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La Costituzione Manueliana

venerdì 20 ottobre 2017

Cosa accade quando siamo felici?



E’ strano come - cercando informazioni sulla felicità - si trovi solo ciò che la crea o la impedisce e non ciò che accade nel momento in cui la si conquista. Che cosa comporti realmente l’essere felici è assai difficile da sapere; perché non si sa come sia la felicità, ma una volta che si ottiene l’opportunità di provarla, si rischia di perdersi nel tentativo di trovarla ancora. La felicità è così effimera che tenerla stretta a noi diventa un’impresa non da poco, perciò  operiamo una costante ricerca, spesso senza accorgerci che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è sotto i nostri occhi. Pochi, invece, la trovano di continuo, perché hanno smesso di cercarla, iniziando, così, a vederla dappertutto. Forse, allora, la felicità crea dipendenza, come una specie di droga psicologica: più se ne ha, più se ne desidera e non si è disposti a condividerla con alcuno. Troppo raramente accade il contrario; non ci accorgiamo che “condividere” ha un significato ben diverso da “dividere”. Se cominciassimo a cambiare punto di vista, potremmo renderci conto che donando felicità agli altri, non ne rimane meno per noi perché è un bene illimitato cui tutti, indistintamente, abbiamo diritto. Proprio per la scarsa diffusione di questa prospettiva si scatena l’invidia in chi sente di esserne sprovvisto, nei confronti di chi, invece, sembra averla trovata. Dunque, stando a questi presupposti, siamo in grado di identificare, con maggior chiarezza, le conseguenze che scaturiscono dalla felicità. Di sicuro può succedere che diventiamo invidiosi, così come può accadere  che ci trasformiamo in persone dall’animo generoso. I generosi, però, si suddividono in due sottocategorie: i veri generosi e i buonisti di comodo. Sui primi ben poco c’è da dire se non che desiderano realmente portare agli altri la gioia di vivere; sui secondi, invece, è necessario spendere qualche parola in più. Il buonista di comodo non è spinto da un sentimento nobile e puro come la generosità, bensì da un senso di vanità, di esibizionismo, sfruttato per trarne un tornaconto personale, un possibile beneficio futuro.
Talvolta la felicità porta semplicemente altra felicità, in noi e negli altri, in modo quasi automatico. E’ naturale che ciò avvenga se attraversiamo tutte le fasi di questo sentimento: siamo felici, ci rendiamo conto di esserlo, accettiamo la nostra condizione serenamente e ringraziamo per averla ottenuta. Solo così saremo in grado di innescare quel meccanismo di reazione a catena che ci permetterà di attrarre sempre più felicità. Nelle suddette fasi di transizione si intravedono altre due conseguenze dirette della felicità: la gratitudine e la paura. Mentre la gratitudine ci permette di godere appieno del dono che ci  è stato fatto, la paura limita il nostro piacere. Ma perché così tanti hanno paura di provare una sensazione così bella? Perché, come afferma il personaggio di Charlie Brown, pensano che “ogni volta che si diventa troppo felici, accade sempre qualcosa di brutto”.
Anche l’avidità può essere conseguenza di una gioia profonda.  L’avidità vista però come un circolo vizioso in cui, citando Zigmunt Bauman (sociologo polacco, classe 1925) “non ci si ferma soddisfatti, e felici, quando un nostro desiderio si realizza. Piuttosto, ci si spinge subito a desiderare qualcos’altro che ci possa soddisfare in maniera migliore. Desideriamo il desiderio più che la realizzazione di esso”. Anche il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, prima di lui, sosteneva che “la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia”.  Entrambi ci trasmettono il messaggio che, nella vita, tutti abbiamo dei desideri che cerchiamo di realizzare. La frustrazione per il fatto di pensare che ci manca qualcosa, però, ci attanaglia e finche’  non otteniamo  ciò che stiamo cercando, saremo in preda al dolore. Una volta raggiunto il nostro obiettivo (se e quando  riusciamo a raggiungerlo) ci crogioleremo per un solo fugace attimo nella gioia, per poi cadere nella noia fino alla formulazione del successivo desiderio da rincorrere. Una specie di montagna russa, ecco cosa crea, a volte, la felicità. Fortunatamente, però, esistono anche persone “illuminate”, rese più sagge. Avendo fatto esperienza della felicità, questi individui divengono consapevoli che essa risiede nelle piccole cose, oltre che in quelle grandi; imparano ad amare la vita e, come se avessero una “meravigliosa malattia”, a “contagiare” inconsapevolmente anche chi sta attorno a loro, con questo sentimento positivo. Imparano che  non è così vero il luogo comune che domina la felicità e che la vede come una condizione pressoché irraggiungibile, sfuggente, ultraterrena, breve e inconsistente. Imparano che la felicità è un sentimento uguale per tutti (anche se ognuno la trova in cose diverse), ma che non tutti hanno il coraggio di accoglierla nelle loro vite. Certo, perché come afferma Holbrook  Jackson, scrittore del 1800, “la felicità è una forma di coraggio”. Chi trova la felicità, trova infatti un coraggio che non pensava di avere, uno status, una ricchezza interiore; perché non è la ricchezza che porta la felicità, ma la felicità che porta la ricchezza e per ricchezza – mi preme ribadirlo – non si intende espressamente quella in denaro, ma soprattutto quella interiore. La stessa cosa vale per il successo: Herman Cain, poliedrico personaggio statunitense, sostiene che “il successo non è la chiave della felicità. La felicità è la chiave del successo. Se ami quello che stai facendo, avrai successo”.
Il messaggio che tanti filosofi, tanti scrittori e tanti pensatori ci vogliono mandare è che non ci dobbiamo accanire nella ricerca della felicità perché tale ricerca “è una delle principali fonti di infelicità”, secondo Eric Hoffer (scrittore e filosofo dei primi del ‘900). Non dobbiamo nemmeno soffermarci a chiederci se siamo felici. John Stuart Mill ne è convinto e afferma: “Chiedetevi se siete felici e cesserete di esserlo”.
Sarebbe utile pensare alla felicità, guardare alla felicità come a qualcosa di meraviglioso che ci permette di crescere e di maturare quanto il dolore, ma senza tutti quegli “effetti collaterali” che esso comporta. E per corroborare questa teoria può essere emblematica l’affermazione di un aforista inglese vissuto a cavallo tra il 1800 e il 1900: “La felicità non porta la pace, ma una spada: ti scuote come un lancio di dadi sul quale hai puntato tutto, toglie la parola, annebbia la vista. La felicità è più forte di sé stessi e poggia il suo piede con fermezza sulla tua testa”.

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