a Dio, pensa a
Carlo Magno, all’Imperatore, a uno che fa il bene e il male in nome di un bene
superiore; quando noi, oggi, pensiamo a Dio, pensiamo a un Signore tanto buono,
con la barba bianca, che vuole bene a tutti e che non ci farebbe mai del male.
Questi romanzi, pur essendo gialli, pur essendo storie di delitti, pur essendo
degli intrighi, delle costruzioni di trame avventurose, sono anche delle
indagini del modo di pensare, della psicologia degli uomini di un’età passata.
E le storie di delitti, i noir, sono
gli strumenti narrativi adatti a farlo. Il giallo è ancora definibile come
romanzo di genere? In realtà il giallo, il thriller
è una storia che va a svilupparsi in
parte intorno a quello che succede al personaggio, ma in parte va a indagare su
quello che succede dentro i personaggi, nel loro modo di pensare, nella loro
psicologia, nel loro modo di vedere le
cose, nel loro modo di rapportarsi con gli altri, di interpretare la realtà in
cui vivono. Naturalmente, se qualcuno – oggi - diventa un criminale, è perché
interagisce nel modo sbagliato con la realtà che lo circonda. Nel Medioevo, se
uno commette dei delitti dovrò spiegare in quale modo lo fa e in quale modo la
realtà che lo circonda (diversa da quella di oggi) interagisce col suo modo di
vedere le cose. Come faccio a costruire questo modo di pensare? Cerco di capire
quello che leggevano le persone dell’epoca, i libri che venivano copiati, cerco
di capire il significato delle illustrazioni degli arazzi, degli affreschi,
delle miniature, dei mosaici. Spesso sembrano immagini lontane dalla perfezione
del Rinascimento, ma in realtà hanno un valore simbolico molto più grande (di
quello del Rinascimento). E poi, un altro dei miei “moventi”- come narratore –
è quello di dimostrare quanto in realtà
il Medioevo sia stato un’epoca di grande progresso. Il Medioevo dura circa 1000
anni: è un arco di tempo lunghissimo in cui ci sono stati tanti Medioevi
diversi, tanti momenti diversi non soltanto dal punto di vista della scansione
cronologica, ma anche da quella spaziale. E, se per 1000 anni fossimo stati
nell’oscurità vivendo di peste, di eresia, di decadenza, di confusione - come
spesso si dice abbia vissuto l’uomo medievale - non saremmo mai arrivati al
Rinascimento, non saremmo mai arrivati al 1500, ci saremmo estinti tutti. Che
cosa è stato, veramente, il Medioevo? È stato ANCHE un momento di oscurità e di
disordine (disordine che - per inciso –
stiamo vivendo anche oggi, epoca che di certo non può essere definita un
progresso rispetto a quello che accadeva 1000 anni fa. Direi che l’uomo, in
alcune cose, non è cambiato proprio, perché
una certa forma di oscurantismo non appartiene all’epoca storica, bensì
al modo in cui l’uomo vuole prevaricare l’uomo. Questa cosa fa parte non di
un’epoca storica, ma della natura stessa dell’essere umano). Ma il Medioevo è
stato anche il momento in cui sono state
fondate le Università, sono nati i Comuni, c’è stata una riscoperta, un progresso
per quello che riguarda la Scienza, la Matematica, l’Algebra, la Medicina, lo
studio approfondito della Letteratura (pensiamo al Dolce Stil Novo), la Simbologia.
C’è stata la nascita di quella che potremmo definire l’Europa dal punto di vista
geopolitico così come poi era destinata a diventare oggi. E poi c’è stato il
Rinascimento. Che cos’è il Rinascimento? È un’epoca in cui, appunto, si
rinasce, si riscopre l’Arte Classica, ci si avvicina di più al modello iconografico,
al canone estetico dell’Arte dell’Antica Grecia, si riscopre Aristotele… Ma
Aristotele lo si conosceva già nel Medioevo; si riscopre Virgilio, ma Virgilio
lo conoscevano già nel Medioevo. Pensiamo a Dante, uomo medievale, che si fa
guidare nell’Inferno da Virgilio, e che quindi conosce già i Classici.
Ci sono molte
abbazie (quella di Montecassino, quella di Bobbio, quella di Pomposa) che non
possedevano soltanto la Bibbia, avevano anche testi come quelli di Cicerone. Ci
sono abbazie che fanno tradurre testi di Aristotele dall’arabo, addirittura…
Conoscevano già
Vitruvio, dunque conoscevano già la proporzione, perciò quando vi dicono che il
Rinascimento è il momento principe che finalmente va ad illuminare tutto il
buio del Medioevo, vi stanno raccontando una bugia; una bugia che viene
perpetrata da decenni nelle scuole italiane. Il Rinascimento è la fase ultima e
più matura del Medioevo. È una fase in cui si parla di Astrologia, è un momento
– dicono – in cui nasce la prospettiva, ma pensiamo a Giotto, pittore
medievale… Il Rinascimento è una fase più matura e anche un po’ noiosa, se
vogliamo dirlo, rispetto a quello che succede nel Medioevo. Perciò in parte, quando parlo del Medioevo e di
uomini medievali, cerco di far rivivere tutto questo.
Stavo giusto
parlando, in un’intervista radiofonica, della differenza tra la bellezza
dell’Arte rinascimentale e la bruttura dell’Arte medievale. In realtà, l’Arte
medievale non è brutta, semplicemente a un certo punto, intorno all’anno 1000,
ma già da prima, gli uomini capiscono che l’Arte non deve soltanto essere
bella, deve trasmettere qualcosa di più, deve trasmettere quello che è il
Simbolo. Il Simbolo così come lo concepiamo oggi, così come ce ne parla Dan
Brown nei suoi romanzi, nasce e si sviluppa nella sua accezione durante il
Medioevo. Ce ne dà prova Dante Alighieri nella Divina Commedia, che è un gioco
di Simboli. Perciò l’immagine, per caricarsi di questi Simboli, deve diventare
quasi surreale. Ecco perché abbiamo l’accentuarsi del chiaroscuro, ecco perché
le figure umane iniziano ad acquisire degli occhi più grandi, dove si vedono le
iridi che vengono scavate con il trapano proprio per dare questo senso di chiaroscuro;
ecco perché si dà più importanza al movimento che non alla proporzione umana.
Man mano che si procede verso il Rinascimento, che si “riscopre” la proporzione
dei corpi, si darà sempre più valore alla proporzione, sempre più valore alla
prospettiva, ma sempre meno valore al Simbolo. Tutto il gioco di significati
(Astrologia, Teologia, rapporto tra macrocosmo e microcosmo) che c’era nella
mentalità degli uomini medievali, un po’ per volta si impoverisce nel
Rinascimento, fino a sparire definitivamente nel 1600-1700 che, guarda caso,
sono i secoli in cui si bruciano più streghe… Il Medioevo spesso viene
associato alla stregoneria, in realtà l’unica paura che c’era nel Medioevo era
quella verso l’eretico, verso i Saraceni. La parola “strega” non esisteva
neanche. Perciò, ecco, una delle mie piccole missioni come narratore è anche
cercare di rimettere un pochino in ordine queste cose giocando, appunto, sui
delitti e cercando di riempire gli spazi vuoti di un’epoca (perché più scavi in
profondità e meno elementi su cui costruire hai) per dare un’idea più
verosimile possibile ma anche più divertente possibile per questo periodo.
M. B.
: Quanto è stato importante, per te, “Il nome della Rrosa”?
M. S. : Il mio
rapporto con “Il nome della rosa”… Ricordo che vidi prima il film: me lo fecero
vedere alle Medie e ricordo le risate, i fischi, i brusii in classe nel momento
in cui Adso “incontra” la ragazza. Penso di essermi ricordato soltanto quella
parte del film, per molto tempo. Intanto, però, dal punto di vista filmico, mi
ero già fatto una discreta cultura con Sandokan,
il Corsaro Nero, che erano già diventati dei grandi amori letterari. Ricordo i
vecchi film in bianco e nero dei moschettieri che mi portarono a scoprire
Dumas, mi portarono a scoprire i libri di Salgari, Verne, “Le mille e una notte”.
Ho recuperato in questi giorni un vecchio film ispirato a “Le mille e una notte”
intitolato Il ladro di Baghdad, dove
si vede il Genio che esce dalla lampada; in quel film si fa riferimento al
fatto che il Genio era stato messo lì da Salomone, perciò già c’era un imprinting di quello che era il
meraviglioso dell’Oriente, del Medioevo che poi ritorna nei miei romanzi. Mi
ero già fatto questo “tappeto” di romanzi che adoravo e solo dopo venne “Il
nome della rosa”. La prima volta l’ho letto con molta fatica… Se io oggi
scrivessi un romanzo come quello, nessuno lo leggerebbe. Umberto Eco scrive in
un periodo pre-Wikipedia, pre-Internet dove la gente, per trovare le
cose, doveva cercare nell’enciclopedia cartacea. Oggi viviamo in un Paese in
cui un ragazzino su due ha difficoltà a capire quello che legge, perciò io so
che devo fare i conti anche con questo. Io adoro la Storia, sono un autore
popolare, sono innamorato del bello scrivere…
M. B.
: Tu sei un autore che SA essere popolare…
M. S. : Ti dico di
più: io mi diverto ad essere popolare e molti mi dicono che i miei romanzi
piacciono perché sembro uno scrittore americano. È vero, io faccio fatica a
leggere autori italiani. Uno degli autori che preferisco è James Patterson.
Patterson è un autore molto prolifico che ha capito benissimo che la prima cosa
importante in un romanzo è incuriosire la gente. Incuriosirla e non annoiarla.
Far succedere subito un colpo di scena che ti leghi alla storia e che ti
imponga di andare avanti per vedere come va a finire. Il narratore è prima di
tutto un intrattenitore. L’aveva già capito Dante Alighieri. Dante scrive un capolavoro, un’opera che dà sfoggio
della sua sapienza, della sua passione, della sua preparazione astronomica,
teologica, storica, ma Dante – scrivendo la Commedia – scrive una storia
popolare per l’uomo del 1200-1300. Sceglie di scrivere una storia di un viaggio
nell’Oltretomba (come quello di Ulisse). Chi non leggerebbe la storia di un
uomo che viaggia nell’Oltretomba? Dante sapeva benissimo che doveva prima di
tutto incuriosire, spaventare… E inizia la Commedia portando se stesso
nell’Inferno, mettendo in scena delle situazioni che sono degne di Stephen King
o di Clive Barker. Perciò è importantissimo colpire la fantasia, la curiosità
del lettore e - per farlo - serve un linguaggio comodo, come un abito che ti
viene cucito addosso, perché oggi abbiamo a che fare con lettori pigri.
Ho letto “Il nome
della rosa” a 15 anni e naturalmente è stato una fase importante della mia vita
di lettore (di lettore, perché quando l’ho letto non sapevo ancora che sarei
diventato uno scrittore). Ho capito allora che è possibile ambientare un giallo
alla Agatha Christie nel 1300. E ho anche capito che è bene che un libro parli
di altri libri. Quando Umberto Eco parla di Guglielmo da Baskerville, in realtà
sta parlando di Sherlock Holmes. C’è tanto di “Uno studio in rosso” di A. C.
Doyle ne “Il nome della rosa”.
M. B.
: E, d’altra parte, Baskerville richiama “Il mastino dei Baskerville”…
M. S. : Esattamente.
L’unica differenza che c’è tra Sherlock Holmes e Guglielmo da Baskerville è che
il primo usa la regola della deduzione, mentre il secondo usa Aristotele come
metodo di indagine. E poi, al posto di Watson c’è Adso.
Un libro, quindi, può
parlare di altri libri ed ecco che anch’io, quando scrivo i miei romanzi,
applico questo metodo.
Mi fa sempre molto
sorridere ciò che scrivono sulle fascette dei miei libri: “Simoni è come
Umberto Eco, ma più divertente”. In realtà Eco è stato molte cose, come Carlo
Magno. Quando Carlo Magno è morto nessuno è riuscito a tenere insieme il suo
Impero perché era tante cose. Io penso di avere imparato da lui ma anche da
Conan Doyle la precisione, l’amore per la parola, ma al di là di questo non
vado. Io sono un narratore che vuole divertire, prima di tutto, e naturalmente
il Medioevo dal punto di vista di un narratore come me è un enorme parco giochi
dove puoi far succedere di tutto.
M. B.
: In questo romanzo, però, non viene assassinato nessun monaco…
M. S. : In effetti
penso sia l’unico dei miei romanzi in cui non viene assassinato un
monaco…Volevo uscire dalla monotonia. In compenso, nel prossimo ci sono degli
omicidi… che non potete neanche immaginare!
In uno dei miei
romanzi ho scritto di una persona schiacciata dentro un torchio tipografico…
Per immaginare e inscenare quel delitto avevo riempito il mio studio di disegni
di torchi tipografici.
M. B.
: Stavo proprio per chiedertelo: prima fai le prove?
M. S. : A volte sì…
Simulo mosse dei duelli con le mie spade da samurai, per esempio. A volte
infatti, si leggono in giro delle cose che sono umanamente impossibili e non
solo nei combattimenti, ma anche negli approcci amorosi!
Poi disegno
tantissimo perché voglio visualizzare le scene, voglio capire se le cose sono
verosimili e che impatto visivo possono avere nell’immaginazione del lettore.
Lo scopo è appurare, verificare. Anche perché io ho una base di archeologo,
perciò sono legato anche a quella che viene chiamata “archeologia
sperimentale”; voglio sempre verificare ciò che scrivo.
M. B.
: In tema di cose impossibili, torniamo a “La dama delle lagune”: qui c’è
quella che sembra la maledizione di Tutankhamon, infatti abbiamo un cadavere
molto antico che produce degli strani effetti… È davvero possibile restare
uccisi dalle esalazioni di una sepoltura antica?
M. S. : Quando fu
aperta la tomba del Faraone e alcune persone morirono si parlò di maledizione.
Probabilmente, invece, quelle persone erano entrate in contatto con dei germi,
dei batteri che erano rimasti isolati, in asfissia per molto tempo. Nel caso
del mio romanzo si tratta di un sarcofago che è rimasto per centinaia di anni
isolato in un genere di terreno molto particolare che si trova solo nella zona
di Comacchio (che è poi il territorio dove abito io). Comacchio è molto
particolare dal punto di vista archeologico (questa cosa è stata scoperta negli
anni ’60-’70 a seguito del ritrovamento del sito archeologico delle tombe della
città etrusca). Sotto lo strato di sabbia, infatti, c’è uno strato di argilla
grigio-azzurra che isola completamente e manda in asfissia qualsiasi oggetto
archeologico. Non a caso è possibile trovare anche oggetti di legno (ci sono
resti di palafitte che derivano
addirittura da prima del tempo di Spina). È stata trovata una nave romana quasi
intatta che appena è venuta a contatto con l’aria ha iniziato a disgregarsi.
Perché? Perché i batteri che erano rimasti “in letargo”, addormentati nel legno
dall’età romana si sono risvegliati al contatto con l’aria. Il cadavere di cui
parlo nel mio libro era stato deposto su un cuscino di fiori particolari,
perciò tutto quello che rappresenta l’ambiente biologico che era stato
rinchiuso nella cassa, una volta liberato, può aver intaccato le persone
direttamente impegnate nell’apertura della cassa.
Non ho potuto
provarlo personalmente, così ho voluto lasciare il dubbio. Mi sono preso una
licenza molto simile a quella che mi ero preso in un altro dei miei romanzi
(“La monaca senza volto”) che parla di una storia ambientata per metà nella
Milano del ‘600 e per metà in Egitto. A un certo punto c’è un personaggio che
trova un sarcofago in una grotta, infila una mano all’interno del sarcofago e
le sue dita restano pietrificate. È vero? Non è vero? Chi lo sa… Ci sono
diversi esempi di conservazione di cadaveri che provengono dal 1500, 1600, 1700
dove sembra che alcuni corpi di animali siano stati letteralmente pietrificati
secondo un processo di calcinazione che noi oggi non riusciamo a ricostruire.
Perciò, di tanto in tanto, mi piace pungolare un po’ il lettore perché il
lettore è anche in cerca del meraviglioso, dell’immaginario, vuole essere
stupito. Poi, alla fine del romanzo io tendo a spiegare che cosa è storicamente
attendibile e che cosa, invece, riguarda gli argomenti sui quali mi sono preso
qualche licenza o sui quali non è ancora stata fornita una spiegazione scientifica
attendibile. Anche Glenn Cooper, appassionato di Storia e di Archeologia, fa
cose di questo genere.
M. B.
: C’è quindi anche della fanta-archeologia…
M. S. : Beh, non
dobbiamo dimenticare che il mio è un romanzo storico che però è stato scritto
ai giorni nostri…
M. B.
: In pratica, racconti dal punto di vista di oggi una storia di ieri…
DOMANDA
DAL PUBBLICO: come mai hai scelto proprio questo periodo (il IX secolo) per
ambientare il tuo nuovo romanzo?
M. S. : Ho scritto
molti romanzi ambientati nel Medioevo, in particolare nel 1200, ma per questo
romanzo ero alla ricerca di un’epoca davvero remota, prima del 1000, ai tempi
di Carlo Magno. È veramente una parte del Medioevo che potremmo definire
“oscura”, ma non per una questione di barbarie, bensì per una questione di
penuria delle fonti storiche. Sappiamo un sacco di cose su Carlo Magno, su
Eginardo, sui fatti più rilevanti della Storia, ma poco o nulla sappiamo sulla
Storia relativa alla zona di Comacchio e dintorni. Questa povertà per lo
storico è, invece, una miniera d’oro per
il narratore. L’unica notizia certa che avevo è che Comacchio viene
attaccata da navi bizantine perciò io ho visto in questo vuoto archivistico un
arazzo che aspettava soltanto di essere ricamato.
M. B.
: Quindi la Comacchio che racconti è inventata: sappiamo solo che c’era…
M. S. : Sì, perché
di Comacchio noi cominciamo ad avere qualcosa di certo a partire dal 1500.
Prima – dicono gli storici – era “una vagabonda figura sulle cartine
geografiche”. Abbiamo alcuni dati topografici: sappiamo delle lagune così come
erano un tempo, abbiamo alcune notizie da Isidoro di Siviglia che parla delle
imbarcazioni usate dai comacchiesi e sappiamo che c’erano dei monasteri (o di
San Colombano o di San Benedetto, due ordini che in quel periodo andavano per
la maggiore). Sappiamo che Comacchio si trova a metà tra Venezia e Ravenna,
dunque era a metà tra l’Impero bizantino e il Regno longobardo che poi
diventerà il Sacro Romano Impero di Carlo Magno. Ecco, su Comacchio sappiamo
queste e poche altre cose.
M. B.
: Però tu ci descrivi benissimo le imbarcazioni, la vita quotidiana dei
comacchiesi, il modo in cui guidano, fin dove possono spingersi… Come hai
fatto?
M. S. : Quando si è
trattato di descrivere la laguna e il modo in cui queste persone si muovevano su
di essa mi è venuto in soccorso Isidoro di Siviglia nato e vissuto in Spagna,
che non aveva mai visto nulla di Comacchio. Isidoro, però, era uno dei primi
enciclopedisti dell’epoca e ha scritto un libro bellissimo intitolato
“Etymologiae” in cui spiega il significato delle cose a partire dal loro nome.
Tra le cose che descrive in quel libro ci sono anche le imbarcazioni: il
carabo, la cumba… Sono nomi bellissimi
che io ho voluto far entrare nel mio romanzo perché erano sonorità antiche. Il carabus, ad esempio, deriva dal nome del
guscio del granchio. Molte di queste navi sono scavate nei tronchi degli alberi
oppure sono degli scheletri di vimini rivestiti da pelli non conciate, perché
potessero galleggiare. Una barca simile la troviamo Ne “L’Isola del tesoro” di
Stevenson, tanto per tornare ai collegamenti tra libri.
M. B.
: Noi leggiamo un bel libro di avventure, ma ogni pagina è frutto di una
ricerca approfondita…
M. S. : Ogni pagina,
ogni parola va pesata; sappiate che ho valutato anche le espressioni più
banali, per capire se potevano appartenere ed entrare in quel contesto o se, al
contrario, andavano scartate perché troppo moderne o perché suonavano come
anacronismi. Che cos’è un anacronismo? Un anacronismo, ad esempio, è quando
trovi una chiave inglese sotto una piramide. Il romanzo storico deve essere
fedele e coerente e soprattutto avere una rispettabilità filologica in modo che
il lettore si diverta senza che l’illusione temporale si spezzi. Dalla prima
all’ultima pagina il lettore deve avere l’impressione di trovarsi veramente nel
Medioevo.
LA MIA
DOMANDA: come nasce e si sviluppa una storia nella tua testa, prima di essere
scritta, e poi nel momento in cui viene stesa su carta? Cioè: come/da dove
nasce l’ispirazione per i tuoi romanzi?
M. S. : Questa è una
domanda da addetta ai lavori: tu scrivi?
IO: Sì.
M. S. : Allora, le
prime idee che ho di un romanzo prima di scriverlo assomigliano esattamente a
quando ci svegliamo la mattina e iniziamo a rincorrere i flashback di un sogno. Ho veramente delle scene, come se avessi
fatto un sogno che non ricordo esattamente però, più cerco di addentrarmi in
queste immagini più inizio a vedere chiara la storia. I particolari sono
diversi: può essere la scena di un omicidio, può essere una frase, un ambiente,
un’emozione… Inizio a lavorare su questo senza però forzare troppo le cose. Io,
molto spesso, quando scrivo un romanzo non ho la sinossi, perché mi sono reso
conto che la sinossi, se può aiutare nelle prime pagine, quando ti trovi al
centro del romanzo diventa un ostacolo; perché, alla fine, i personaggi e le
ambientazioni mi spingeranno sempre a fare qualcosa che non avevo previsto e io
non voglio rinunciare a questa cosa che è naturale. Non dobbiamo forzare le
cose perché ogni racconto nasce spontaneo nel nostro cervello: se le
forzassimo, prenderemmo la strada sbagliata.
UN’ALTRA
DOMANDA DAL PUBBLICO: pensi che i tuoi libri, così accattivanti e accessibili,
potrebbero funzionare anche come libri propedeutici alla lettura di testi più
poderosi e difficili come “Il nome della rosa” o “Il pendolo di Foucault”?
M. S. : Assolutamente
sì, perché la lettura di certi libri porta inevitabilmente a leggerne e a
conoscerne altri; così, insieme al lettore cresce anche il livello di
difficoltà delle letture. È tutta una questione di allenamento: i romanzi sono
strumenti che spingono le persone a pensare e, mai come oggi, c’è bisogno di
imparare, anzi, di re-imparare a pensare.