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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

mercoledì 25 maggio 2022

Elena Loewenthal, BIBBIA SELVAGGIA

 


 

Elena Loewenthal (foto di Manuela Barbagallo)
“Bibbia Selvaggia – Dire di no a Dio. Rifiutare la vocazione” è il titolo della conferenza tenuta da Elena Loewenthal in data 20/05/22, titolo  che riprende il tema della XXXIV edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino: “Cuori Selvaggi”. L’incontro comincia dunque con un ossimoro che ha come protagonista la Voce di Dio. Nella Bibbia, infatti, il rapporto tra Dio e Uomo è basato proprio sull’ascolto. La Creazione stessa è un fenomeno interamente vocale.

[Per inciso: affinché possa avvenire la Creazione del Mondo, è necessario che Dio si ritiri, ma – così facendo, poiché con Dio si ritira anche la Sua Bontà – insieme al Mondo viene al Mondo il Male.]

La Voce di Dio si fa Mondo prima attraverso dicotomie (es. Luce/Buio) e successivamente attraverso atti di moltiplicazione. Tutto viene creato per mezzo della Parola, ma - quando arriva il momento di creare l’Uomo – la modalità cambia.

 Infatti l’essere umano:

1.     È l’unica cosa creata indirettamente, “di seconda mano”, vale a dire con l’uso della polvere della terra.

2.     È l’unica creatura che non scaturisce dalla Parola.

3.     È l’unico essere creato singolo e poi sdoppiato.

4.     È l’unico a non essere Parola, ma ad avere la Parola, in quanto – appena “nato” – possiede già la missione di attribuire il nome alle cose.

Ma il tema principale dello studio di Elena Loewenthal è – come annunciato dal titolo della conferenza - la mancata risposta dell’Uomo alla chiamata di Dio. Perché la Bibbia è interamente binomiale/dicotomica: Voce-Silenzio, Chiamata-Risposta, ecc.

Tutto ha inizio con il Peccato Originale, trasgressione senza la quale la storia (e, aggiungerei, la Storia) non proseguirebbe. La Bibbia stessa ha bisogno di quell’atto di disobbedienza per poter avanzare nella sua narrazione. L’Albero della Conoscenza rappresenta un Tabù per l’Uomo. Il divieto di Dio si accompagna ad una “minaccia” di morte, ma – pur avendo mangiato il frutto proibito – i due occupanti del Giardino non trovano la morte… Non muoiono, ma si accorgono di essere nudi, parola che in ebraico si traduce anche con “furbi” e ben presto capiremo l’utilità di questa doppia valenza di significato. Adamo ed Eva provano infatti un disagio che prima del Peccato non provavano e capiscono di essere fragili e – soprattutto - mortali; capiscono che la vita è un cammino ineluttabile verso l’assenza. Questa consapevolezza – che oggi è innata in noi – non ci sarebbe se Adamo ed Eva non avessero disobbedito, ed ecco spiegato il motivo per il quale la loro trasgressione era necessaria.

Una volta compiuto il misfatto, i due umani vanno a nascondersi, e noi che leggiamo la Bibbia vediamo un Dio Onnipotente che cerca l’Uomo, lo chiama. Quando, alla fine, escono dal loro nascondiglio, Adamo pronuncia due parole importantissime per lo svolgimento della storia (e, ancora una volta, della Storia). Egli dice: “Io ero”. In queste due parole sono contenute due grandi invenzioni dell’Uomo:

1.     Io: prima di allora mai era esistita la prima persona singolare.

2.     Ero: prima di allora non c’era mai stato neanche il verbo al passato.

Si tratta della prima autobiografia della Storia, se vogliamo. Ma come hanno fatto Adamo ed Eva a raggiungere questo stato di consapevolezza? Rifiutando la Voce di Dio…

Mosè è un’altra delle “identità in bilico” presenti nella Bibbia. Nato da una trasgressione, abbandonato per necessità, scopre di non essere figlio del Faraone, uccide un uomo per sete di giustizia… Dio è costretto a usare altri mezzi che non siano la Voce per convincere Mosè ad accettare e ad abbracciare la propria Vocazione.

Il bastone di Mosè, la manna, ecc. sono tutte “armi” supplementari nell’opera di convincimento. L’intera storia dell’Esodo è una storia di “lotte” per farsi ascoltare.

Il roveto ardente è un’altra dimostrazione che Dio si trova costretto a dare perché la Voce non ottiene l’effetto voluto. Mosè vuole delle informazioni, chiede conferme e – ricolto a Dio - domanda: “Chi sei Tu? Come Ti chiami?” E la risposta di Dio a quest’ultima domanda è straordinaria… Egli dice: “Io sarò quello che sarò” (tradotto erroneamente “Io sono Colui che sono”). Ma non è la prima risposta… Inizialmente, Dio aveva risposto: “Il Signore”. Cosa che non aveva convinto molto Mosè…

Ecco, Mosè – e, con lui, tutti noi – vuole/vogliamo capire chi è quel Dio che ci chiama e qual è il Suo nome. Mosè ha una missione, ma ritiene di non poterla compiere senza sapere chi è il mandante di tale missione. Neanche questo, però, gli basta, così domanda ancora: “E io? Chi sono io?” È allora che Dio trasforma il bastone di Mosè in serpente. Ma a Mosè non basta ancora. Allora Dio gli affianca suo fratello Aronne. Possiamo dire che Aronne è stato il primo Ufficio Stampa della Storia…

Anche la storia del profeta Giona è una storia di rifiuto della chiamata. E mentre Mosè aveva Aronne, Giona ha ben due aiutanti accanto a sé: uno è il pesce e l’altro è l’albero di ricino. Entrambi lo salveranno… Sì, perché Giona corre nella direzione opposta a quella impostagli da Dio. Giona è un “Ivrì”, un ebreo, “colui che sta dall’altra parte”, per l’appunto. Attraverso la fuga, però, Giona cresce, capisce delle cose che lo portano a Ninive (che è proprio il posto in cui doveva andare fin dall’inizio), fa quel che doveva fare già molto tempo prima (cioè convertire il popolo di Ninive), ma poi si offende nuovamente pensando che tutto ciò che gli è accaduto sarebbe successo comunque, qualunque cosa avesse fatto, in quanto tutto è preordinato; allora fugge di nuovo e si rifugia all’ombra di un alberello. Dio brucerà quell’albero per far comprendere al profeta che lui è uno “strumento”, pertanto non deve ritenersi inutile.

Anche il profeta Geremia rifiuta la Vocazione, così Dio gli dice: “Tu eri quello che eri ancor prima di nascere”. Ma Geremia è intimidito; come Mosè, pensa di non essere in grado di comunicare il messaggio di Dio, di non saper parlare. Allora Dio gli dona la facoltà di parlar bene, toccandogli la bocca.

Per concludere: il tema/simbolo della bocca è presente anche nella storia di Mosè, al quale Dio dà la morte attraverso un bacio…



Massimo Recalcati, LA LEGGE DELLA PAROLA

 



 

LA LEGGE DELLA PAROLA – Radici Bibliche della Psicoanalisi

Massimo Recalcati al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Appunti relativi all’incontro di Domenica 22 Maggio in Sala Oro.

Massimo Recalcati (foto di Manuela Barbagallo)

Dagli interventi di Massimo Recalcati al Salone del Libro e dai suoi testi si evince che la Psicoanalisi deriva ampiamente dalla Religione, con la quale ha molte cose in comune; tra queste cose, una spicca in modo particolare: la Legge. Nella Torah la prima espressione di tale Legge è quella della Separazione. Nella Genesi, nel Mito della Creazione, il Mondo nasce dal Desiderio di Dio, un Dio che genera  ogni cosa con la potenza della Parola. La Parola, dunque, essendo generativa, non è usata per comunicare bensì per creare; non nomina cose che già esistono, crea le cose. La Parola ha la potenza della Luce che estrae il Mondo dalle Tenebre. Come il Verbo coincide con l’atto della Creazione così la Psicoanalisi riproduce la stessa potenza della Parola. Infatti, quando un paziente descrive il proprio passato, non cerca  i ricordi nella memoria, bensì crea il suo passato, lo rende nuovo, sorprendente, lo porta alla Luce della Parola.

Dio genera attraverso la Parola, ma ciò che genera – per la suddetta Legge della Separazione – è separato da Dio, non si tratta del Suo prolungamento in quanto la Creazione è una donazione di Libertà alle creature. Non c’è creatura senza Creazione ma la creatura è libera perché Dio, creandola, ne crea la liberazione. Dio crea il mondo, ma il creato è senza Dio. Adamo (l’essere umano) è solo, perciò depresso, perché non può parlare con nessuno; nomina le cose, ma è un processo unidirezionale. Dio risponde con la creazione di Eva. Specifichiamo che la nascita di Eva non è quella di una creatura di serie B da una di serie A; non c’è subordinazione in quanto l’Adam non è il maschio bensì l’umano. L’umano, nella sua solitudine, langue, ha bisogno di un partner. Eva è il simbolo della relazione prima di essere il nome della donna/femmina. Adamo, preda della sua solitudine prima della nascita di Eva, sentiva una mancanza, espressa anche nella mancanza della costola. Sottrarre la costola significa, dunque, aprire la mancanza dell’umano, rendere possibile il Desiderio dell’umano: una cosa, questa, chiamata “Separtizione”, cioè la caduta nell’altro di una parte di noi. Il Desiderio Biblico non punta alla riunione, ma è un Desiderio che resta aperto; è una ricerca rivolta verso l’altro, ma non c’è mai un ricongiungimento, un riempimento di quel vuoto.

[C’è da dire, a questo proposito, che la carne è la manifestazione dell’anima; le due cose non sono separate, per via del principio dell’Incarnazione. La carne è il luogo in cui l’Infinito si manifesta e, quando amiamo, noi amiamo prima di tutto il corpo. Agape e Eros sono complementari.]

La seconda Legge di cui abbiamo testimonianza  è la Legge dell’Impossibile.

I nostri sogni sono criminali, sono contro il Diritto; il Desiderio è sempre contro la Legge. Freud sostiene che i sogni siano la manifestazione cainesca del nostro io L’orrore è il segreto dell’onorabilità. Siamo noi gli artefici dei nostri sogni così orrendi. L’odio, non a caso, è uno dei primi sentimenti che compaiono nella Bibbia e si manifesta con l’omicidio di Abele da parte di Caino.

La Legge (Dio) dice che non si può accedere all’Albero della Conoscenza, ed ecco una grande storia di Impossibilità: l’Impossibilità di sapere il sapere di Dio.

Il Serpente (rappresentazione del populismo) reagisce dicendo agli umani che Dio li sta ingannando perché è un Dio crudele ed egoista, è un Dio che limita la loro libertà. Dove sta il Peccato di Adamo ed Eva? Certamente non sta nella trasgressione perché è proprio il divieto che genera il Desiderio (ecco svelato il limite del proibizionismo). La Legge crea il Peccato, ma il Peccato è nelle parole del Serpente che instilla nell’essere umano il Desiderio di essere Dio. Questa è la grande follia dell’essere umano…

L’altra faccia dell’essere Dio è la Morte. Cercare di assimilarsi a Dio, idolatrare il proprio io comporta, infatti, la distruzione di sé.

Ci sono vari esempi di come l’uomo trova la morte in questa sua ricerca di assimilazione: Sant’Agostino che racconta del furto delle pere, innanzitutto. Perché quel furto? Abbiamo detto che la proibizione accende il Desiderio, perciò il furto scaturisce dal  Desiderio di annientarsi, di sterminarsi.

Poi, ancora, nel Qoelet è scritto che tutto è soffio, tutto è vanità, tutto è vano; la nostra vita è fatta di polvere e la morte è il nostro destino ultimo: tutto, dunque, finirà nel nulla. Il divenire è l’unica realtà dell’essere.

Perché tutto questo? Il Qoelet fornisce due risposte.

Premessa: dobbiamo cercare la consistenza perché siamo inconsistenza, dunque è per questo che vogliamo diventare Dei (e tentiamo questa impresa attraverso il denaro, il culto dell’io, l’idolatria), ma in questo modo andiamo incontro ancor più all’inconsistenza. Allora ecco le due risposte:

1.     Sii deciso in tutto ciò che fai – oggi -, “disattiva” il domani, deponi l’attesa. Sii come gli uccelli del cielo e i gigli del campo…

2.     Non confondere i tempi: c’è un tempo per ogni cosa.

Ma in quale occasione la Legge è davvero fatta per l’uomo? Nella Bibbia c’è la risposta e tale risposta è: quando la Legge sa interrompere se stessa. Quando la Legge sa sospendersi, sa fare eccezione a se stessa, sa ospitare la Grazia, sa perdonare, ecco che possiamo dire: la Legge è fatta per l’uomo. La Legge deve impedire l’applicazione automatica della Legge attraverso il dono della Grazia: tale Legge introduce il tema dell’Impossibile.

[Uno dei punti di contatto tra Religione e Psicoanalisi: nella Torah compare il Desiderio di essere Dio; nella Psicanalisi c’è il Desiderio incestuoso (di completamento).]

La Legge non deve essere solo un impedimento e – soprattutto – non bisogna identificare la Legge con la regola.

La Legge deve essere scritta nella carne del cuore!

Qualche esempio:

1.     Dio dice ad Adamo ed Eva che se mangeranno dell’Albero della Conoscenza moriranno, ma – pur avendone mangiato – i due non sono morti.

2.     Caino uccide Abele e poi si nasconde. Dio domanda di Abele a Caino e quando scopre che quest’ultimo ha ucciso suo fratello non lo uccide, per ritorsione o per vendetta, Dio marchia Caino con il segno della colpa, ma ciò lo risparmierà dalla morte.

3.     Il figliol prodigo si aspetta una severa punizione dal padre, invece il padre lo perdona e ne festeggia il ritorno.

4.     Il Libro di Giobbe è, nella sua interezza, un esempio dell’eccezione che la Legge applica a se stessa.

5.     Il sacrificio di Isacco è un altro esempio lampante dell’argomento in questione, tanto è vero che sulla copertina de “La Legge della Parola” compare  un dipinto di Caravaggio raffigurante la scena biblica del sacrificio di Isacco.

Massimo Recalcati e la copertina del suo nuovo libro (foto di Manuela Barbagallo)

 Nel dipinto sono ben visibili tre mani: la terza mano, che sembra sbucare dal nulla, all’improvviso, è la mano che interrompe il sacrificio prima che Abramo ponga fine alla vita di Isacco. La terza mano è quella della Legge che serve la vita e impedisce il sacrificio. Non a caso, la meta ultima della psicanalisi è sacrificare il sacrificio stesso.