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La Costituzione Manueliana

martedì 3 aprile 2018

"LA PAROLA AI GIOVANI" di Umberto Galimberti. Feltrinelli.



Rassegnarsi o non rassegnarsi?
Cedere alla consapevolezza dell’assenza di futuro o tentare, comunque, di conquistare la propria fetta di mondo?
Umberto Galimberti sostiene che i giovani siano passati “dal nichilismo passivo della rassegnazione al nichilismo attivo di chi non misconosce e non rimuove l’atmosfera pesante del nichilismo senza scopo e senza perché, ma non si rassegna e si promuove in tutte le direzioni nel tentativo molto determinato di non spegnere i propri sogni”.
“La parola ai giovani” raccoglie una settantina di lettere arrivate alla redazione di “Repubblica” per la rubrica su “D” (inserto femminile) riguardanti i grandi temi su cui oggi i giovani si interrogano.
“[…] anche nella disperazione, sono lettere cariche d’ironia.. Un’ironia che non nasce dal cinismo o dal disfattismo, perché è animata dalla quasi certezza di potercela fare. Tratto tipico della giovinezza che non si arrende e tenta di vincere anche e soprattutto nelle avversità”.
Le tematiche affrontate sono nove e le lettere sono, di conseguenza, suddivise secondo queste categorie:
PRIMA PARTE
Gioventù perduta? No, cancellata per errore.
SECONDA PARTE
Noi ce la possiamo fare, ma voi non spezzateci le ali.
TERZA PARTE
Il vostro disfattismo non ci farà rinunciare ai nostri valori e ai nostri ideali.
QUARTA PARTE
Siamo “nativi digitali”, ma non in modo acritico.
QUINTA PARTE
I giovani e la scuola: una triste storia di reciproco disinteresse e incomprensione.
SESTA PARTE
I giovani e il lavoro nell’età della tecnica e dell’economia globalizzata.
SETTIMA PARTE
I giovani e gli scenari spaesanti dell’amore.
OTTAVA PARTE
I giovani e la faticosa ricerca di sé.
NONA PARTE
I giovani di fronte alle domande ultime.

Nella prima parte il “fattore tempo” viene tirato in ballo più volte. Le innovazioni tecnologiche, infatti, hanno accelerato ogni cosa. Hanno anche azzerato le distanze. Per questo, oggi, il sentimento più diffuso è l’impazienza: i giovani hanno fretta di realizzare i loro sogni, di affermarsi, ma la fretta – purtroppo – non permette loro di soffermarsi a godere della bellezza, dell’amore, della vita stessa. Tutto ha preso velocità e la gavetta è sparita, nella foga di guadagnare quanto più denaro possibile.
Ed ecco che ci si imbatte nel secondo fattore da cui è praticamente impossibile prescindere: il denaro. Questo è un periodo storico in cui assistiamo, giorno dopo giorno, alla caduta dei valori e all’ascesa di un nuovo “Dio”. Il denaro è – a tutti gli effetti – una potenza che sembra indispensabile quanto imbattibile. E se una volta esisteva la contrapposizione (pertanto, il conflitto) tra il servo e il signore, purtroppo oggi “sia il servo sia il signore, sia il datore di lavoro sia il dipendente, sono dalla stessa parte e hanno come controparte il mercato. E come fai a prendertela con il mercato? Il mercato è nessuno […]”.
Il mercato è una sorta di entità metafisica e invisibile che, però, incide pesantemente sulla nostra vita che, a sua volta, è una lotta costante, una corsa nella quale è indispensabile arrivare primi. E’ una gara a chi fa più cose in meno tempo e con il minor dispendio di energie.
In questa prima parte si parla tanto anche di sogni. I sogni possono essere di due tipi: illusioni (che spesso si trasformano in delusioni) e i progetti (che rappresentano la concretizzazione dei desideri). Questi ultimi non sono vittime del “sano realismo”, per fortuna. Ma che cosa è il “sano realismo”? E’ un modo di arrendersi, di omologarsi alla volontà di un Sistema che ci vede più controllabili quanto più decideremo di adattarci e di uniformarci alla “normalità”. L’appello che U.G. lancia ai giovani è quello di non diventare dei “collaboratori dell’omologazione di massa, perché altrimenti siete voi stessi a spegnere i vostri sogni”. “Un sogno non è l’espressione di un desiderio da soddisfare senza sforzo, ma semplicemente l’esigenza di realizzare ciò per cui si è nati”. (Che cosa è – d’altronde – la felicità se non la compiuta realizzazione di sé?) E per quale motivo si fa tanta fatica a realizzare i sogni? Semplice: perché non esistono più certezze, non ci si può più appoggiare a nulla. Qualcuno, proprio per questo motivo, si rifiuta persino di fantasticare sul futuro e qualcun altro (che, magari, coltiverebbe ancora qualche sogno) non sa dove indirizzare la propria energia e la propria voglia di fare. Anche la realizzazione personale ha cambiato faccia e dall’essere associata al fare qualcosa che ci piace e ci gratifica è, ormai, associata allo stipendio. Tutto ha preso le sembianze di una corsa “al successo, all’accessorio, al riconoscimento”. Ardua, per i giovani, l’impresa di crearsi una propria personalità se, come unici punti di riferimento, si trovano di fronte soltanto persone che hanno perso i loro sogni, persone sfiduciate e arrabbiate che provano invidia per chi ha davanti a sé più tempo e più energie di loro. “Perché molti adulti scoraggiano i giovani? Per scaricare il senso di colpa di non aver predisposto per loro un futuro”. I quarantenni di oggi demoralizzano e demotivano i ventenni affinché anch’essi  perdano i sogni che li accompagnano e che stanno cercando di coltivare.
La deleteria saggezza dei vecchi è l’altro cardine su cui ruota la prima parte del libro di Galimberti. Perché deleteria? Perché – come è noto – i tempi sono cambiati da quando i nostri nonni erano giovani e molti dei consigli e dei suggerimenti che essi elargiscono non sono più applicabili alla storia moderna. Quella dei giovani d’oggi è la generazione dell’Apocalisse, ovvero quella alla quale hanno detto che tutto sta per finire. Il mondo come lo conosciamo, le pensioni, le prospettive, i finanziamenti per le cose importanti (scuola, sanità, ecc.), le risorse naturali, i ghiacci, le stagioni. Una buona fetta di colpa per lo stato in cui è ridotto il mondo in cui viviamo oggi è dei vecchi, ma le conseguenze del loro operato stanno ricadendo inevitabilmente sui giovani i quali hanno un’unica strada percorribile (se si abbandonano al nichilismo passivo): starsene “quieti nella loro insignificanza sociale”. A questo punto sorge spontanea la domanda: potrebbe essere utile (o – quantomeno – auspicabile) una riconciliazione tra le generazioni? Sicuramente – perché questo accada – è necessario predisporsi all’ascolto e dedicarsi alla buona comunicazione. U.G. suggerisce di parlare AI ragazzi e COI ragazzi invece di parlare DEI ragazzi!
E – infine - la crisi? Esiste davvero? E – se sì – rappresenta la morte di tutto o soltanto un tramonto da cui qualcosa ancora potrà risorgere?
La seconda parte del libro verte principalmente su una domanda: i giovani si piangono addosso? Forse qualcuno. Ma di chi è la colpa se le cose, oggi, vanno così male? Le generazioni precedenti hanno preparato questo mondo, pertanto c’è da chiedersi anche: cosa riserva il futuro ai ragazzi? Di sicuro chi non si arrende e si rimbocca le maniche per conquistarsi un avvenire prospero ha molte più possibilità di riuscita rispetto a chi si siede e attende fiducioso che accada ciò che gli spetta. Date queste premesse: sono le persone a fare la storia o è la storia che plasma le persone?
E qui entra in gioco la definizione di “realtà”. Essa non è univoca, ma interpretabile e l’interpretazione stessa è suddivisibile in due macro-categorie: quella collettiva e quella individuale. La prima riguarda ciò che vede e pensa, appunto, la massa; essa appiattisce il pensiero e annulla il giudizio critico del singolo individuo. La seconda, invece, è basata sulla visione e sull’esperienza del singolo. Farsi domande e porsi interrogativi è essenziale per smascherare quella che ci viene presentata come “realtà universale”, ma realtà non è.
In questa seconda parte del libro si parla anche di “passione”. La passione non è altro che un equilibrato connubio tra rigore intellettuale e amore per ciò che si studia, si fa, si persegue. Uccidere la passione che anima i giovani significa precludere a questo Paese, in costante declino, ogni possibilità di “resurrezione”.
La tensione morale degli adolescenti non deve assolutamente essere catalogata come UTOPIA, un sogno da cui tanto un giorno ci si sveglierà perché è così che gli adulti spengono l’immaginazione dei giovani, limitano la loro voglia di fare e schiacciano i loro ideali.
Nella terza parte del libro si torna a parlare di “crisi”. Crisi intesa come perdita di valori dovuta alla rottura del vincolo di continuità tra le generazioni. Anche questo tipo di crisi è da considerarsi una forma di nichilismo perché la perdita di valori porta inevitabilmente ad una perdita di fiducia nei confronti di ciò che ci può riservare il futuro. Nichilismo come demotivazione e come senso di vuoto assoluto. Nichilismo come noia, rassegnazione o – addirittura – odio.
 Guardare bene in faccia il nichilismo significa abbandonare quelle parole che io considero “parole della passività” come “speranza”, “augurio”, “auspicio”, che lasciano intendere che qualcuno provvederà a darci un futuro e a noi non resta che attenderlo Non è così”.
 Per non cadere nella trappola del nichilismo Galimberti suggerisce di usare la fantasia e scatenare la forza d’animo.
Si parla di una società, la nostra, in cui ciò che conta è “essere fighi e apparire”. Si parla di una società in cui “La mia identità non è data da un’appartenenza a qualcosa, ma solamente dal mio nome e cognome, ed è in sé perciò un’identità labile” (Maria Giulia).  Una società in cui il denaro può comprare tutto. Una società basata sulle distrazioni. Una società in cui ognuno dipende dal giudizio degli altri e cerca l’approvazione della collettività. Una società in cui, in sostanza, siamo plasmati dal mondo circostante fino a che non perdiamo completamente la nostra vera identità. E mi trovo pienamente d’accordo con l’affermazione di U.G. che recita: “Chi si  impegna a costruire il proprio futuro, oltre alla fatica, deve sopportare anche il disprezzo e l’isolamento”. Fare i propri interessi spesso  porta ad essere in contrasto con gli interessi della collettività e questo pensiero getta immediatamente le basi per  un’altra tematica affrontata nel libro: è meglio prediligere l’individualismo o il collettivismo?
Si parla dei problemi che affliggono il nostro mondo (indifferenza, ignoranza, presunzione e cattiveria). A tali problemi va aggiunta l’esasperazione dell’istinto di sopravvivenza, il quale porta all’atrocità delle azioni, al soffocamento dell’amore, all’insensibilità e all’indifferenza di fronte alla morte.
Si parla della globalizzazione e dei suoi effetti. Ci stiamo addentrando in un universo senza confini in cui non è più necessario uscire di casa per esplorare Stati e continenti (grazie all’avvento delle nuove tecnologie). Stiamo creando un mondo unificato, ma – allo stesso tempo – fortemente diviso; un mondo in cui non c’è rispetto per la diversità.
Nella quarta parte si parla dei cosiddetti “nativi digitali” e ci si interroga sugli effetti delle nuove tecnologie sulla mente e sul comportamento dei giovani. Si punta maggiormente l’attenzione sugli effetti negativi, arrivando a constatare che stanno cambiando il modo di studiare e di apprendere, stanno portando a una progressiva de-realizzazione nonché alla de-socializzazione e a serie psicopatologie. Imperversano la solitudine e la paranoia e hanno subito grossi cambiamenti anche le leggi del mercato. Anche gli esseri umani sono ormai “merci in pubblica esposizione”, prodotti fruibili. Con l’avvento dei social networks subiamo costantemente operazioni di chirurgia estetica digitale e virtuale e i danni che ne risultano sono sia fisici sia mentali.
E a questo punto la domanda sorge spontanea: esiste davvero la libertà di espressione oppure ci stiamo ingannando?
Nella quinta parte si parla di istruzione. Il capitolo esordisce con un interrogativo alquanto spinoso, ma estremamente stimolante:
“E se la scuola insegnasse a pensare?”
Emblematiche, a questo proposito, le parole di Kant: “Non bisogna insegnare  i pensieri, bisogna insegnare a pensare”.
E’ necessario indurre nei più piccoli il bisogno di ricerca, il desiderio di scoperta e di conoscenza perché “i bambini non sono vasi da riempire, ma menti meravigliose da appassionare!” (Michela). Platone  sosteneva che “si impara per fascinazione”, ciò significa che se l’insegnante stesso non è appassionato non è in grado di trasmettere passione agli studenti. Oggigiorno si pensa solamente alle medie scolastiche e al programma, utilizzando – come metodi di valutazione – criteri talmente rigidi e schematici da rasentare l’assurdo.
Dove è finita la curiosità? Perché il numero dei lettori è calato vertiginosamente? Perché nemmeno i bambini hanno ancora la capacità di immaginare? Dovremmo mettere un freno al nozionismo e alla passività dell’apprendimento! La soluzione? Riscoprire l’EROS!
Nella sesta parte il lettore si trova di fronte al binomio giovani-lavoro.
Galimberti ci dice che “l’attività lavorativa è diventata l’unico indicatore della riconoscibilità sociale”, ma “poter fare ciò che si è scelto e ci gratifica è un gran privilegio”. E i giovani – purtroppo - non hanno la possibilità di scegliere.
L’alienazione si è evoluta in una forma più complessa e più deleteria: la de-umanizzazione. Ormai tutto segue la logica produttiva secondo la quale sono essenziali l’efficacia e l’efficienza. Sempre e comunque. Coloro che un tempo erano esseri umani, oggi sono considerati soltanto produttori e consumatori. I gusti che abbiamo non sono i nostri gusti, ma quelli che ci vengono imposti (anche con metodi subliminali) dalle pubblicità e dai mercati. Le nostre esigenze non sono davvero nostre, ma indotte. Ogni cosa deve essere mercificabile e tutto ciò che non lo è (ad esempio l’arte) va rinnegata, allontanata, disconosciuta.
Nella settima parte si parla d’amore e di educazione sentimentale.
L’amore romantico (il sentimento d’amore, per intenderci) sta scomparendo. E anche se l’amore come sensazione resiste, non si basa più su valori e ideali solidi di affetto. Dilagano forme di vampirismo energetico-affettivo e assistiamo alla trasformazione dell’amore in pura e semplice passione momentanea. Il partner viene scelto su criteri di vantaggi e utilità strumentalizzandone la libertà. L’amore, così come è concepito oggi, porta al narcisismo oppure – al contrario – al disprezzo di sé. Tende all’idealizzazione dell’altra persona, la quale porta – inevitabilmente – alla soppressione della sua “alterità”, della sua diversità, della sua individualità. La liberalizzazione sessuale ci ha condotti alla saturazione, alla noia e ad un’inevitabile estinzione del desiderio. Ed è così che sono nati l’irrigidimento, la svalutazione, la disattenzione e l’incomprensione all’interno di questo che – un tempo – era un sentimento bellissimo.
L’ottava parte si occupa dei ruoli.
Nell’età della tecnica l’identità è data dal ruolo che si riveste? La risposta è: “sì”. La libertà personale, infatti, si è trasformata – col tempo – in libertà di ruolo.
“La consapevolezza non mi rende diversa. La triste realtà è che sogno quello che mi viene detto di sognare. […] Rassegnata già prima di partire. Senza far sentire la mia voce. Ben attenta a non sbagliare mai. Convinta di non poter cambiare le cose, di non poter essere mai felice, di continuare a vivere nel compromesso. Alla fine quello che mi resta è solo amarezza. Sono io stessa una parte di quel mondo che disprezzo”. (Anna)
“E se è vero che non noi, ma gli altri costruiscono la nostra identità, esponiamoci al mondo per quello che siamo, lasciandoci modificare da tutti gli incontri, evitando di cercare noi stessi in quella guerra inutile tra l’io e il suo ideale che ci isola dagli altri, e non ci fa approdare se non in quella terra desolata e solitaria dove a farci compagnia è solo la nostra insoddisfazione”. (Umberto Galimberti)
Ma allora come si raggiunge la felicità?
“La felicità si accende con la passione, ma per durare esige anche un nostro continuo e costante lavoro”.
“La felicità ci vuole attivi. E’ una felicità che non ci “capita”, ma che dobbiamo “costruire” a partire dall'insegnamento dell’oracolo di Delfi che dice: “Conosci te stesso”.
Cosa significa tutto ciò?
Significa che non dobbiamo far dipendere la nostra felicità, il nostro appagamento, la nostra realizzazione da qualcun altro, altrimenti non saremo mai veramente padroni di noi stessi, ma posseduti. La felicità è autorealizzazione indipendentemente da altri.
E come ci si autorealizza?
Conoscendo la nostra virtù, la nostra inclinazione, la nostra vocazione. In poche parole: cerchiamo ciò per cui siamo nati e quando l’avremo trovato, seguiamo quella strada.
Così come gli altri, anche l’ottavo capitolo è decisamente molto ricco di contenuti, di temi e di spunti di riflessione. Si parla, infatti, di Storia: secondo U.G. siamo stati noi a creare la Storia, “per sentirci autori e soggetti delle azioni che compiamo in questo mondo”.
Si parla di malattie, di dolore e di razionalizzazione delle emozioni. Molte malattie derivano dal fatto che non diamo ascolto a noi stessi: né ai nostri pregi né ai nostri difetti. Galimberti ci invita, dunque, a convivere con la nostra “zona d’ombra”, conoscendola, mettendoci in pace con essa e facendoci amicizia. Io aggiungerei “sfruttandola”.
La nona e ultima parte è dedicata alla religione e alle domande ultime.
Che cos’è la religione? Che cosa è la fede? Chi o che cosa è Dio? Quale ruolo hanno le parole nella creazione della realtà? Quanto incide il fenomeno causa- effetto sulle nostre vite? Cos’è la morte? C’è qualcosa dopo? Cos’è l’anima? E la metafisica?
Secondo Galimberti “sono le idee che creano la realtà, non la realtà che crea se stessa. Ed è sulle idee che dovete ragionare”.
Perché la morte ci angoscia tanto?
“L’angoscia di morte è dire addio all’amore che durante la vita abbiamo imparato a nutrire per noi stessi”. Ci trattengono, in questa vita, tanti desideri inespressi e altrettanti sogni mancati, secondo Galimberti.
Io aggiungerei che si ha paura della morte perché ci terrorizza l’idea di soffrire e perché, quando si pensa alla morte, il pensiero corre ai nostri cari: ci mettiamo inevitabilmente nei panni di coloro a cui vogliamo bene e che ci vogliono bene e proviamo il dolore che proveranno (o proverebbero) coloro che rimarranno su questa Terra dopo la nostra dipartita.

Come avrete notato, “La parola ai giovani” è un libro denso e ricchissimo. E’ un libro che si inserisce perfettamente nel contesto sociale odierno perché affronta temi di attualità in maniera molto lucida. E anche se l’ago della bilancia, alla fine, pende dalla parte delle nuove generazioni, Galimberti ci offre una criticità ben strutturata delle idee sviscerate all’interno del libro.

E’ un testo adatto sia ai giovani sia ai meno giovani. Ne consiglio vivamente la lettura.

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