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venerdì 2 marzo 2018

"Emil M. Cioran - L'angelo sterminatore" a cura di Fabrizio Parrini. Edizioni Clichy.



L’angelo sterminatore non è un libro adatto a tutti. Può sembrare un’affermazione discriminatoria e forse un po’ crudele, ma descrive perfettamente e senza giri di parole la sensazione che ho provato leggendolo. Ma andiamo per ordine. Innanzitutto è doveroso fare qualche accenno alla struttura di questo volumetto che  nasce con l’intento di raccontare il pensiero del filosofo Emil Michel Cioran[1]. Il libro è diviso, infatti, in tre sezioni: la prima parte contiene una breve, ma esaustiva biografia del filosofo, la seconda parte – intitolata, appunto, L’angelo sterminatore – è una sorta di lunga prefazione (a cura di Fabrizio Parrini), mentre la terza parte contiene gli aforismi più significativi della produzione di Cioran intervallati da una bella selezione di foto che lo ritraggono in diverse occasioni. Interessante, tra tutte, la seconda sezione del libro: una specie di dettagliata dissertazione che prepara il lettore alla prosa poetica - ma caustica – di Cioran.
Ecco il ritratto che ne emerge.
Un uomo disincantato, disilluso, un “filosofo non-filosofo” che non formula teorie – al contrario di ciò che è, da sempre, prerogativa dell’ambiente accademico – ma traduce i pensieri e gli stati d’animo in parole.
“La filosofia di Cioran non esiste come entità strutturata. Non c’è nessuna teoria, solo la fedeltà alle proprie sensazioni e al proprio temperamento”.
“La filosofia per lui si deve occupare della sofferenza, non certo delle teorie, tanto da esaltare una lacrima come esperienza più profonda di un sillogismo. Definisce i suoi pensieri amari come le lacrime che si sono condensate in parole”.
Cioran si fa portavoce di un nichilismo in cui il nulla arriva quasi ad assumere dei contorni, diventando una sorta di entità salvifica. Il nulla spodesta la speranza permeando di cinismo buona parte degli aforismi di questo pensatore. L’uomo è destinato al fallimento e – di conseguenza – al dolore. Non desiderare, non fare e non sperare sono le uniche possibilità di salvezza.
Dalle sue parole traspare quella cosa chiamata «cafard», ovvero una parola francese intraducibile che racchiude in sé i concetti di “tristezza”, “noia”, “tedio”, “accidia” e “malinconia”. Nelle opere di Cioran la lingua rumena – dotata di ardore ed esuberanza – viene soppiantata da quella francese, più rigorosa, tagliente e lucida. Viene favorita la brevità e abbandonato qualsiasi tipo di barocchismo linguistico.
“Non c’è niente, nella scrittura di Cioran, che faccia pensare a una speculazione intellettuale fine a se stessa. La sua lucida scrittura viene invece dal profondo, per diventare discorso apparentemente comprensibile a una prima lettura, ma che ha bisogno di un’attenta e continuata forma d’intuizione”.
“Il male di vivere” è il padrone indiscusso della filosofia di Cioran che, in questo, si accosta percettibilmente al poeta del pessimismo cosmico, Giacomo Leopardi.
In questo libro Fabrizio Parrini ci svela il pensiero di Cioran a proposito di temi che sorreggono le nostre vite, quali – ad esempio – il significato della storia, quello della libertà, nonché quello dell’istruzione. Attraverso le sue parole scopriamo il valore intrinseco della scrittura, vediamo la letteratura come strumento per esternare il dolore (come se fosse un “prolungamento fisiologico” di ogni autore) e la poesia come una forma di preghiera. Nell’analisi che Parrini fa di Cioran, trova posto anche la religione ed emerge il legame di quest’ultimo con la tradizione del pensiero gnostico.
“La scrittura è un modo per lenire le ferite del cuore e poter vivere nonostante la discordanza suprema tra il mondo e noi stessi”.
Quel che spiazza, della figura di Emil Cioran, è la sua “filosofia della sospensione” – se così vogliamo chiamarla – secondo la quale non esistono verità oggettive e neppure teorie inoppugnabili dietro le quali ripararsi.
“L’aforisma non deve sfornare verità, ma insegnare a farsene beffe. Cioran non conclude mai. Non rassicura, ma cerca di dire con le parole quello che le parole non possono dire. […] Distrugge e riparte subito dopo dalle macerie che ha provocato, ma davvero senza più certezze”.
“[…] la sua filosofia senza tempo  a volte abbaglia e consola, perché parla dell’uomo com’è, come è sempre stato”.
Professando questo tipo di filosofia, Cioran corre spesso il rischio di cadere nella contraddizione ed è anche per tale ragione che Parrini stesso lo definisce “un pensatore per pochi sotterranei ammiratori”.
L’angelo sterminatore è un libro graffiante, a tratti addirittura lacerante: la sua lettura vi lascerà un segno nell’animo.


[1] Emil M. Cioran nasce a Rasinari (Sibiu) in Transilvania l’8 aprile del 1911  e muore a Parigi il 20 giugno del 1995, all’età di ottantaquattro anni. “E’ una delle figure più rappresentative della vita culturale europea del Novecento, dove si pone come una libera figura di scrittore e filosofo scettico che indaga il divenire dell’esistenza come un testardo, implacabile contestatore della filosofia sistematica. La filosofia deve, secondo lui, occuparsi dell’esperienza concreta, quotidiana, vissuta dall’uomo. Non può e non deve mai ridursi a un sapere astratto, fatto di concetti e senza contenuti vivi come i sentimenti, le emozioni, le passioni. Per Cioran la filosofia è un’incessante riflessione sulla vita e sull’essere che ha oltrepassato l’orizzonte del nulla. Ciò che gli interessa è l’uomo gettato nel mondo da una sorte avversa o da un «funesto demiurgo» per interpretare il suo ruolo incomprensibile e assurdo. Questa l’originalità di Cioran e dei suoi aforismi crudeli in perenne ricerca di senso. La vita è un’avventura magica, ma la lucidità del pensiero permette di sperimentare non solo la propria immensa solitudine, ma anche la propria vertiginosa libertà”.

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