L’hanno cercata tutti, in
ogni epoca. E’ una sorta di Terra Promessa, un’Isola del Tesoro, un’Isola che
non c’è. La Felicità, quella con la “F” maiuscola, ha avuto molti nomi,
soprattutto nella letteratura. Ma essa non è un luogo fisico, una realtà fuori
di noi: essa è qualcosa dentro di noi. La Felicità non è un luogo che non c’è
perché, altrimenti, non sarebbe raggiungibile, ma un “luogo-non-luogo”; non è
un’ora, un minuto, un giorno, ma un “momento-senza-tempo”, un istante che esula
dalle nostre misurazioni temporali: può durare un attimo oppure a lungo, ma è
più probabile che in un solo attimo ci sembri di aver vissuto una vita intera e
– viceversa – in una vita fatta di tanti momenti felici ci sembri di aver
vissuto un solo istante. La Felicità è una percezione, un senso che – come
tutti gli altri sensi – va sviluppato e, ancor prima di essere sviluppato, va
coltivato con amore. Ognuno la trova in cose diverse: le persone felici
sembrano tutte uguali – e forse lo sono davvero – ma quel che le distingue è il
motivo della loro Felicità. Per trovarla, per provarla, occorre capire quali
sono le cose a cui dare veramente importanza e quali quelle che ci illudono
solamente.
“Alla vista del denaro sorrisi fra me e non potei trattenermi
dall’esclamare ad alta voce: «Oh, illusione! A che cosa servi? Non vali niente,
per me, niente: nemmeno la fatica di raccoglierti. Ha più valore uno di questi
coltelli di tutto il gruzzolo che rappresenti: di te non saprei proprio che
farmene. Rimani perciò lì dentro e finisci pure in fondo al mare: non sei cosa
che meriti di essere salvata»”. (pag. 78)
“Ma che importanza aveva tutta questa roba? Per me aveva valore
solo ciò che mi serviva”. (pag.
85)
“Insomma, riflettendo e meditando, avevo capito che la natura e
l’esperienza mi davano questo insegnamento: che le buone cose di questo mondo
sono tali solo se possono esserci utili, e che noi godiamo di tutto ciò che
riusciamo ad accumulare, anche per farne parte agli altri, solo nella misura in
cui possiamo usufruirne e non di più. Se si fosse trovato nella mia situazione,
anche l’avaro più rapace e più avido del mondo sarebbe guarito dal suo male,
perché avrebbe posseduto, come me, molto più del necessario. Non c’era nulla,
infatti, che potessi desiderare se non quelle cose di cui sentivo la mancanza
non per il loro valore intrinseco ma perché mi sarebbero state utili. Come ho
detto prima, avevo un sacchetto di monete d’oro e d’argento, per circa
trentasei sterline. Che cosa potevo mai farmene di quello sporco metallo che,
ahimè, restava inutilmente chiuso nella sua custodia? Spesso pensavo che ne
avrei dato volentieri una manciata per dodici dozzine di pipe o per un mulino a
mano con cui macinare il grano. Che dico? L’avrei dato tutto per mezzo scellino
di di semi di rapa e di carota inglesi o per un pugno di piselli e fagioli, e
una boccetta d’inchiostro. Nella mia situazione attuale, quel denaro non mi
procurava alcun vantaggio, non mi dava alcun sollievo; ammuffiva in una
cassetta nell’umidità della grotta, durante la stagione delle piogge, e anche
se la cassetta fosse stata piena di diamanti nulla sarebbe cambiato per me;
neppure i diamanti avrebbero avuto qualche valore, perché non mi servivano a
niente”. (pagine 185 e 186)
I desideri sono bisogni e
di cosa può aver bisogno un uomo prigioniero di se stesso su un’isola deserta
come Robinson Crusoe? Il denaro sicuramente non gli serve: per lui è
un’illusione ed è, pertanto, inutile desiderare di possederlo. A Robinson
mancano la compagnia, il contatto umano, alcuni cibi e bevande, attrezzi e
utensili vari, il conforto nei momenti difficili. Scopre le sue più grandi
paure, le guarda in faccia, le affronta e le vince. Con l’aiuto del tempo
trasforma i rimpianti e i rimorsi in insegnanti e apprende, da loro, lezioni di
vita essenziali. Trova la Fede, ne fa la propria principale fonte di conforto e
si mette in discussione, continuamente. Comprende il vero significato del
concetto di libertà e, insieme a lui, anche noi – leggendo la sua storia –
arriviamo alla grande intuizione che spesso la prigionia è dentro di noi, nella
nostra mente.
Con Robinson Crusoe si può intraprendere un cammino speciale che porta
a trovare motivi di gioia autentica anche e soprattutto nelle piccole cose. E si
arriva a constatare che quelle cose di cui gioiamo non sono poi tanto piccole,
per noi… D’altronde la Felicità dipende in gran parte dall’appagamento di due
diverse tipologie di bisogni: quelli del corpo e quelli della mente (o
dell’anima, se preferite). Anche il filosofo greco Epicuro ne era fermamente
convinto: la Felicità, quella vera, è data dal perfetto equilibrio di Benessere
e Serenità. La buona salute fisica e la tranquillità mentale sono i mattoncini
con cui costruire una vita felice. Ma questi due elementi contengono, a loro
volta, numerosi consigli come quello – utilissimo – di seguire i sensi ogni
volta che ci troviamo a dover prendere una decisione.
Quanti di noi sono ancora
in grado di abbandonarsi alla meraviglia, allo stupore estatico e alla
gratitudine? Quanti sanno ancora esprimere desideri autentici? E, di questi,
quanti sanno fare dei desideri una “propulsione” per crescere e superare se
stessi?
Una delle cose che possono
colpire maggiormente il lettore è il “bilancio” che Robinson fa, ad un certo
punto, della propria situazione: è una netta distinzione che vede i lati
positivi da una parte e i lati negativi dall’altra; un modo per combattere lo
scoraggiamento che inevitabilmente lo aveva colpito dopo l’approdo sull’isola.
(pagine 89 e 90)
“[…] e vorrei che questo potesse servire come l’ammonimento, da
parte di chi ha sperimentato la condizione più infelice del mondo, che anche in
una congiuntura disagiata si può sempre scoprire, se ci mettiamo a cercare il
bene e il male, qualcosa che ci conforta”. (pag.
91)
Robinson
Crusoe è, dunque, una storia di ingegno, di coraggio, di
speranza, ma anche di dolore, di solitudine, di sofferenza e di angoscia,
nonché di bisogni e di soddisfazioni, di desideri e di paure, di gratitudine,
di Fede e di Destino. E’ un libro in cui compare puntualmente la parola
“Felicità” in tutte le sue declinazioni più “alte” (come la parola “Gioia”) e
più “basse” (come la parola “Infelicità”). E’ un libro che narra il valore
della vita e dei “segni” che Qualcosa o Qualcuno ci manda per condurci, giorno
dopo giorno, proprio sulla strada della vita. Tutto dipende dall’uso che
decidiamo di fare di quei “segni”: se li ascoltiamo e diamo loro retta andremo
in una direzione, se non li ascoltiamo andremo in un’altra. Ogni cosa dipende
dal punto di vista dell’osservatore e, che ci sia un Disegno Divino oppure no a
guidare i nostri passi, poco importa: l’importante è vivere al meglio delle
nostre possibilità e fare tesoro di ogni esperienza.
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