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La Costituzione Manueliana

lunedì 13 giugno 2016

Diario di un'aspirante suicida.

Pagine estratte dalla mia fervida immaginazione.
Attenzione: non costituiscono istigazione al suicidio!


Se è vero che l’anima ci sopravvive, immortale aggregato di spirito, è pur vero che il corpo muore e duole l’anima nel vederlo soffrire a causa sua. Energia necrotica che dà vita all’inerte e si nutre di esso, al tempo stesso. Non muore eppure è sfinita e sfianca il corpo con la propria agonia. Stanca le membra e quando le ha rese simili a fardelli, a macigni macilenti, si stacca e abbandona la veste. Quella veste fatta di carne, fatta di ossa, fatta di sangue; quella veste così mutevole allo scorrere del tempo. Come si può dimenticare tanto dolore e rinascere a nuova vita? Come si può desiderare di indossare ancora le spoglie mortali, pur sapendo che questo causerà altro dolore? Chi muore suicida e lascia un biglietto, lo lascia a sé stesso per potersi guardare dal desiderare una nuova vita. Lasciatemi andare – grida – Non trattenetemi, con le vostre  preghiere fatte di egoismo e disprezzo. Se davvero sapeste, non mi torturereste con le vostre lame invisibili; e invece ogni giorno lacerate la mia anima con le vostre parole mute che solo lo spirito ode. Lasciatemi andare, vi ripeto, e non sarò costretta a tornare su questa Terra una volta popolata di sogni, ma adesso riarsa dai pensieri nefasti. Guardatemi come si guarda una vittima e non un carnefice di sé stesso. Non fate che questo sia un altro peccato: ne ho già tanti, troppi da portare con me nella tomba e per quei peccati dovrò scontare la pena in un altro mondo; non fate che il mio fardello sia più grande di quel che già è. Non ho lasciato traccia in vita e non so se ne lascerò nella morte. Sarebbe un paradosso senza confini. Lasciate ch’io vada per la mia strada lastricata di solitudine e dolore, di sofferenza a cui non vi è sollievo alcuno. A soffrire non ci si abitua, ma alla morte sono già avvezza: dal giorno in cui sono nata non faccio altro che morire dentro, un pezzetto alla volta. Lasciate che il sonno eterno mi colga e sia la mia fine. Il supplizio, il tormento forse faranno un po’ di posto alla tregua cui anelo da sempre. Non dico la gioia, ma la serenità, quel diritto universale che spetta a tutti, ma che pochi raggiungono. Mi sono accontentata e non vi è stata serenità nel mio accontentarmi. Mi sono ribellata e neanche questo mi ha giovato. Ho lottato, mi sono arresa, ho provato a non pensare, ma la mia mente non mi lasciava libera di rasserenarmi. Ansia per tutto, per tutti e per sempre. Da sempre è una continua sofferenza. Si è spento l’entusiasmo, sono spariti i desideri, sono morti i sogni e che cosa è rimasto? Fame. Fame di speranza, di dignità, di considerazione. Grido al mondo da quando sono al mondo dicendogli che anch’io sono qui e ho bisogno del mio posto, del posto che mi spetta, ma il mondo mi ignora, mi scansa e si ricorda di me solo quando deve dare la colpa a qualcuno per le sue nefandezze. Mi sento un cestino dove l’Universo getta via la propria immondizia purulenta. Non vivo che di miraggi. Spettatrice di gioie altrui, ecco chi sono io. Il destino crudele mi mette di fronte alle vittorie degli altri, mi obbliga a guardarle e marchia con quelle gioie che non mi appartengono il mio corpo  il mio spirito come la bestia di un gregge; così tutti, guardando me, vedranno solo gli altri.  Non sono che uno specchio dove gli altri possono riflettersi, ma che non può riflettere sé stesso. Sono il mezzo attraverso il quale tutti scoprono chi sono, tramite il quale raggiungono il successo, ma io stessa non sono che il riflesso degli altri. Mi è impedito di essere. Mi è impossibile realizzarmi, e realizzare chi sono è inconcepibile. Uno specchio riflette, ma non si riflette. E riflettere è anche sinonimo di pensare e pensare troppo porta a costruirsi dei mondi in cui siamo chi vorremmo essere e facciamo ciò che vorremmo fare. Anch’io mi sono costruita un mondo ideale, perciò quando mi riportano con forza dal mio mondo alla cruda realtà, la mia sofferenza è tale che svegliarsi ogni mattina  è come morire. Se per gli altri ogni nuovo giorno equivale a una rinascita, per me è il contrario. Rifugiarmi nel mio mondo è diventato l’unico modo per sopravvivere. Ma voi vi ostinate a trascinarmi via ogni qualvolta io vi entri: non capite che la realtà mi fa soffrire? Siete soliti uccidere le bestie che soffrono, allora perché non ponete fine anche alla mia penosa esistenza? Siete vigliacchi. Come lo sono io. Non siamo tanto diversi voi e io. Io non oso farla finita e voi non osate finirmi. Aspetto con ansia  un giorno di coraggio. Mio o vostro. C’è chi sostiene che scegliamo in quale vita reincarnarci. Mentre siamo nell’Aldilà – che non si capisce esattamente dove sia situato – osserviamo cosa accade sulla Terra e poi, in accordo con Grandi Saggi, riprendiamo  le sembianze umane, passando per l’utero di una sciagurata. Davvero ho scelto io di venire al mondo? Davvero ho scelto di farlo in questa famiglia e davvero ho fatto tutto sapendo a priori a cosa andavo incontro? Inaudito. Avrei dunque scelto volontariamente di soffrire?

Coraggio. Proprio  oggi ho sentito questa parola. Ma il coraggio risiede nel vivere o nel morire? Credo che la risposta più giusta sia: dipende tutto da cosa si ha da perdere. A volte – infatti – nel morire si guadagna qualcosa; può trattarsi di libertà o della fine delle sofferenze, ma a volte, quando non si riesce a morire c’è paura in fondo al nostro cuore. Paura di soffrire ancora una volta, paura di far soffrire gli altri (coloro che ci vogliono bene), paura di perdere delle occasioni che ancora ci attendono dietro l’angolo, paura di andare in un posto peggiore o paura di non poter più tornare sulla Terra o – al contrario – di tornarci e ricominciare a soffrire. Vivere e morire – per chi è credente – sono la tessa cosa. Già. Per chi è credente. Ma per chi non lo è? Perdere la vita può rappresentare una tragedia o una liberazione. Il punto di vista: ecco il fattore essenziale.

Fortunato chi viene al mondo e trova il proprio scopo e la propria strada per tempo. Fortunato chi trova entrambe le cose e quando giunge al termine della propria esistenza è in grado di dire: “Non ho rimpianti né rimorsi”. C’è chi dice che l’importante non è la meta, ma il percorso, il viaggio che compi per il raggiungimento di quell’obiettivo. Balle. E’ come chi vi dice che l’importante non è vincere, ma partecipare. Certo, perdere ogni tanto fa bene, ma vincere ogni tanto fa ancora meglio. Perché? A che scopo stare a questo mondo se non si hanno obiettivi, strade da percorrere, sogni da inseguire (e che – almeno ogni tanto – si avverano), mete da raggiungere? Perché ostinarsi a stare in un posto in cui non ci si sente mai a casa, mai a proprio agio, mai al sicuro, ma anzi si ha sempre la sensazione di non essere benvoluti, accettati o apprezzati? Quando il sentimento migliore che gli altri provano nei tuoi confronti è l’indifferenza e il peggiore è l’odio. Disgusto, disprezzo, repulsione sono forse sentimenti preferibili all’indifferenza? No. Certo che no. Qualcuno dice che è meglio che gli altri ti odino perché almeno provano qualcosa per te. Cosa penso io? Non lo so. Non so scegliere il male minore tra essere invisibile o essere malvisto. So solo che ho il diritto di esigere di più, di meglio. Sì. Quanto di meglio il mondo ha da offrirmi perché sono una sua creatura, un suo prodotto, il frutto di un suo desiderio o di un capriccio divino. Ancora Dio nelle mie parole. Cerco forse un appiglio nella fede? O è solo un modo per scaricare  le colpe su qualcuno con le spalle più larghe delle mie? Non è forse questa una bestemmia?

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