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CURRICULUM ARTISTICO-LETTERARIO

mercoledì 30 giugno 2021

Grandi novità a Palazzo Madama!

 

Da sinistra: E. Rattalino, M. Cibrario, G. C. F. Villa, F. Leon, A. Anfossi
Il nuovo Direttore di Palazzo Madama è il Professor Giovanni Carlo Federico Villa. La cerimonia ufficiale per la nomina è avvenuta ieri (29 giugno 2021) a Palazzo Madama alla presenza di Elisabetta Rattalino (Segretario Generale della Fondazione Torino Musei), Maurizio Cibrario (Presidente della Fondazione Torino Musei), Francesca Leon (Assessora alla Cultura della Città di Torino) e Alberto Anfossi (Segretario Generale della Fondazione Compagnia di San Paolo).




Dopo aver elogiato la bellezza di Palazzo Madama e l’importanza storico-artistica del luogo, il Professor Villa ha  tenuto un discorso molto impegnativo su propositi da attuare e obiettivi da raggiungere, discorso di cui ho trascritto un estratto:

“Ciò che mi ha spinto a fare domanda è stato uno straordinario ed eccezionale insieme di professionalità. Sinceramente non conosco luogo d’Italia, nessun Museo Civico Italiano che abbia uno Staff come quello della Fondazione Torino Musei: uno Staff scientifico, uno Staff amministrativo e uno Staff operativo che hanno, appunto, eccezionali qualità  e straordinarie potenzialità.

Palazzo Madama ha una storia che – dal mio punto di vista – può restituire moltissimo. Noi, oggi, abbiamo un dovere fondamentale che è quello di tornare attraverso i nostri Musei – soprattutto dopo questa stagione pandemica – a preparare i cittadini del futuro. Come possiamo riuscirci? Attraverso una precisa conoscenza. Palazzo Madama è un insieme di oltre 70.000 opere: parte sono quelle esposte, parte sono quelle che nel corso degli anni hanno germinato non solo in Torino ma nel Piemonte; pensate a Venaria Reale e a quanto degli arredi di Palazzo Madama è lì depositato. Abbiamo opere iconiche: penso ad Antonello da Messina, […].

Ebbene, dobbiamo fare in modo che tutti questi oggetti tornino a parlare a un pubblico. E possono tornare a un pubblico, ai cittadini, solo ed esclusivamente attraverso l’aiuto dei cittadini stessi, così da far sì che questo Palazzo – che è al centro della città – torni ad essere al centro della vita di ciascun torinese, di ciascun piemontese e di ciascun visitatore che da noi arriva.

Torino è una città del tutto eccezionale ed è solo uscendone che te ne rendi conto. Io ho avuto la fortuna, nel corso della mia carriera – lavorando per oltre dieci anni nelle scuderie del Quirinale – di curare mostre di importanza significativa: da Bruxelles a Parigi, da Tokyo a Mosca e San Pietroburgo ho potuto fare esperienze di contesti e mondi differenti. Rapportando ognuna di quelle esperienze a quella che è Torino mi son reso conto che ciò che noi abbiamo è stato sempre preso ad esempio ed è germinato potenzialmente al di fuori della nostra città. […] La Consulta di Torino è qualche cosa che ho sentito spesso citare in giro per l’Italia come modello esemplare d’approccio culturale. Abbiamo, poi, il Centro Conservazione e Restauro di Venaria Reale che – come tutti sappiamo – è un’eccellenza assoluta, le Scuole Tecniche San Carlo, il Conservatorio, l’Accademia Albertina delle Belle Arti, i Teatri… Dal mio punto di vista un Museo è il luogo in cui tutto questo deve tornare a esprimersi perché noi stessi siamo la rappresentazione di tutto questo. Nasciamo, infatti, come Museo di Arti applicate, ma siamo l’insieme delle collezioni dei torinesi, siamo l’insieme delle pulsioni dei torinesi che qui hanno donato e che attraverso queste donazioni si sono raccontati. Ecco, il nostro compito è quello di riportare tutto ciò all’esterno; dobbiamo restituire un’aura ad alcuni capolavori attraverso un linguaggio che parli ai pubblici più differenti. Quindi, tutte le strutture che vi ho citato – ma pensiamo anche al nostro sistema di biblioteche, al nostro sistema di quartieri – devono interagire nel narrare e nel dare gli stimoli per farlo; dobbiamo ricostruire un rapporto tra il contenitore esterno e quello interno. Abbiamo professionalità di altissimo livello che possono ripartire dai nostri depositi e dalla loro conoscenza, dagli inventari, per raccontarli attraverso mostre che abbiano un taglio nuovo, immersivo, un taglio che possa essere tale da narrare qualcosa a ciascuno. Abbiamo la necessità di riprendere il nostro ruolo internazionale attraverso le nostre collezioni. Siamo perfettamente in grado di costruire dialoghi molto importanti e precisi per il nostro territorio. Oggi sappiamo che l’asse centrale che distingue le aziende italiane piccole, medie e grandi  rispetto alle aziende mondiali è la propria memoria. Le radici… E sappiamo anche che di un “prodotto” – come si suol dire – l’80% è narrazione. I nostri Musei sono questo; dentro i nostri Musei c’è esattamente l’esperienza che ci distingue dal resto del mondo e Palazzo Madama deve tornare ad essere non solo il collettore, ma anche lo specchio di tutta un’esperienza che vada al di fuori di Torino e che ci ricolleghi con i nostri territori in modo significativo. Quindi, c’è da fare un lavoro sull’interno che riparta inevitabilmente dalle scuole di ogni ordine e grado, comprese le Università; un lavoro che coinvolga anche le grandi Istituzioni torinesi che in noi possano trovare un interlocutore, e porci in un dialogo il più costruttivo possibile per far sì che il Museo torni veramente ad essere un Museo “diffuso”. Ciascuno dei dipinti che ci circondano, ma anche ciascun mobile, dovrà tornare ad avere un significato. Oggi, quando vediamo un mobile, come le panche che avete ai vostri lati, non abbiamo più la percezione di quello che è il lavoro artigianale alla base; non abbiamo più la capacità di “lettura” di un dipinto attraverso i suoi materiali…

Palazzo Madama è uno dei pochi Musei al mondo in grado di raccontare questa storia, ma è ovvio che dobbiamo decrittarla secondo quelli che sono gli strumenti della società attuale, suscitare lo stupore e – di conseguenza – l’attenzione. Proprio l’attenzione è ciò che permette di capire che questo straordinario Palazzo situato al centro di Torino non è qualcosa da osservare dall’esterno, ma è qualcosa da attraversare costantemente e continuamente. La Fondazione ha in animo, tra l’altro, l’eccezionale recupero della facciata di Palazzo Madama, un recupero che non sarà solo strutturale, ma che restituirà quello che è stato il pensiero di Juvarra. Ovviamente ci sono anche altri luoghi di Palazzo Madama – come ad esempio le cantine juvarriane - che possono tornare ad essere oggetto di sviluppo...

Il tema di base è sostanzialmente uno: Palazzo Madama è la nostra Storia e la Storia sono le storie dell’Italia e sono – in qualche modo – il nostro apporto a una Storia europea più ampia e più complessa. Questo edificio, al centro della città, deve ora tornare a essere il Palazzo al centro dei cittadini e in un dialogo coi cittadini trovare tutte le linee che ci consentiranno di riportarlo all’esterno.

Quello che ho imparato girando per il mondo è che ogni società ha i suoi schemi e i suoi approcci, e fare una mostra a Tokyo è radicalmente diverso dal farla a San Pietroburgo o a Londra, a Parigi o a Madrid. Ogni città ha la sua Storia e ogni Nazione ha un suo approccio espositivo, ma anche percettivo. Noi abbiamo tutti gli strumenti per riuscire, attraverso le nostre collezioni, a restituire tutto questo, ad aprirci nuovamente al mondo e a far sì che i 600mila visitatori di Palazzo Madama per le Olimpiadi non siano una eccezionalità legata a un evento; far sì che i torinesi tornino più volte durante l’anno a Palazzo Madama perché qui trovano un’emozione, un elemento di apprendimento, di crescita, ma anche e soprattutto perché possano recuperare l’aura della loro memoria”.

Colgo l’occasione del discorso del nuovo Direttore, dei suoi propositi di recuperare il passato e la memoria storica di Torino e di costruire il futuro di Palazzo Madama, per segnalare a tutt* coloro che leggeranno questo articolo che dal 25 giugno ’21 è disponibile la App di Palazzo Madama. FTM – acronimo dell’App in questione, nato da Fondazione Torino Musei – permette di immergersi nel meraviglioso mondo di Palazzo Madama, ma – tra non molto – darà possibilità di conoscere anche i mondi della GAM (Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino) e del MAO (Museo d’Arte Orientale di Torino). Il progetto è stato realizzato per rendere  maggiormente accessibile (e fruibile) una bella fetta del patrimonio artistico-culturale a grandi, piccini, persone curiose e anche a coloro che dispongono di poco tempo ma non vogliono rinunciare ai piaceri della Bellezza. Una volta scaricata, l’App consente di preparare i visitatori (grazie a una serie di informazioni consultabili anche da casa) alla visita vera e propria, quella dal vivo. Arrivati a Palazzo Madama, infatti, FTM potrà essere utilizzata come guida (e mappa) per proseguire il tour. Tutti i contenuti multimediali, dedicati all’area del museo in cui il visitatore si trova, sono attivati automaticamente da particolari dispositivi collocati all’interno delle sale, attraverso un segnale Bluetooth. I contenuti, realizzati come clip video, sono tutti accompagnati da sottotitoli con font ad alta leggibilità e voce guida. L’applicazione, quindi, non rappresenta un’alternativa all’audio-guida, bensì un’integrazione, un servizio complementare. Si potrà scegliere tra tre itinerari (a Palazzo Madama): 1. “Alla scoperta del Palazzo”; 2. “Avventure al Castello” (dedicato ai più piccoli); 3. Itinerario breve (della durata di circa 30 minuti).

E, già che ci sono, vi segnalo che l’esposizione de “La Madonna delle Partorienti” (o “degli Angeli”, come veniva chiamata nel 1500) sarà visitabile fino al 30 agosto 2021. Successivamente farà ritorno  alle Grotte Vaticane della Basilica di San Pietro, sua sede originaria. L’affresco – realizzato dal celebre pittore Antoniazzo Romano – è stato, infatti, restaurato e viene proposto in tutto il suo antico splendore grazie all’accurata ricostruzione delle parti mancanti (la mandorla e gli angeli sono infatti andati perduti), ad opera di Giorgio Capriotti e Lorenza D’Alessandro. Il suggestivo allestimento, curato dall’architetto Roberto Pulitani, prevede un’esposizione in quattro sezioni, all’interno delle quali è prevista la contestualizzazione dell’opera, una riproduzione tridimensionale della Cappella della “Madonna delle Partorienti”, una zona dedicata alla diagnostica, al restauro conservativo dell’opera e alle analisi comparative, un’immagine del dipinto prima del restauro dal vero dell’affresco inserito in una riproduzione di parte del vano della cappella.

Personalmente, ho avuto l’onore e il piacere di vedere in anteprima la mostra e – posso dirlo – è davvero commovente assistere al cambiamento da così (immaginate la mia mano col palmo verso il basso) a così (ora immaginatela col palmo rivolto verso l’alto). È come un piccolo miracolo che avviene proprio sotto i vostri occhi!

mercoledì 5 maggio 2021

SUL PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONE

 


Si è aperta oggi  - (5 maggio)  e sarà visitabile fino al 3 ottobre 2021 – la nuova mostra allestita alla GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea) di Torino, dal titolo: “Sul Principio di Contraddizione”.

Da sx: Riccardo Passoni, Riccardo Montanaro, Elena Volpato, Flavio Favelli e Luca Bertolo




 

Alla conferenza di presentazione, avvenuta ieri, erano presenti Riccardo Passoni (Direttore della GAM), Riccardo Montanaro (membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione CRT per l’Arte e portavoce della stessa CRT, sponsor dell’evento), Elena Volpato (Conservatrice e Curatrice delle opere esposte alla GAM) e i cinque artisti che hanno partecipato al progetto, ovverosia: Francesco Barocco, Riccardo Baruzzi, Luca Bertolo, Flavio Favelli e Diego Perrone.

 Il discorso introduttivo di Elena Volpato è stato illuminante e dettagliato, ricco di spunti e foriero di curiosità e aspettative, tanto che nell’articolo qui di seguito troverete sia le mie suggestioni sia i dati tratti dal suddetto discorso e da me rielaborati.

Elena Volpato

 Di particolare rilievo sono stati anche gli interventi di due degli artisti: Flavio Favelli e  Luca Bertolo. Il primo, in particolare, ha usato “studio” e “tempo” come parole chiave per definire il “sottotesto” della mostra. Il lavoro svolto per allestirla, infatti, ha coinvolto anche il modo in cui – in questi mesi di Covid – abbiamo  vissuto e stiamo tuttora vivendo il tempo. Il secondo, invece, ha sottolineato quanto ben strutturata sia stata la collaborazione tra curatrice e artisti.

 

 

 

 

Le due opere di Luca Bertolo che aprono la mostra.

 

È emerso, poi, che il tema della mostra è nato proprio dall’osservazione del lavoro degli artisti da parte della curatrice (anche se alcune opere sono state realizzate ad hoc - in questi ultimi mesi - per rispondere al tema della contraddizione e solo successivamente  sarebbe stata operata una scelta per capire quali di quelle avrebbero effettivamente ottenuto uno spazio espositivo).

 

Una mostra fondata sulle contraddizioni; una mostra il cui titolo stesso è basato su una contraddizione in termini o – meglio – sul senso di spaesamento che prova il visitatore quando si trova al cospetto delle opere esposte. E come il filosofo Aristotele postulò il famoso Principio di non contraddizione – che affermava l’impossibilità che una data proposizione e la sua negazione fossero entrambe vere contemporaneamente e in egual modo, così Elena Volpato (curatrice della mostra in questione) ha allestito un’esposizione che applica il principio opposto. L’intento è stato (ed è) quello di mettere in discussione quella tautologia filosofica che rende quasi deterministica ogni affermazione, scardinarla e infine sostituirla con qualcosa che assomiglia al famoso tutto il contrario di tutto o, per spolverare nuovamente un concetto filosofico, applicare il Dialeteismo.

 Ammettere che un’affermazione o – come in questo caso – un’immagine possa essere sia vera sia falsa (vale a dire arrivare a concepire la possibilità che esistano affermazioni - o immagini - vere le cui negazioni siano altrettanto vere) non è semplice e neppure facile, ma è il fulcro della sfida che si è posta Elena Volpato allestendo questa mostra in collaborazione con gli artisti (Francesco Barocco, Riccardo Baruzzi, Luca Bertolo, Flavio Favelli e Diego Perrone). Il titolo della mostra, d’altronde, è nato proprio perché – in ognuna delle opere dei cinque artisti partecipanti – vi sono sempre almeno due elementi contrapposti tra loro. 

Riccardo Baruzzi, "Linea del ritorno" (disegno preparatorio).
Elementi che, spesso, pur sovrapponendosi, non arrivano a coincidere. La “collisione” degli opposti, infatti, non sempre porta alla coincidentia oppositorum (cioè l’unione degli opposti) come invece asseriva il neoplatonico Nicola Cusano parlando di Dio. La particolarità di tale dualismo, dunque, risiede nel fatto che esso non si risolve in un’unità; le immagini proposte, infatti, non si prestano ad essere  archetipiche e neppure sono ascrivibili a un principio dogmatico o a una fine netta e priva  di appello. Tutte le opere esposte in questa mostra hanno un “prima” e un “dopo”, sono – cioè – inserite in una sorta di “catena” di immagini-pensiero. Possiamo immaginarle come se fossero ognuna un film dotato di almeno un prequel e un sequel.

Perciò, così come la Teoria della Relatività Generale e la Meccanica Quantistica sono al momento incompatibili, anche in questo allestimento è entrata in gioco una questione di coerenze (o incoerenze) spazio-temporali; in ambito scientifico si tratta di ipotesi che non collimano, mentre in ambito artistico si tratta di elementi di una stessa opera che non combaciano. E, quando gli elementi non coincidono, rimane un “vuoto” tra di loro, uno spazio, una sorta di “bolla” o di cesura, come la cesura formatasi tra gli Avanguardisti del ‘900 e i loro predecessori; una cesura che si è tentato di ricucire riavvicinando le parti in causa, tentando di farle nuovamente combaciare senza, però, riuscirci mai completamente. Ecco, è proprio in quello “scarto” di spazio e/o di tempo che prende vita e si alimenta la contraddizione…

In tutte le opere, com’è facile intuire da queste premesse, è presente una doppia chiave di lettura: a seconda della distanza e dell’angolazione da cui le si guarda – ad esempio – il risultato può far variare l’interpretazione che se ne dà.

Prendiamo come campioni due opere di Luca Bertolo: “The thing” e “Terzo paesaggio”.

Luca Bertolo, "THE THING"

 

   Se guardate dalla giusta distanza e dalla corretta angolazione, le due tele sveleranno i loro segreti che – altrimenti – rimangono celati. 

Luca Bertolo, "Terzo paesaggio"

La stessa cosa vale per “Vittoria” di Diego Perrone che, guardata frontalmente, appare piccola e semplice, ma se ci si pone ai lati rivelerà ulteriori volumi.

Diego Perrone, "Vittoria" (Adolfo Wildt)

 

 Anche nelle opere di Francesco Barocco è celato qualcosa che si mostrerà agli spettatori solo nel momento in cui questi si porranno alla giusta distanza da esse; resta, però, il mistero su cosa inglobi cosa: è il gesso che imprigiona ombre e profili  che tentano disperatamente di affiorare, ribellandosi alla prigionia, oppure è il gesso stesso a volersi ritirare per mettere a nudo le figure al proprio interno?

 

 

Francesco Barocco, "Senza titolo"


 

 

Probabilmente, qualsiasi cosa vedremo, sarà la verità perché – per il Principio di Contraddizione – ogni cosa è vera contemporaneamente al suo contrario. Ogni interpretazione sarà quella giusta, anche quella che celebra il suo opposto. E il bello, in tutto questo,  è che le idee contrapposte  che scaturiscono dalla stessa opera sono tanto inconciliabili tra loro quanto tutte valide e degne di nota. Osservare tali creazioni significa provare agio e disagio, insieme, nonché calma e inquietudine, fastidio e appagamento, pace e turbamento, nello stesso 

 tempo. Ma è proprio questo il bello: infatti, unendo vero e non-vero, si crea un effetto surreale in cui tutto è possibile… Trovarsi in due posti, contemporaneamente? Anche se può sembrarvi un paradosso, è possibile, così com'è possibile adottare due punti di vista nello stesso tempo. Grazie a Riccardo Baruzzi, infatti, possiamo essere sia all'interno sia all'esterno di un ambiente con  Arlecchino

Riccardo Baruzzi, "Via Saragozza 93" e "Arlecchino pescatore" (After Birolli)
 che - a sua volta - è sia all'interno sia all'esterno di uno stesso spazio (a me piace pensare che possa esistere uno spazio che contiene un altro spazio in cui quello stesso spazio è contenuto); e grazie a Flavio Favelli e ai suoi 

 

 

"Spalti"

Flavio Favelli, "Spalti"
 possiamo essere sia attori sia spettatori nello stesso momento! Sono opere che disorientano, è vero, ma rappresentano anche un'occasione per espandere la mente...