Da un po’ di tempo sto covando
il sogno di raccontare tutte le cose belle che Torino ha da offrire - in
termini di cultura e bellezza – pertanto, qualche settimana, fa ho deciso di
contattare alcune delle realtà museali più rilevanti in questa città e chiedere
loro di offrirmi l’opportunità di visitare i loro spazi per raccogliere i dati
necessari a svolgere il compito che mi ero prefissata. Tra coloro che hanno
accolto positivamente la mia iniziativa c’è il Museo Nazionale del Cinema
perciò proprio da lì intendo partire col mio
reportage. Naturalmente, non prima di aver ringraziato Jenny Bertetto,
responsabile dell’ufficio stampa.
Siete pronti/e per questo
magnifico viaggio alla scoperta del cinema e dei suoi misteri? Sì? Bene, allora
partiamo!
Probabilmente non tutti sanno
che all’interno della Mole Antonelliana si cela uno dei più suggestivi Musei di
Torino dal quale, tra l’altro, è possibile – grazie all’ascensore panoramico
- vedere non solo la Mole stessa, ma
anche tutta Torino, dall’alto. E, quando dico “tutta”, intendo proprio tutta
perché, una volta arrivati alla balconata, potete percorrere quest’ultima
girando attorno alla Mole e – di conseguenza – avere una visione a 360° della
città. È un’esperienza davvero meravigliosa che vi consiglio di fare, sempre
che non soffriate di vertigini. Ad ogni modo, sappiate che la balconata è
protetta sull’intero perimetro, perciò non c’è il rischio di cadere di sotto!
Ma, a proposito di cadute, volete sapere qualche curiosità sulla Mole
Antonelliana? La storia di questo edificio è a dir poco rocambolesca…
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Un pezzetto di Torino visto dalla Mole Antonelliana
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LA MOLE ANTONELLIANA… IN BREVE
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Mole Antonelliana
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Ardito, discusso e travagliato
edificio di Alessandro Antonelli (1798 – 1888) è simbolo della città,
riprodotto persino sulla moneta da 2 centesimi. Progettato nel 1863 come Tempio
israelitico è rilevato dal Comune di Torino nel 1878 per farne sede museale.
Quasi ultimato nel 1889, è stato a lungo il più alto edificio in muratura del
mondo. Misura oggi 167,5 metri. Dal 2000 ospita il Museo Nazionale del Cinema,
polo della rinascita cinematografica torinese. Sulla cupola vi è “Il volo dei
numeri” di Mario Merz.
LE VICISSITUDINI DELLA GUGLIA
Dopo il terremoto del 1887 la
guglia della Mole risultò danneggiata e il tamburo (la parte meno legata e più
fragile dell’edificio) rimase deformata. L’architetto – Alessandro Antonelli –
effettuò le riparazioni necessarie e rinforzò il tamburo. Nel 1888, poi, lo
stesso Antonelli fece approvare l’installazione di una statua alata – Genio Tutelare
della Patria e di Casa Savoia – all’apice dell’edificio. L’obiettivo era
ambizioso: conquistare il primato di altezza nelle costruzioni in muratura.
Così, il 10 aprile 1889, sei mesi dopo la morte di Antonelli, la statua fu
issata a coronamento della Mole. Nel 1904, però, il Genio Alato fu rovesciato
da un violento nubifragio e, due anni dopo, una stella fu posta in
sostituzione, sulla cima. Nel 1953 una tromba d’aria fece crollare la guglia i
cui lavori di ricostruzione furono ultimati solo nel 1960. Nel 1961, infatti,
fu inaugurata la nuova guglia, così come la possiamo vedere oggi.
Bene, fatte queste doverose
premesse, possiamo parlare del Museo.
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Benvenute e benvenuti al Museo Nazionale del Cinema di Torino!
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Provate a immaginare il Cinema
come fosse una grande famiglia: secondo voi, chi dovrebbe stare al primo posto
– ovvero nel posto più lontano nel tempo - nell’albero genealogico? Il teatro – è esatto,
complimenti! – ma, per essere più precisi, il Teatro delle ombre.
Ed
effettivamente, questo tipo di spettacolo è ciò che vi attende all’ingresso del
Museo dove, in un ambiente buio, su uno schermo, appaiono delle figure
semoventi: si tratta delle ombre proiettate da alcune sagome in movimento
illuminate da dietro. È il principio del Teatro d’ombre. Le sue origini sono
antichissime, anche se in Europa questo genere di teatro arriva a distanza di
molto tempo dalla precedente diffusione nei paesi dell’Asia e del Medioriente,
in forme e tradizioni diverse. Le tecniche sono molteplici: dalle sagome in
pelle trasparente e colorata delle ombre orientali alle silhouette opache e nere che, a partire dal 1770, segnano il
successo in Francia degli spettacoli di François
Dominique Séraphin e, nell’800,
allietano la fantasia di molti bambini e di alcuni personaggi illustri come
Carlo Alberto di Savoia. Alcuni documenti raccontano di spettacoli creati
giocando col corpo o addirittura con le sole mani; una tecnica che verso la
fine dell’800 conosce un momento di grande fortuna, diventando quasi un genere
a parte. Altre ombre appariranno in quegli stessi anni in una veste ancora
diversa e in una sede inconsueta: sono
quelle del leggendario “Cabaret du Chat
Noir” di Parigi, create da artisti come Caran
d’Ache o Henri Rivière.
Una tecnica semplice, ma dal
risultato assai misterioso e affascinante, alla cui base c’è – ovviamente – un
gioco di luci. Ecco, la luce e tutto il mondo dell’ottica vi attendono nella
tappa successiva del percorso museale.
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La stanza dell'ottica
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La luce, infatti, è l’elemento
essenziale della visione e le sue proprietà sono alla base di molti dispositivi
che hanno preceduto la nascita del cinema. Le esperienze proposte nella sala in
cui entrerete dopo esservi lasciati ammaliare dalle sagome scure delle ombre,
illustrano il fenomeno della luce e della sua propagazione, l’analogia fra il
funzionamento dell’occhio e quello della camera oscura, i molteplici risultati della riflessione attraverso vari
tipi di specchi e gli effetti creati dalle lenti. Sono inoltre ricostruiti
alcuni giochi ottici basati sulle proprietà degli specchi e delle lenti,
diffusi a partire dalla seconda metà del ‘600.
La luce… Per quanto la parola
stessa possa suggerire concetti come trasparenza e semplicità, la luce è
tutt’altro che semplice in quanto possiede una duplice natura: per alcune sue
caratteristiche può essere rappresentata nella forma di onde emanate da una
sorgente luminosa; per altre, può essere concepita come un flusso di corpuscoli
che si propagano in linea retta a partire dalla sorgente formando i raggi
luminosi. Una sorgente luminosa propaga tutt’intorno raggi che comunemente
chiamiamo luce; gli altri oggetti non emettono direttamente luce ma diffondono
in tutte le direzioni quella che ricevono. La luce bianca che noi vediamo è in
realtà creata da un insieme di raggi di diversi colori che hanno una differente
lunghezza d’onda visibile all’occhio umano compresa, per lo più, tra i 400 e i
700 miliardesimi di metro (nanometri). Per questi motivi esistono due teorie
distinte, ma – se vogliamo – complementari per spiegare questo fenomeno tanto
complesso qual è quello della luce: la Teoria ondulatoria e la Teoria
corpuscolare.
Il processo attraverso cui il
cervello riconosce e interpreta le immagini, noto come percezione visiva, è un
fenomeno altrettanto complesso che potremmo riassumere così: la luce entra
nell’occhio passando per la pupilla, un foro che si allarga e si restringe per
regolarne la quantità; raggiunge poi il cristallino, una lente convergente
capace di modificare la propria curvatura per mettere a fuoco i raggi luminosi
sulla retina. Su quest’ultima si formano le immagini, trasmesse al cervello
attraverso il nervo ottico, sotto forma di impulsi elettrici.
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La vista
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Nei secoli scorsi, per studiare
i meccanismi della visione, è stato utilizzato un oggetto molto particolare -
chiamato CAMERA OSCURA – di cui si è
spesso sottolineato il parallelismo con il funzionamento dell’occhio. In
origine la camera oscura era una stanza buia con un piccolo foro su una parete
da cui entravano i raggi di luce che proiettavano sulla parete opposta le
immagini capovolte della realtà esterna. La stanza è poi diventata una scatola
di legno perfezionata nel tempo per diminuire la dispersione dei raggi luminosi
e rendere così l’immagine nitida; dopodiché è stata inserita nel foro una lente, in seguito
sostituita da un vero e proprio obiettivo. Potete sperimentarne l’effetto
guardando nella camera oscura che trovate di fronte a voi.
COMBINAZIONI DI LENTI
Applicando le leggi dell’ottica,
gli effetti delle lenti, così come gli effetti dei vari tipi di specchi,
possono essere previsti e calcolati con precisione. Allo stesso modo si possono
prevedere e calcolare i fenomeni negativi, chiamati aberrazioni, che
compromettono la produzione di immagini nitide e chiare o che alterano i
colori. Per ovviare alle aberrazioni, i costruttori di apparecchiature ottiche
hanno trovato soluzioni che utilizzano vetri con indici di rifrazione diversi e
sfruttano le caratteristiche delle lenti combinandole tra loro. Per esempio,
sia le lenti convergenti sia le lenti divergenti creano effetti di aberrazione
cromatica causati da dispersione della luce. Ma se si uniscono i due tipi di
lenti, i rispettivi difetti tendono a compensarsi annullandosi.
In queste stanze del Museo
potete sbizzarrirvi a sperimentare gli strani effetti prodotti da camere
oscure, anamorfosi catottriche, paradossi diottrici e altri apparecchi e fenomeni dai nomi
buffi e impronunciabili costruiti su sistemi più o meno complessi di lenti e
specchi. Vedrete immagini che si muovono
su una parete bianca, talvolta addirittura nell’aria, si trasformano,
restituiscono figure in apparenza indecifrabili, si moltiplicano. Sono immagini
vissute come “mirabili visioni” che consentono di sperimentare nuove dimensioni
visive e di modificare profondamente la percezione e l’esperienza della vita
quotidiana. Questi fenomeni ottici “esplosero” nel ‘600 barocco, in sintonia
perfetta con lo spirito dell’epoca e la sua propensione instancabile per
l’illusione e il fantastico, per il movimento e la metamorfosi, così da far
vivere la scienza ottica – con le sue illusioni e le sue mutevoli immagini - come un’”arte ingannevole che si prende gioco degli
occhi e sconvolge tutti i sensi”.
Ancora qualche passo e vi
troverete di fronte alle cosiddette SCATOLE
OTTICHE. Quelle per diorami teatrali, in particolare, offrono una
sensazione di teatro vero e proprio e l’illusione della profondità. Sono visori
dotati di una lente posta di fronte a uno specchio interno inclinato a 45° che
riflette una serie di stampe collocate su altrettanti telai in successione.
Sono un boccascena, quattro o cinque quinte intermedie e uno o due fondali;
nell’insieme, formano una scenografia in miniatura: mondi, città e popoli…
Poi, per chi pensa che il 3D sia
un’invenzione moderna/recente, c’è una piccola sorpresa…
LA STEREOSCOPIA – ALLE ORIGINI DEL 3D
Tra i giocattoli scientifici
inventati nell’800 per divertire e insieme sperimentare leggi della scienza
spesso complesse, c’è lo stereoscopio, un visore che – per la prima volta nella
storia – dà la possibilità di percepire due immagini piane come un’unica
immagine tridimensionale e di verificare così, in prima persona, il fenomeno
visivo della profondità.
Ideato nel 1832 dal fisico Charles Wheatstone per indagare i principi
della visione binoculare, lo stereoscopio è perfezionato nel 1849 dallo
scienziato David Brewster, cui si
deve anche il felice incontro tra la stereoscopia e la fotografia. Un connubio
che contribuirà alla rapida notorietà dell’apparecchio. La grande popolarità
della fotografia stereoscopica è testimoniata anche dalla raccolta del Museo
Nazionale del Cinema che comprende apparecchi stereoscopici di epoche e modelli
diversi, oltre a 16.000 stereoscopie firmate da importanti studi fotografici o
scattate da semplici amatori. La raccolta - costituita da Adriana Prolo sin dai primi anni di vita del Museo - venne incrementata
agli inizi degli anni ’60 in occasione della mostra sulla stereoscopia,
allestita nel 1966, e segna l’avvio in Italia di un rinnovato interesse per
il tema del 3D.
E, visto che oramai siete
avvezzi agli esperimenti (e magari ci state anche prendendo gusto), il Museo vi
mette a disposizione la possibilità di immergervi in un’esperienza moderna
dell’antico spettacolo del panorama: nello spazio cilindrico potrete interagire
con il panorama visivo e sonoro di Torino, ripreso a 360° dagli 85 metri
d’altezza del tempietto della Mole Antonelliana. Potrete scorrere e zoomare la
grande panoramica, scovare i dettagli dell’immagine e navigare tra i suoni
della città; cercate i filmati d’epoca e attivateli viaggiando a ritroso nel
tempo. Il ticchettio di un orologio scandirà il trascorrere degli anni nel
passaggio tra filmati di epoca sempre più lontana.
Brevettato nel 1787 dal pittore Robert Barker il panorama è un’immensa
veduta di paesaggi e avvenimenti storici estesa – appunto - a 360° ed esposta
in un edificio circolare. La modalità di visione del dipinto, da osservare
dall’alto di una piattaforma al centro della rotonda, è studiata per dare allo
spettatore l’impressione di trovarsi di fronte allo stesso paesaggio
raffigurato dal pittore.
LA LANTERNA MAGICA
Una piccola macchina ottica che
mostra spettri e mostri così terrificanti da far credere che questo accada per
magia.
La lanterna magica è una
macchina che proietta, ingrandite su uno schermo o una parete bianca, immagini
dipinte su vetro. Fu inventata nel 1659 dall’astronomo Christian Huygens che, per sperimentarne il funzionamento, fece lo
schizzo di uno studio preparatorio del primo vetro animato da proiettare: i
disegni in pose differenti di uno scheletro che gioca con la sua testa, un
soggetto che diventerà un’immagine classica degli spettacoli di lanterna
magica. L’esperienza di Huygens sarà
conosciuta in breve tempo ovunque e darà origine a un frenetico susseguirsi di
ricerche effettuate sulla sua nuova macchina da noti studiosi dell’epoca. Tra i
tanti, il padre gesuita Athanasius
Kircher la utilizza nel Collegio Romano per evangelizzare i fedeli. Nello
stesso periodo, in un altro ambito, si celebra invece la lanterna magica come
sussidio all’insegnamento della scienza. Una dualità tra scienza e taumaturgia,
che segna la lunga storia della macchina, anche se lo stupore e l’emozione
delle sue immagini accomuna chiunque ne fa esperienza.
Ricapitolando, la lanterna
magica è un apparecchio per la proiezione di immagini dipinte su vetro che si
basa su una fonte di illuminazione e un sistema di lenti e specchi. La luce di
una semplice candela, in seguito sostituita con sorgenti di luce sempre più
potenti, viene riflessa da uno specchio concavo – il riflettore – che raccoglie
i raggi luminosi e li direziona su una lente – il condensatore. Quest’ultimo ha
la funzione di convogliare il fascio di luce sull’immagine dipinta per far sì
che l’obiettivo ne proietti il riflesso sullo schermo.
LA FANTASMAGORIA
Sul finire del '700 la lanterna magica giunge alla sua piena maturità espressiva grazie allo spettacolo di Fantasmagoria di Paul Philidor ed Êtienne-Gaspard Robert, noto come Robertson. Nello spettacolo si ritrovano gli stessi ingredienti che avevano decretato l'immediato successo delle prime proiezioni luminose - "effetti prodigiosi, spettri e mostri spaventosi" - riproposti però con una padronanza oramai perfetta del linguaggio spettacolare e con un apparato tecnico molto evoluto. La regia accurata, l'orchestrazione dei ritmi narrativi, l'accompagnamento sonoro mirano a sollecitare di continuo il coinvolgimento degli spettatori con calcolati momenti di suspense e giochi di suggestione, mentre il fantascopio, una sofisticata lanterna magica montata su ruote e nascosta al pubblico, può avvicinarsi e allontanarsi dallo schermo per creare moderni effetti di "zoomata" dell'immagine e altri "effetti speciali" come la proiezione su fumo. Il successo è tale che la parola "fantasmagoria" entra presto nel linguaggio corrente con una ricchezza di significati senza precedenti. Nella sala potete assistere a uno spettacolo di Fantasmagoria riproposto con la tecnologia di oggi. Le immagini che vedrete provengono dalla collezione di vetri per lanterna magica del Museo Nazionale del Cinema.
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Immagini in movimento
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IMMAGINI IN MOVIMENTO, dunque...
È il 1832 quando Joseph Antoine Plateau descrive un "nuovo genere d'illusione ottica" dove l'immagine di un ballerino prende vita da sedici differenti pose disegnate su un disco di carta per eseguire una giravolta. È il fenachistiscopio. Nello stesso periodo Simon Ritter von Stampfer inventa un congegno del tutto identico: lo stroboscopio. Sono nate le prime sequenze di immaginio in movomento della storia del cinema. Poi sarà la volta del daedalum o zootropio di William G. Horner e di altri analoghi dispositivi che si fondano su un principio noto dall'antichità e indagato da importanti studiosi dell'epoca: anche in assenza di uno stimolo visivo l'immagine persiste sulla retina dell'occhio per un breve periodo di tempo. Ecco così che una sequenza di figure statiche in pose leggermente diverse tra loro, mostrata a una certa velocità, si trasforma in un'unica figura in movimento. Ben presto questi dispositivi diventano giocattoli alla moda. Lo diventeranno anche il prassinoscopio e il prassinoscopio-teatro, due felici varianti costruite negli anni successivi da Emile Reynaud. A lui si deve poi la creazione del teatro ottico e delle "pantomime luminose", ultimo grande spettacolo prima dell'avvento del cinema.
E dalle illusioni ottiche si
arriva pian piano a un altro prodigio che ha a che fare con la luce: LA FOTOGRAFIA.
Furono i risultati raggiunti in
ambito ottico e chimico tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 a determinare
le condizioni per la sua nascita. Dovete sapere, però, che prima di riuscire a
fissare in modo stabile le immagini effimere riprodotte meccanicamente dalla
camera oscura, si susseguirono una serie di esperimenti destinati a fallire.
Sarà Joseph-Nicéphore Niépce a
realizzare nel 1823 le prime eliografie su lastra di stagno, ricoperta di
bitume di Giudea; per ottenere immagini di una qualche nitidezza sono
necessarie otto ore di esposizione alla lastra. La sua tecnica è ripresa da Louis-Jacques-Mandé Daguerre che riesce
a diminuire i tempi di posa e, nel 1839, presenta a Parigi il dagherrotipo, una
fotografia su lastra argentata non riproducibile. È invece con William Henry Fox Talbot che nasce il
procedimento fotografico a noi noto: la sua calotipia, ideata nel 1841,
consente di stampare più copie positive da un negativo. I tempi di posa sono
ormai molto ridotti.
Negli anni successivi le
tecniche si perfezionano sempre più e aprono la strada, verso il 1880, alla
fotografia istantanea grazie alla quale diventa possibile svelare i dettagli
della realtà fino ad allora sconosciuti. Anche i voluminosi apparecchi
fotografici si trasformano in piccole macchine portatili. È l’avvio della
fotografia amatoriale.
La società di inizio ‘800, in particolare,
vive la fotografia come ideale strumento di autorappresentazione. Il nuovo
mezzo garantisce infatti quei valori di realismo e di democrazia cui aspira la
nascente borghesia. Con il ritratto fissato sulla lastra argentata del
dagherrotipo, prezioso “specchio dotato di memoria”, la fotografia incomincia
ad appagare il bisogno diffuso di lasciare una perenne traccia di sé e di conservare il ricordo dei propri cari.
Ma solo dopo la metà del secolo il genere del ritratto si afferma pienamente; a
determinarne la notorietà sono le stampe su carta del più economico formato
“carte da visite”, simile a quello di un biglietto da visita. E quando la
fotografia scoprirà nuove possibilità espressive, il ritratto si affermerà come
una forma d’arte che riflette la personale visione del fotografo.
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Il ritratto fotografico
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Ma la fotografia ha un limite:
fissa il tempo, è testimone di quel luogo, in quel preciso istante, è – insomma
- statica. Per superare tale immobilità dell’immagine fotografica, nel 1861 il
fotografo Carlo Ponti ricrea artificialmente la sensazione dello scorrere del
tempo. Il suo aletoscopio è un visore che ripropone gli effetti luministici
delle scatole ottiche, ma ciò che appare allo spettatore non è una stampa,
bensì una fotografia scattata di giorno che gradualmente si trasforma nella sua
versione notturna.
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Versione notturna di fotografie scattate di giorno che gradualmente si trasformano in ciò che potete vedere qui sopra.
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Nella fotografia panoramica è invece lo spazio a essere
protagonista dell’immagine grazie a speciali macchine fotografiche che
consentono di ampliare la superficie
ripresa.
Come avrete sicuramente intuito,
le vedute architettoniche e paesaggi segnano i primi anni di vita della
fotografia: i lunghi tempi di posa richiedono infatti soggetti immobili ripresi
alla luce naturale. Ma anche quando si superano questi limiti tecnici, la
fotografia continua su questa strada sottraendo al disegno e alla stampa il
primato nel campo dell’illustrazione. Le vedute fotografiche offrono la
possibilità di conoscere il “non visto” e di conservare il ricordo del “già
visto”, rispondendo a quella richiesta di scoperta dell’altrove e di memoria
del vissuto così radicata nella società dell’epoca. Con l’ampliarsi delle
potenzialità espressive della fotografia, la funzione documentaristica
dell’immagine assume un ruolo secondario e, come nel caso del ritratto, anche
il paesaggio si trasforma in uno spazio creativo e personale. E, con l’avanzare
degli studi e l’affinarsi delle tecniche, la fotografia comincia a diffondersi
anche nella vita quotidiana, tanto è vero che – in una delle teche del Museo –
è esposta una splendida COLLEZIONE DI
CORNICI E ALBUM che sono di per sé delle opere d’arte e testimoniano
l’importanza di questa scoperta tecnologica. E vogliamo parlare dell’utilità
della fotografia come mezzo per documentare?
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Un esempio di album fotografico
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IL DOCUMENTO FOTOGRAFICO – LA FOTOGRAFIA AL FRONTE
Ritratti di soldati e gerarchi,
scene di battaglia, immagini dal fronte hanno un ruolo centrale nella
costruzione della memoria storica collettiva. Con la fotografia la guerra è
infatti conosciuta e condivisa. È però soprattutto durante la Prima Guerra
Mondiale che l’immagine fotografica si impone come il principale strumento di
comunicazione grazie all’opera di fotografi professionisti ingaggiati dagli
eserciti. Ma le testimonianze più significative non provengono dai servizi di
propaganda bensì dagli scatti di fotografi amatoriali che contravvenendo alla
censura militare, registrano con grande rigore la vita al fronte. Le loro
fotografie, nate per custodire il ricordo di un’esperienza irripetibile e
spesso conservate negli archivi di famiglia, raccontano la vera storia visiva
della Grande Guerra.
Arrivati a questo punto della
mostra noterete che proprio lì vicino a voi è stata collocata quella che sembra
una cabina: si tratta della CARRIOLA
FOTOGRAFICA che, progettata nel 1870 dal pastore valdese Peyrot, poteva essere utilizzata come
mezzo per trasportare l’ingombrante attrezzatura necessaria alla preparazione e
allo sviluppo delle lastre al collodio.
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Carriola fotografica
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“Non si può pretendere di aver visto realmente qualcosa prima di
averlo fotografato”. Émile Zola, 1900
Ma la staticità è ancora il
punto debole della fotografia, così – negli ultimi anni del 1800 – si dà vita
alla CRONOFOTOGRAFIA,
Verso il 1880 si diffonde la
fotografia istantanea che consente di catturare l’attimo fuggente per
trasformarlo in un’immagine fissa. Diventa finalmente possibile fotografare
anche il movimento, un tema di indagine centrale nella ricerca scientifica
ottocentesca. Nasce così la cronofotografia, un metodo che consente di
scomporre un’azione in una ordinata e progressiva sequenza di istanti
fotografati e di ricostruirla a partire da questa stessa sequenza. I principali
protagonisti sono Edward Muybridge,
fotografo scozzese che lavora negli Stati uniti, Étienne-Jules Marey, fisiologo francese autore di importanti studi
sul movimento, e il suo allievo George
Demenÿ. Dall’incrociarsi delle loro esperienze e delle loro ricerche
nascono le prime fotografie in movimento. Tra le più suggestive, c’è la
sequenza dell’uomo che solleva il manubrio ripresa da Marey.
“La cronofotografia rappresenta l’applicazione della fotografia
istantanea allo studio del movimento; consente all’occhio umano di vedere le
fasi che non potrebbe percepire direttamente e permette inoltre di ricostruire
il movimento che prima ha scomposto”. Étienne-Jules Marey, 1899
LA NASCITA DEL CINEMA
Il 14 aprile 1894 si apre a
Broadway il Kinetoscope parlor, la
prima sala a pagamento che offre la possibilità di vedere brevi film da 35 mm in una serie di
apparecchi destinati alla visione individuale. La macchina si chiama Kinetoscopio, è stata inventata da Thomas Alva Edison nel 1891 e offre un
ampio repertorio di film basato su soggetti vivaci e piacevoli. Il successo
immediato, negli Stati Uniti e in Europa, cambierà il corso di quelle ricerche
cronofotografiche in origine finalizzate solo all’indagine scientifica: si
concretizza l’idea, ormai allargata, di sfruttare commercialmente lo spettacolo
delle fotografie in movimento e si pongono le basi per la nascita
dell’industria cinematografica. Sono realizzate nuove macchine da presa e si
rinnova anche il repertorio dei film. Presto, si costruiscono cineprese
“reversibili”, in grado di funzionare anche come proiettori di pellicole. Tra
molte incertezze ed esitazioni le fotografie animate trionfano sul grande
schermo. Dapprima, a New York e ad Atlanta, poi a Berlino e, finalmente, a
Parigi dove, il 28 dicembre 1895, si terrà la proiezione pubblica più celebre
delle origini del cinema: quella di Auguste
e Louis Lumière al Grand Café.
Nella sala successiva potete
assistere a una selezione dei primi filmati d’epoca, dotati di audio
descrizione, realizzati da Georges Demenÿ,
Max ed Emil Skladanosky, Robert Paul
e Paul Acres, per finire con il
celebre arrivo del treno alla stazione della Ciotat di Louis e August Lumière. Una full immersion in quel mondo lontano, immortalato in bianco e nero
e senza audio che, però, suscita in noi un sorriso di tenerezza e un po’ di
stupore.
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Il treno alla stazione della Ciotat di Louis e August Lumière. Museo Nazionale del Cinema di Torino.
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IL CINEMA FORANEO
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Cinema foraneo
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Parti della struttura che
costituiva il cinema foraneo di Giovanni Cini, circolante all’inizio del XX
secolo nelle piazze dell’Emilia e della Lombardia.
Le prime proiezioni pubbliche
del cinematografo erano tenute sia in sale stabili, come caffè e teatri, sia in
sale ambulanti, simili ai tendoni da circo. I cinema foranei hanno contribuito
alla diffusione dello spettacolo cinematografico portandolo nelle fiere
cittadine e nei piccoli paesi. All’ingresso dei cinema si trovavano spesso dei
piccoli automi, come l’uccellino in gabbia qui esposto, che si azionavano
inserendo una monetina nell’apposito foro.
IL CAFFÈ TORINO
Per rendere omaggio all’intenso
rapporto fra Torino e il cinema quale miglior ambientazione di un tipico caffè
in perfetto stile torinese? Agli inizi del Novecento Torino era una specie di
Hollywood sul Po, con più di cento case di produzione (Itala e Ambrosio in
testa) che esportavano film nel mondo. Anche quando l’epoca d’oro del muto si
esaurisce, la città diventa nei decenni successivi punto di riferimento per
tanti registi che la scelgono come location ideale dei propri film.
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Caffè Torino
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Seduti al bancone o ai tavoli
del caffè i visitatori possono osservare le fotografie, i manifesti, i
bozzetti, gli spezzoni dei film in cui Torino è protagonista, lasciandosi
condurre in un viaggio dagli albori del muto ai giorni nostri.
Proseguendo il tour vi imbatterete in ambienti molto
particolari, tra cui:
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Una stanza allestita come un laboratorio di
chimica, pensato perché vi si possa attuare una sorta di caccia al tesoro (ci
sono monitor nascosti ovunque, soprattutto nei posti più insospettabili!)
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Il cinema sperimentale...
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·
Un salotto anni Cinquanta dove tutto sembra vero,
ma nulla lo è (pensato per sottolineare la contrapposizione tra il cinema che
racconta la Storia e la Storia che si fa documentario, in un confronto
singolare che fa riflettere sulla capacità del mezzo filmico di raccontare la
realtà o la sua mistificazione).
·
La ricostruzione di un’astronave (con occupante
alieno), per raccontare al visitatore il cinema di fantascienza.
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Astronave aliena e occupante alieno. Cinema di fantascienza al Museo Nazionale del Cinema di Torino.
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·
La proiezione caleidoscopica di sequenze di
famosi musical (genere
cinematografico americano per eccellenza).
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I musical
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·
L’interno del saloon di un film western (altro genere cinematografico
americano per antonomasia che, però, arriverà anche in Europa grazie a Sergio
Leone e alla sua rivisitazione in chiave
spaghetti-western).
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Ricostruzione di un Saloon
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·
Uno spazio dedicato all’horror (con un’immagine lenticolare di Boris Karloff, protagonista del film “The Mummy” – “La Mummia” – del 1932, diretto da Karl Freund).
·
Una saletta che – sono sicura – vi piacerà
tantissimo, a partire dalla sua porta d’ingresso sorprendente… Si tratta della
sala che ospita i film d’animazione!
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La porta di Willy il Coyote
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Prego, entrate pure! Prima di voi è
passato Willy il Coyote che, come
potete vedere, ha lasciato un buco con la sua sagoma… Entrando, potrete
gustarvi i grandi classici del cinema di animazione. L’allestimento, giocando
con alcuni topos del genere, è stato creato inserendo piccoli monitor in
oggetti scenografici tipici dei cartoni animati… Ci sono: la cassaforte con le
monete d’oro,
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Le monete d'oro dei cartoni animati
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la bomba con la miccia accesa,
la gabbietta di Titti,
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Gabbietta di Titti
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il muro con la tana del topo,
un grande
cuore,
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| Cuore |
la cuccia del cane…
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Cuccia del cane
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I cartoni animati sono sempre stati uno spettacolo
in grado di incantare sia i bambini sia gli adulti, perciò non vergognatevi se
– ora che siete cresciuti(?) – doveste provare un po’ di nostalgia per quei
tempi in cui a Titti era “semblato di
vedele un gatto” o un serpente dalla “S” sibilante invitava suadente il
Principe Giovanni a contare i sssuoi sssoldi…
FARE UN FILM
“Come si fa un film? Come funziona il linguaggio del cinema? Le
prossime cinque tappe del viaggio all’interno della Macchina del Cinema cercano
di dare una risposta a queste domande. Vedrete in ciascuna di esse diversi
livelli del processo di lavorazione di un cortometraggio di 90 secondi,
appositamente girato nella Mole (dove? Scopritelo!): dapprima il prodotto
finito, poi le diverse fasi della sua composizione. A ogni tappa sarete
invitati a riflettere su come l’apparente ‘naturalezza’ del cinema sia in realtà
il prodotto di una sofisticata manipolazione. Vi invitiamo a dedicare un minuto
e mezzo a ogni filmato. Le proiezioni sono sincronizzate in modo che ciascuna
cominci appena finita la precedente, con un breve intervallo per spostarsi
nell’area successiva”. Davide Ferrario
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Fare un film
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Ad accogliervi (sullo schermo,
eh), Neri Marcoré, che vi spiegherà – in modo chiaro e semplice – quali sono gli
elementi costitutivi di un film e vi racconterà curiosità e retroscena su
riprese, suono, montaggio ed effetti speciali. E, a proposito di effetti
speciali…
GLI EFFETTI SPECIALI
Il desiderio di dar vita a mondi
inventati e creature immaginarie o di rendere possibile l’impossibile ha
portato a sperimentare e inventare effetti speciali e visivi che al giorno
d’oggi hanno raggiunto un altissimo livello di definizione. Tre aree
interattive sono a vostra disposizione per giocare con gli effetti speciali
di varie epoche. Il primo è un esempio
dei trucchi illusionistici di tipo meccanico di fine Ottocento/inizi Novecento
inventati da Georges Méliès, padre
del cinema fantastico. Uno fondo dipinto scorre velocemente alle spalle di un
attore mentre questi viene ripreso, creando l’impressione di stare precipitando
nel vuoto. Poi, la tecnica del matte painting, che consiste nel combinare in
fase di ripresa una scena reale con un fondale dipinto, facendo apparire come
se tutto fosse ripreso dal vero. E, infine, il moderno chroma key, dove gli attori vengono ripresi su uno sfondo blu o
verde che successivamente verrà sostituito da un’immagine realizzata in esterno
o al computer.
LA MACCHINA DEL CINEMA
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La famosa sedia del regista.
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Il percorso dedicato alla
“Macchina del Cinema” propone un viaggio spettacolare e didattico alla scoperta
delle varie fasi di ideazione, produzione e realizzazione di un film. Le
singole aree tematiche offrono allestimenti ispirati alla sala cinematografica,
ai produttori coi loro studios, i
registi, le star, gli sceneggiatori, i costumisti e gli scenografi. Le vetrine
propongono invece cimeli originali provenienti dalle collezioni del Museo: bozzetti,
costumi, materiali pubblicitari, documenti, lettere e fotografie. Nella seconda
parte del percorso, un cortometraggio realizzato apposta dal regista Davide
Ferrario accompagna il visitatore nelle tappe della costruzione di un film: le
riprese, il montaggio, il sonoro, gli effetti speciali. Infine, tre aree
interattive consentono di giocare con gli effetti speciali citati poco sopra.
NOI, IL PUBBLICO
Il cinematografo dei fratelli
Lumière ebbe successo per il suo valore collettivo: per la prima volta veniva
proposto all’interno di una piccola sala uno spettacolo di immagini in
movimento fruibile contemporaneamente da più persone. Alle origini del cinema
le proiezioni erano ambulanti e il pubblico si accalcava in baracconi da fiera,
ma ben presto vennero costruite sale stabili, a volte semplici come i nickelodeons americani, altre volte
sfarzose, gigantesche, ricche di decorazioni e addobbi, veri e propri templi di
questo nuovo rito sociale.
LA PRODUZIONE
Fare cinema è un’operazione
molto costosa perché vengono messe sotto contratto tante figure professionali.
Chi si occupa di trovare i finanziamenti e gestire il budget è il produttore, figura fondamentale nel processo di
realizzazione del film e della sua successiva distribuzione nelle sale. Se il
suo ruolo è visto come prevalentemente operativo, in realtà molti produttori
hanno dato un fondamentale contributo artistico scegliendo di investire in film
che hanno segnato la storia del cinema. Fra i più famosi e potenti, i magnati
hollywoodiani David O. Selznick, Samuel Goldwyn o i fratelli Warner, accanto agli italiani Carlo
Ponti, Dino De Laurentis e Goffredo Lombardo, produttore e distributore della Titanus.
GLI STUDI
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Marchio della Metro-Goldwyn-Mayer
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Con il termine studio (o studi)
si intende sia il teatro di posa, ovvero il set in cui vengono effettuate le
riprese, sia l’insieme degli stabilimenti dedicati all’intera realizzazione di
un film, dagli uffici amministrativi ai magazzini con gli oggetti di scena,
alla carpenteria, alla sartoria, ai laboratori di pre e post-produzione, fino
agli uffici stampa che seguono il lancio del film: vere e proprie città del
cinema, come gli studios
hollywoodiani delle majors Universal, Warner, Paramount, Columbia, MGM,
Fox, così immense che per muoversi venivano usati i tram. Il modello hollywoodiano viene seguito anche
in Europa dove, fra gli altri, si distinguono
gli studi di Cinecittà, il cinema italiano si era già distinto nell’epoca d’oro del muto con teatri di posa all’avanguardia, come quelli
dell’Itala Film di Torino, tra i più grandi d’Europa.
I REGISTI
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I registi.
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Il regista ha il ruolo
determinante di coordinatore di tutte le operazioni tecniche e artistiche che
porteranno al prodotto finale dell’opera filmica. Considerato generalmente come
l’autore del film, la sua figura nel corso della storia del cinema ha assunto
ruoli e importanza diversi. All’inizio veniva chiamato direttore di scena e
doveva semplicemente occuparsi dell’allestimento scenico delle singole
inquadrature. Poi attraverso i primi registi, come David Wark Griffith, assume sempre di più anche una funzione
espressamente creativa. Nel corso degli anni ’20 e ’30 e nel cosiddetto cinema
classico hollywoodiano diventa il responsabile delle riprese e della direzione
degli attori, ma raramente segue il lavoro di montaggio mentre il suo ruolo
artistico è riconosciuto nell’Europa del secondo dopoguerra.
LE STAR
Protagonisti assoluti della
mitologia del cinema sono le star, quei personaggi che per il pubblico
rappresentano l’apice della seduzione e del carisma, dei quali si seguono non
solo le storie sullo schermo ma anche le vicende della vita privata, oggetto di
un vero e proprio culto da parte dei fan: la ricerca dell’autografo, della
fotografia, dell’incontro fugace alle “prime” dei loro film, diventano parte di
un rito che dai tempi del cinema muto si estende fino ad oggi. Rodolfo
Valentino, James Dean, Marilyn Monroe, le cui morti premature
ne hanno ulteriormente consolidato lo status divino, e ancora Marlene Dietrich, Greta Garbo, Sophia Loren, sono solo alcuni dei nomi più famosi
dell’Olimpo in celluloide.
LA SCENEGGIATURA
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La sceneggiatura.
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Un film inizia a prendere vita
con la stesura di un soggetto, alcune pagine su cui in breve si racconta la
trama. A volte il soggetto è originale, altre volte è tratto da un’opera già
esistente (un romanzo o una pièce teatrale). Successivamente si scrive la
sceneggiatura, ovvero una descrizione di come si susseguiranno scene e
dialoghi, con indicazioni sulle riprese e sul montaggio. La fase
dell’elaborazione della sceneggiatura varia a seconda dei registi e del loro
stile. Roberto Rossellini, per esempio, era solito improvvisare durante le
riprese e sosteneva di non avere mai capito bene la necessità di avere una
sceneggiatura, se non per rassicurare i produttori. All’estremo opposto, ci
sono registi che lavorano su uno scritto molto dettagliato, come Alfred Hitchcock.
IL CASTING
Il lavoro del casting consiste
nella selezione degli interpreti, dai principali ai minori. È il passaggio dal
personaggio immaginato e scritto nella sceneggiatura quello “reale” che si
vedrà sullo schermo. Vari sono i criteri che stanno dietro alla scelta di un
attore: il volto che “funziona” per quel ruolo, la presenza scenica, la
gestualità e , naturalmente, la tecnica di recitazione. Fare il casting
significa innanzitutto realizzare provini con i potenziali interpreti. Il più
famoso della storia del cinema è quello di “Via
col vento”: chi sarebbe stata Rossella
O’Hara? Nell’arco di due anni furono sottoposte a provino centinaia di
aspiranti attrici, alcune anche molto famose. Vivien Leigh ebbe la meglio su tutte.
I COSTUMI
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Costumi di scena.
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L’abito di scena è parte
integrante nella costruzione del personaggio. La bravura del costumista sta nel
creare una perfetta aderenza tra attore, personaggio e periodo in cui la storia
è ambientata. Per meglio prefigurare le sue creazioni spesso disegna schizzi e
figurini, talvolta attaccandovi anche frammenti di stoffa in modo da fornire
precise indicazioni alla sartoria che eseguirà materialmente l’abito. L’estro
dei maestri del costume design può anche influenzare la moda: lo stile
androgino di Marlene Dietrich, ideato
da Travis Banton, o i tailleur con le spalline larghe
inventate da Adrian per far risaltare il corpo di Joan Crawford hanno inciso nelle tendenze e nel gusto dell’epoca,
ma non solo.
LA SCENOGRAFIA
Nella progettazione di un film di
estrema importanza è l’ideazione dello spazio in cui si muoveranno i personaggi
e avverrà l’azione. Si può trattare di spazi artificiali ricostruiti sul set
oppure di luoghi reali, a grandezza naturale o di dimensioni inferiori per
contenere i costi e agevolare le riprese. Lo scenografo è il creatore
tecnico-artistico di queste ambientazioni all’interno delle quali devono
potersi muovere liberamente anche la macchina da presa e tutte le attrezzature
necessarie alle riprese. La fase preparatoria del suo lavoro prevede la
realizzazione di schizzi, bozzetti e modelli tridimensionali. A volte molto
tecnici e mirati alla costruzione di elementi architettonici, altre volte
rappresentazioni visive pressoché perfette, quasi dei fotogrammi disegnati con
al proprio interno anche la presenza delle figure umane.
LE DECORAZIONI IN MEMORIA DELLA GRANDE GUERRA
Nel corso dei lavori di
ristrutturazione della Mole, avviati nel 1931, le decorazioni originali,
progettate da Antonelli e integrate-ripensate da Annibale Rigotti nei primi
anni del Novecento, furono in parte nascoste in parte sostituite. Alcune aree
furono decorate con simboli legati alla celebrazione dei caduti, in linea con
la retorica politica del fascismo, e insieme per sottolineare la destinazione
patriottica dell’edificio che il Comune di Torino aveva dedicato al Ricordo
Nazionale dell’Indipendenza Italiana nel 1878, anno della morte di Vittorio
Emanuele II. Sulle pareti dell’area che
attualmente ospita la “Macchina del
Cinema” vennero dipinti in stile déco i nomi delle maggiori battaglie
combattute dai fanti italiani nella Grande Guerra, fra il Trentino e Gorizia.
LA COLLEZIONE DI RIVISTE del Museo Nazionale del Cinema
è costituita da circa 5.500 testate e offre un variegato sguardo del panorama
editoriale nazionale e internazionale, che copre circa due secoli di storia
della fotografia e del cinema, dall’Ottocento fino ai giorni nostri. Le fotografie di Angelo Frontoni, realizzate
in studio o sul set, appaiono sulle più note riviste italiane e straniere, quali
Epoca, Gente, TV Sorrisi e Canzoni, Stern, Paris Match, Sunday Times
e Photo. Le sue copertine per Playboy, Playmen e Ciné Revue
consacrano Frontoni maestro dei nudi.
Le brochure pubblicitarie conservate nella collezione del Museo sono
alcune migliaia, dal muto ai giorni nostri. Fondamentali per il lancio del
film, sono ricche di informazioni, dalla trama – spesso in più lingue per il
mercato estero – alle notizie sulla produzione e sugli interpreti.
L’impaginazione è avvincente, con fotografie di scena ritratti, collage ed
elaborazioni grafiche di grande impatto visivo.
LA “WALK OF FAME” – Una passeggiata sulle orme dei grandi
divi e delle grandi dive del Cinema. Se siete arrivati fin qui, sappiate che siete soltanto a metà di un viaggio meraviglioso: vi aspettano foto di grandi attori e di grandi attrici, coi loro sguardi magnetici, profondi; vi aspettano scatti realizzati con enormi Polaroid, curiosità e ricordi di un passato pronto a rivivere davanti ai vostri occhi...
ITALIAN MEN
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Ritratto fotografico di Adriano Celentano.
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Negli anni ’60, il cinema
italiano da simbolo della rinascita si fa specchio della modernità. Adulto e
problematico ma anche glamour e
internazionale. È un’epoca di grandi divi e di volti nuovi che sanno farsi
strada tra i generi. Nessun’altra cinematografia ha saputo offrire
contemporaneamente i vertici del film d’autore e una produzione popolare che
rimarrà impressa nella memoria. Ancora oggi, in tutto il mondo, è soprattutto
questo il cinema italiano. Dalle fotografie ci guardano le maschere popolari e
ruvide di Milian, Franchi e
Ingrassia, Celentano, modelli maschili che oscillano tra il fascino di
Mastroianni e il grottesco di Sordi, tra il macho e la sua parodia. La crisi
arriverà ben presto e queste immagini raccontano di una generazione che vive
l’epoca d’oro del nostro cinema e di nuovi volti (Volonté, Giannini, Testi, Placido) che preludono a un tempo sempre
più contraddittorio.
RITRATTO D’AUTORE E FOTO DI SCENA
È solo negli anni ’30 che nasce
ufficialmente il fotografo di scena, non più un’anonima maestranza come
all’epoca del muto, ma un autore accreditato. Le case di produzione,
consapevoli della centralità della fotografia per il successo di un film
ingaggiano importanti fotografi quali Arturo Bragaglia, Osvaldo Civirani,
Aurelio Pesce e Arnaldo Vaselli. Ma è soprattutto Elio Luxardo ad apportare uno stile moderno al ritratto d’attore.
In dialogo con la fotografia internazionale, i volti e i corpi plasmati da luci
e ombre veicolano un’immagine contemporanea delle dive italiane. Ne sono un
esempio i due ritratti di Doris Duranti.
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Italia Almirante Manzini in "Cabiria", Giovanni Pastrone, Itala Film, 1914. Coll. MNC - Fondo Pastrone.
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NASCITA DEL DIVISMO
Il Museo Nazionale del Cinema
conserva un prezioso corpus di riviste specializzate, edite a partire dal 1907
sino alla fine degli anni ’20, con pubblicazioni talvolta dedicate ad aspetti
specifici della settima arte e altre di carattere più generalista e popolare.
Sono queste ultime, forse, quelle che – in quegli anni – contribuiscono
maggiormente all’affermazione del fenomeno del divismo.
Lo stretto legame tra la
fotografia e il cinema si manifesta nella “fotografia di cinema” diffusa in
Italia negli anni ’10, quando nasce l’industria cinematografica e la necessità
di promuovere i film. La fotografia garantisce infatti una comunicazione
immediata ed efficace che cattura l’attenzione e consente di raggiungere un
ampio pubblico. Soprattutto, la fotografia amplifica e sancisce la fama
nazionale e internazionale di attrici e attori: nasce il divismo
cinematografico.
La fondatrice del Museo, Maria Adriana Prolo, dedicò al cinema
muto italiano una straordinaria collezione, una raccolta che include oltre
30.000 fotografie, spesso le uniche testimonianze di film ormai perduti.
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Ritratto fotografico di Eleonora Duse.
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Qui il protagonista è il
ritratto, strumento privilegiato nella costruzione dell’icona cinematografica.
Gli attori sono fotografati sul set con i costumi di scena, da fotografi
anonimi e negli atelier dalle firme più
prestigiose dell’epoca. Come Mario Nunes Vais, autore delle fotografie con
Eleonora Duse e Tina Di Lorenzo. In linea con l’estetica della fotografia
artistica, i ritratti popolano le riviste dell’epoca e sono stampati per il
grande pubblico in formato cartolina postale.
FOTO DI SCENA
Le fotografie di scena
propongono una sintesi visiva del film e ne documentano la ricchezza della
messa in scena. Presentate nei materiali promozionali, allestite nei cinema e
distribuite come cartoline, la loro finalità è creare un forte legame tra il
pubblico e il film, per sedurre il
potenziale spettatore o mantenere vivo il ricordo in coloro che hanno assistito
alla produzione.
SGUARDI D’ATTORE – DI STEFANO GUINDANI
Si dice che lo sguardo sia lo
specchio dell’anima e che racchiuda le nostre sensazioni. Quando poi questi
sguardi appartengono a coloro che per mestiere incarnano le emozioni, non può
che diventare tutto poesia. Per il 15° anniversario dalla nascita di RAI
Cinema, Stefano Guindani è stato chiamato a catturare con il suo obiettivo
l’intensità di oltre 300 tra i migliori attori italiani. Da questo progetto è
nato nel 2016 il volume “Sguardi d’attore. I volti di RAI Cinema”, una
meravigliosa raccolta di ritratti, opere cinematografiche ed emozioni. Oltre
alle fotografie esposte sulla rampa, una selezione dei ritratti e una video-gallery di cento volti
restituiscono a questa stanza l’immagine nota e meno nota del cinema italiano
contemporaneo. In collaborazione con RAI Cinema.
GIANT POLAROID
Le “Unique Celebrity Pictures” nascono nel 1996 come ritratti
ufficiali alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Al
termine della conferenza stampa, le celebrities
passavano nello studio Photomovie per
lo scatto con la Giant Camera Polaroid, con
lo sviluppo in 80 secondi; firmati dalle star e dal fotografo, i ritratti
venivano esposti al Palazzo del Cinema. Tra il 1998 e il 2007, il progetto
toccò i Festival di Cannes, Berlino,
Taormina e i Premi David di Donatello. Nel 1999, Polaroid fece costruire una
macchina 50x60 appositamente per Photomovie
che ha così immortalato i più importanti protagonisti della cinematografia
mondiale. Le quattordici Giant Polaroid
originali esposte, formato 50x60cm sono stampe in copia unica degli scatti
realizzati da Stefano C. Montesi, Fabrizio Marchesi, Jacek P. Soltan.
Per gentile concessione di
Claudio Canova. Photomovie.
CLICIAK – SCATTI DI CINEMA
Il Centro Cinema Città di
Cesena, organizza dal 1998 “CliCiak
scatti di cinema”, pensato sia per valorizzare il lavoro dei fotografi di
scena sia per dar vita a una fototeca sul cinema italiano contemporaneo (oltre
28.000 le foto raccolte). Tra i riconoscimenti figura il premio speciale del
ritratto sul set. Inizialmente assegnato in collaborazione con la redazione di
Ciak, dal 2020 il premio è divenuto “Portrait,
ritratto sul set”, assegnato da un
protagonista del cinema e/o della fotografia; dopo Piera Detassis, nel 2021 il
compito è stato affidato a Denis Curti. Le foto qui proposte sono quelle
insignite del premio nel corso delle varie edizioni e provengono dall’Archivio
Centro Cinema Città di Cesena.
TORINO CITTÀ DEL CINEMA E DELLA FOTOGRAFIA
Fotografi torinesi – ritratti
nella gigantografia esposta nel Red
Carpet dell’Aula del Tempio – collaborano alla mostra mettendo a disposizione
alcuni loro scatti. Sono immagini che documentano la vita cinematografica
torinese, i photocall realizzati
durante la première dei film ai
festival organizzati dal Museo Nazionale del Cinema, e anche scatti rubati e
ritratti sul set. Queste fotografie contribuiscono a comunicare il ruolo di
Torino città del cinema e a conservarne la memoria.
I NUDI DI ANGELO FRONTONI
“Angelo Frontoni, Mago del nudo! Frontoni non è solo uno dei fotografi
preferiti delle vedette ma anche uno dei migliori specialisti della fotografia
di nudo” (Ciné-Révue, 9 agosto
1979).
È Frontoni l’autore del servizio
con Sylva
Koscina pubblicato su Playboy
America nel 1967: scandalo e successo che consacrano la sua firma a livello
internazionale. Il tema del nudo attraversa tutta la sua produzione che abbina
una visione personale del corpo femminile ai cliché della fotografia softcore
veicolata dalle iconiche riviste Playboy
e Playmen. Il rapporto di fiducia che
instaura con le celebrità, gli consente di “spogliare” con il suo obiettivo anche
i personaggi più restii come Milena
Vukotic che in un’intervista ha dichiarato: «Frontoni mi disse: “Ti fanno
sempre apparire brutta, perché non ti fai fotografare nuda?” Rimasi sorpresa,
ma accettai la sfida».
E QUANDO AVRETE TERMINATO IL
GIRO E SARETE STANCHI/E POTRETE GODERVI UN PO’ DI MERITATO RELAX SULLE
COMODISSIME POLTRONCINE DEL PIANO TERRA ORIENTATE IN MODO TALE DA POTER
GUARDARE LE IMMAGINI CHE SCORRONO SUI MAXI-SCHERMI SOPRA LE VOSTRE TESTE…
Ora volgete lo sguardo verso l'alto e... gustatevi la bellezza...
Ovviamente in questo articolo ho inserito soltanto una piccolissima parte di ciò che si cela all'interno del Museo Nazionale del Cinema perché vorrei davvero che vedeste coi vostri occhi tutto il mondo che la Mole Antonelliana contiene. E spero veramente di avervi fatto sorgere la curiosità di saperne di più.
PHOTOCALL – ATTRICI E ATTORI DEL CINEMA ITALIANO
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| Photocall |
Fan Fact: pochi giorni fa, proprio su quel red carpet è passata Monica Bellucci!
La mostra continua…
Al piano zero “Backstage!” e, sulla cancellata della
Mole Antonelliana, “Brivido Pop” di
Marco Innocenti. Al cortile dell’Ateneo “Il
gioco delle coppie”, omaggio ad Angelo Frontoni.
DULCIS IN FUNDO: una carrellata degli oggetti esposti da
non perdere…
LA SELEZIONE DELLE MACCHINE FOTOGRAFICHE
La macchina fotografica concorre
nelle scelte artistiche del fotografo. Qui esposta, una selezione tra le
macchine professionali più utilizzate, dagli apparecchi a lastra dell’epoca del
muto fino a quelli digitali, in grado di girare anche video in 4K. Oltre ai
modelli celebri, ve ne sono di rari o particolari: la Bectar con flash
sincronizzato, la Summa Report ideata
per i fotoreporter, la Photosniper nata per i corpi militari e
poi usata dai paparazzi.
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Costumi/armature di scena. Spicca, tra tutti, il costume/armatura del film "Robocop".
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"La carica dei 102 - Un nuovo colpo di coda". Animatronic di un cucciolo di dalmata.
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Busto in resina in scala 1:1 di Boris Karloff nel ruolo de mostro di Frankenstein. Scultura di Miles Teves del 1995, produzione Ciné Art (USA), 1999.
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Busto in resina in scala 1:1 di Lon Chaney nel ruolo del fantasma dell'Opera. Scultura di Miles Teves del 1999, produzione Ciné Art (USA)2000.
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Calco in gesso del volto di Meryl Streep realizzato dal designer e creatore di effetti speciali Alec Gillis per il film "La morte ti fa bella". Gli artisti del trucco e degli effetti speciali si servono dei calchi dei volti degli attori per creare e modellare protesi facciali, modificare particolari del viso, riprodurre le fattezze dell'attore su manichini meccanizzati. Premio Oscar per i migliori effetti speciali 1993.
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Oggetti di scena. Riconoscerete sicuramente da quali film provengono. "Il pianeta delle scimmie", "Star Wars"...
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Locandina del film "Lo squalo" e realativa testa di squalo gigante.
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Il busto di Batman, quello di Catwonan e il mantello di Superman...
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Oggetto di preproduzione: diorama per riprese a passo uno del film "Jurassic Park" di Steven Spielberg, USA, 1993. Costruito al Tippet Studio per visualizzare una delle scene più complesse del film in cui il tirannosauro rex si scaglia contro il recinto di rete metallica e fa ribaltare due jeep.
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Il mostro della laguna nera. Calco dello stampo originale realizzato da Jack Kevan per la maschera indossata da Ricou Browning.
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Se voleste supportarmi in questa
impresa, potete seguirmi sui social,
in particolare su Instagram (dove
sono maggiormente attiva). Proprio lì ho creato numerosi hashtag che riguardano libri, luoghi, arte e molto altro ancora.
Ce n’è uno, in particolare - che ho chiamato #diffusioniculturali – dove
troverete curiosità stuzzicanti: vi aspetto!
Qui di seguito tutti i miei hashtag (su Instagram):
·
#diffusioniculturali
·
#instagrammounlibro
·
#resuscitounaparola
·
#filosofitralenote
·
#briciolettere
·
#scherzarte
·
#pastidicarta
·
#laparolachechiude
·
#unaparolaperdomani