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LA BELLEZZA

venerdì 23 febbraio 2024

Jules Verne e "Il giro del mondo in ottanta giorni"

Jules Verne, "Il giro del mondo in ottanta giorni", Hetzel. Nota di merito dell'edizione in foto: le illustrazioni - meravigliose - di MM. De Neuville, L. Benett Y G. Roux. Nota di demerito: i numerosi refusi.

 

Jules Verne viaggiò molto, sia fisicamente sia intellettualmente. Studiò, s’informò, si documentò, prese appunti e dal suo impegno nella geografia, nella fisica, nella zoologia, nella chimica e nella tecnologia nacquero quelle opere immortali che, ancora oggi, fanno viaggiare i lettori e le lettrici di tutte le età.

Insieme a H. G. Wells, Verne è considerato il padre della moderna fantascienza; entrambi hanno ispirato il mondo del cinema e quello della scienza. Avventura, conoscenza, azione, colpi di scena ingegnosi e fantasia, ma anche personaggi (maschili e femminili) forti, coraggiosi e indimenticabili caratterizzano i libri/racconti di Verne. E c’è persino del romanticismo! Amori profondi, sentimenti puliti, senza fronzoli e senza orpelli melensi.

Se a scuola mi avessero fatto leggere i libri di Jules Verne, la geografia mi sarebbe sembrata meno noiosa e più piacevole, ne sono certa.

Ho recentemente letto “Il giro del mondo in ottanta giorni” e due racconti (“I violatori del blocco” e “Fritt-Flacc”) nell’edizione che vedete in foto. E, facendo qualche ricerca, ho scoperto che Pierre-Jules Hetzel fu l’editore storico di Verne. Nel 1863 (anno in cui fu pubblicato il volume di racconti intitolato “Cinque settimane in pallone”) fu infatti stipulato un contratto ventennale tra autore ed editore, contratto grazie al quale Verne poté abbandonare l’impiego di agente di cambio per dedicarsi interamente al mestiere di scrittore.

Consiglio cinematografico: se volete trascorrere un paio d’ore in allegria e spensieratezza, vi consiglio la visione del film (del 2004) con Jackie Chan, diretto da Frank Coraci. La trama del film non corrisponde fedelmente a quella del libro, ma io l’ho trovato godibile e spassoso.

 

Nascita de "Il giocatore" di Dostoevskij

 

F. Dostoevskij, "Il giocatore", Garzanti.

Quella che segue non è una recensione de “Il giocatore” di Dostoevskij, bensì una narrazione delle circostanze che hanno portato alla sua stesura. Le informazioni contenute in questo breve articolo sono tratte dall’edizione Garzanti del suddetto romanzo.

Nel 1863 Dostoevskij era stato lasciato dall’amante, Apollinarija Suslova, cosa che aveva rappresentato una cocente – se non la più cocente – delusione sentimentale della sua vita e lo aveva indotto a pensare che mai più sarebbe stato amato da una donna. Nel 1864 erano morti – a poco tempo l’una dall’altro – la prima moglie Marija Dmitrievna e l’amatissimo fratello Michail, con il quale aveva fondato prima la rivista “Vremja” e poi, dopo la proibizione di questa, “Epocha”. Nel ’65 anche “Epocha” era stata proibita dalla censura, lasciando lo scrittore in una situazione finanziaria disperata. A giugno dello stesso anno, infatti, i creditori gli sequestrarono i mobili e lo costrinsero a fuggire all’estero per sottrarsi alla carcerazione.

Al suo ritorno in patria, D. lavora alla stesura di “Delitto e castigo”, ma i soldi che guadagna gli bastano appena per pagare i debiti. Nell’estate del ’65, proprio per far fronte a questi ultimi, aveva venduto a un editore malvagio e senza scrupoli i diritti a pubblicare la raccolta completa di tutte le sue opere. Nel contratto, però, era presente una clausola con la quale D. s’impegnava a consegnargli un romanzo di almeno dodici fogli a stampa per l’edizione delle sue opere; se non lo avesse fatto entro l’1 dicembre del 1866 l’editore sarebbe stato autorizzato a pubblicare per nove anni – gratis e a suo piacimento – tutti gli scritti di D., senza che quest’ultimo potesse reclamare alcun compenso. Impegnato com’era nella stesura di “Delitto e castigo”, D. arrivò a un mese dal termine ultimo stabilito nella clausola. Era con l’acqua alla gola, come si suol dire, dunque – su consiglio dell’amico Miljukov, ricorse all’aiuto di una stenografa, Anna Grigor’evna Snitkina, che poco tempo dopo diventerà sua moglie. Anna e Fëdor lavorarono febbrilmente per ventisei giorni e, prima della scadenza, il romanzo (“Il giocatore”) fu finito e consegnato a Stellovskij…

Centocinquanta pagine (circa) in meno di un mese… Dostoevskij sembrava dare il meglio di sé quando era messo alle strette!

La fretta è costata al romanzo dei difetti, questo è certo, ma rimane comunque un piccolo miracolo.

 

Consigli di lettura per saperne di più su Dostoevskij:

·        Anna Grigór’evna Dostoévskaja, “Dostoevskij mio marito”, Castelvecchi.

·        “Un certo Dostoevskij”, a cura di Pavel Fokin, con prefazione di Paolo Nori, UTET.


 


martedì 20 febbraio 2024

Marguerite Duras, "Il viceconsole"

 

Marguerite Duras, "Il viceconsole", Feltrinelli.

“Lei cammina, scrive Peter Morgan.

Come si fa a non ritornare? Bisogna perdersi. Non so. Imparerai. Vorrei che mi indicassero come perdermi. Bisogna non avere riserve mentali, disporsi a non riconoscere più nulla di quello che si conosce, dirigere i propri passi verso il punto più ostile dell’orizzonte, vasta distesa di acquitrini solcata ovunque da mille argini senza che si sappia perché”.

Un incipit seducente, ma un libro deludente.

Questo libro è paragonabile al tentativo di ricreare una pagnotta da un mucchietto di briciole.

Questo libro è come un cane che gira su se stesso nel disperato e inutile tentativo di afferrarsi la coda.

Questo libro è torpore allucinato; è fatto di lampi che squarciano la “luce crepuscolare” e il caldo afoso e opprimente dell’India, il silenzio assordante con rumori sordi.

Questo libro  sembra composto da diapositive sulle quali è impossibile costruire una trama vera e propria.

Questo libro è fatto di dettagli che si ripetono e che diventano gli unici pilastri sui quali si regge il peso del nulla, della fame, dell’assenza.

In questo libro c’è sempre qualcuno che parla a qualcuno che non ascolta.

È come se qualcuno volesse entrare (o uscire) da qualche parte, ma trovasse la porta chiusa. Poi la porta si apre, ma scopriamo che non c’è più nessuno là fuori (o là dentro). E forse non c’è mai stato.

C’è il bisogno di amare, ma non c’è nessuno da amare. Poi c’è qualcuno che potrebbe essere amato, ma nessuno che lo ami.

C’è una musica – sempre la stessa – e c’è la noia.

Non succede niente, come in un eterno ritorno di un’eterna attesa di un eterno e pesante nulla.

Questo libro è il trionfo delle negazioni: se ne trovano da una a tre in ogni frase.

Questo libro ha l’inconsistenza di un sogno che, forse, non è nemmeno mai stato sognato. Eppure c’è sempre qualcuno che dorme, in questo libro.

Un libro folle e snervante.

Questo libro è tutto il contrario di tutto.

Questo libro non mi è piaciuto. E mi dispiace perché, invece, “L’amante” mi aveva conquistata. Con quel suo “Presto fu tardi nella mia vita”